Il sogno di Mario…

16 01 2015

A fine mese in libreria l’autobiogtafia di Mario Trudu, “Totu sa beridadi, tutta la verità, storia di un sequesto”, per le edizioni di Syampa Alternativa, dopo che con Strade Bianche, abbiamo liberato le sue parole…. Un racconto tremendo e bello insieme ( se è possibile usare questo aggettivo per il racconto di una vita sigillata in carcere…). Nell’attesa, questo stralcio di lettera nella quale Mario, che dopo tanto tempo ha ottenuto un avvicinamento-colloquio di un mese alla sua famiglia, descrive l’arrivo in Sardegna. Così, per darvi un’idea della forza del suo narrare…

“Finalmente mi trovo in terra sarda. Prima di dire qualcosa di qui, ti descrivo un po’ le sensazioni che ho provato nell’ultima parte del viaggio. Da come ho avvistato la mia terra da sopra l’aereo, ho provato sensazioni indescrivibili, vedere da sopra le nuvole la mia terra ero assalito da una gioia che non so descrivere. Poi posarci i piedi sopra con la paura che la terra si aprisse e m’inghiottisse e facesse questo per proteggermi, pensando che ancora una volta i malvagi uomini che da tempo inesorabile mi perseguitano mi rapissero per riportarmi nel continente. (…)

All’aeroporto feci appena in tempo a sentire gli odori di cui era impregnata l’aria, e non tutti piacevoli, ma subito sul blindato ancora una volta fui assalito dall’odore di ferro, gasolio e altre schifezze, tutti odori che più che sentirli con le narici sono impressi nelle cellule del mio cervello, sempre uguale in tutti i viaggi.

Arrivato a Badu ‘e Carros se pur trovandomi ad entrare in un carcere come tantissime volte mi è capitato, sentivo ancora quelle sensazioni di appagamento, sapere che ero nella mia terra mi rendeva felice, come se tutto il male attraversato non fosse mai esistito.

All’interno del mostro che mi ha inghiottito le solite cose di sempre che non starò a raccontarti, mi portarono alla cella 23, ci trovai tre miei paesani, due li conoscevo da molto tempo, il terzo lo vedevo per la prima volta, anche qui solite domande. Da dove provieni? Come si sta lì? Ci sono dei paesani? E così via.

Il mattino dopo al passeggio salutai tutti, tanti conoscenti, pensavo già al pomeriggio, speravo che i compagni di cella andassero tutti al passeggio, volevo rimanere da solo, volevo farmi uno dei soliti viaggi mentali. Lo dissi a uno che conoscevo da tanto, ma questo con un sorriso beffardo mi disse: ti conosco troppo bene per pensare che se vuoi restare da solo è per suicidarti. Io gli dissi solo bastardo!

Aspettai che la sezione fosse immersa nel silenzio, presi un asciugamano, lo stesi per terra, mi sdraiai sopra, mi abbassai il berretto sulla faccia e chiusi gli occhi. Il berretto abbassato evitava che la luce del giorno disturbasse il vagare della mia fantasia. Ebbe inizio il mio viaggio, appena dopo mi ritrovai alla periferia del mio paese Arzana, ma evitai di inoltrarmi dentro il suo abitato e volai via verso il Gennargentu e mi ritrovai in Jenna de Thairi, mi vedevo sdraiato per terra nella stessa posizione che mi trovavo in cella, con le braccia aperte come Cristo in croce, la sua una croce di sofferenza, mentre la mia era fatta di terra, di quella terra che mi apparteneva, e io non ero assalito da nessuna sofferenza, in quel momento la mia croce era fatta di belle sensazioni.

A poca distanza sentii una volpe che lanciò il grido di avvertimento come a dire ci sono pure io, in un picco roccioso situato fra Jenna de Thairi e Jenna de Ruxi si era posata un’aquila che piegava con un certo ritmo la testa quando da un lato e a volte dall’altro guardandomi forse con meraviglia. Dopo incominciai a vedere numerosi avvoltoi ad altezza vertiginosa sopra di me (animali che in quella zona si saranno estinti circa 40/50 anni fa), giravano in cerchio come se stessero cercando la certezza che fosse morto veramente, per poi lanciarsi in picchiata e posarsi intorno a me iniziando la loro solita danza a passi ritmati prima di avventarsi su di me e strapparmi gli occhi, la lingua, farmi un buco nel basso ventre e tirarmi fuori le budella, la coratella, li vedevo già strapparmi la pelle, a brandelli di carne, vedevo il loro becco gocciolante del mio sangue, sangue che mi usciva da tutte le ferite e che finiva per essere assorbito dalla terra. Non sentivo nessun dolore, la sensazione era tutto quello che per tutti sarebbe stato solo orrore, stare male, per me era solo vita, il mio sangue che allattava la terra era come se stesse nutrendo me stesso.

In quel lungo viaggio mi sono ritrovato in un’aula di tribunale, questo dopo che nella mia mente sono passate tutte quelle querce di leccio giganti sparse in quelle montagne prive di vegetazione, s’ilixi de anonaxilis s’ilixi de masu serra, s’ilixi de masu acu, s’ilixi de masu casta, s’ilixi de su’entu, s’ilixi de nigola, s’ilixi de perredhu, piante solitarie esposte a tutte le intemperie del tempo, messe li come delle sentinelle in quelle montagne prive di paura come gli uomini che le attraversano.

Pensando a questi giganti buoni dentro quell’aula di tribunale mi è tornato alla mente,  un breve intervento che avevo fatto il 1 settembre del 2011, mi trovavo lì a discutere di un permesso che avevo chiesto per andare a visitare mia sorella Raffaela che non vedevo da 5 anni, e all’inizio chiesi questa cosa: mi auguro di non trovarmi davanti a delle persone che al posto del cuore hanno un pezzo di marmo o una “codina”. E vedendo nel loro volto la perplessità al pronunciamento della parola codina, diedi loro una spiegazione, la codina è quella parte della pianta che rimane sotto terra, un ammasso di legno scuro e deforme, pieno di radici, brutto, e la puoi battere quanto ti pare e ferire con un piccone quanto vuoi, che non la vedrai mai sanguinare né lacrimare, perché anche se fa parte degli esseri viventi non è umana, anche se io rimango convinto che le piante siano più umane degli stessi umani, loro stendono le loro radici in cerca di abbracciare la terra, la loro madre cerca di proteggerla e la stessa cosa fanno i loro rami che stringono a sé l’aria proteggendola e purificandola, mentre l’uomo quando stende le sue braccia è per impossessarsi delle cose non sue, e per spargere veleno dappertutto.

Ho rivissuto tutto questo come se fosse una visione reale, del momento, e c’erano cose avvenute realmente ma tanto tempo prima…

Mario Trudu

 


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