Sogni infranti, cuori di pietra e la rabbia del vento…

28 05 2018

IMG_20180516_0002Voglio confidarvi di un mio sentire privato, mentre leggo nella pagina di Michele Giorgio, puntuale corrispondente per il Manifesto da Gerusalemme, dell’annuncio della ripresa dell’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata… dell’ok dato dalla Corte suprema israeliana alla demolizione del villaggio palestinese di Khan al-Ahmar, nel governatorato di Gerusalemme… della morte, ieri, di altri due giovani palestinesi rimasti gravemente feriti dal fuoco dei tiratori scelti israeliani durante proteste lungo la barriera tra Gaza e Israele. Ahmed Qattoush, 23 anni, e Mohannad Abu Tahun, 21 anni… e tutti quei feriti, molti che rimarranno disabili, e immaginate che vita inizia ora per loro…
Ma già sembra non interessare più a nessuno.
Il pensiero fa fatica ad allontanarsi da quello strazio, anche perché ritorna un personale, personalissimo, ricordo…
Molto tempo fa, esattamente trenta anni fa, mi era capitato di incontrare una piccola delegazione di ragazzini di Palestina. Salaam ragazzi dell’Olivo, si chiamava l’iniziativa, nata come campagna di affido a distanza di bambini palestinesi, promossa da Arciragazzi e Agesci. Era il 1988. E li ricordo ancora i visi simpatici di tutti quei ragazzini che cantarono per me (per il servizio che sarebbe andato in onda, allora, nel tg) una canzone della loro terra. Non ricordo il testo esatto, ma so che rimandava all’immagine di giovani leoni. E li ricordo ancora, come piccoli, dolcissimi leoncini dall’aria arruffata… arrivati da noi per ricordarci la storia della loro Palestina… a parlare, a noi smemorati, del diritto al ritorno nella terra dei loro padri…
Mi informai per un affido a distanza. Il minimo che si potesse fare…
Così dopo qualche settimana mi arrivò la foto di una donna con cinque bambini e un indirizzo.
La foto, l’ho ancora qui, nel risvolto di una vecchia copertina d’agenda. Sfocata e un po’ ingiallita. Ancora mi commuove… con quei cinque bambini infagottati di sciarpe, scialli e maglioncini, stretti intorno alla donna i cui occhi l’inquadratura un po’ approssimativa taglia fuori dal riquadro. Foto di gruppo su terra brulla, mentre alle loro spalle si intravedono, accanto a un masso tagliato dal sole, pale di fichi d’india e rami d’ulivo… Ancora mi inteneriscono quei loro sorrisi fiduciosi, le piccole dita sollevate nel segno “V” di una vittoria sognata… Ho immaginato, allora, e ancora lo vedo, l’improvvisato fotografo che a quel saluto e a quei sorrisi li invitava…
Ed è iniziato uno scambio di lettere. Le loro, le facevo tradurre da un interprete, e anche l’interprete a volte si commuoveva, mentre mi raccontava quanto fossero accorate e, nonostante i problemi e la fatica e la povertà di cui spesso raccontavano, quanto piene di speranza e di fiducia le loro parole. Nonostante tutto. Erano i tempi della prima Intifada…
Con le lettere seguirono altre foto, con altre mamme e altri bambini… e bambini che crescevano e di nuovi che ne arrivavano… “Ti racconto una fiaba, che nel tuo orecchio un seme metterà…”, canta un’antica filastrocca di Palestina, a cui quei visi fiduciosi mi sembravano rimandare.
Poi, non so perché e come (forse turbolenze di miei traslochi, forse anche distrazioni di cui ancora mi rammarico), quel contatto si è come dissolto…
Avevo ritrovato dopo qualche tempo un indirizzo, ma chissà dov’era ormai finita quella famiglia. Ricordo che affidai un messaggio, con un piccolo aiuto, ad un amico, un collega inviato da quelle parti. Al ritorno gli chiesi se li aveva trovati, i miei ragazzini… No, non li aveva trovati, ma mi assicurò di aver dato la mia offerta a qualcuno che si occupava di famiglie palestinesi. “Saranno comunque serviti. Dove cascano lì cascano bene…” mi disse accennando a quanto difficile fosse la condizione dei più…
Ho continuato a cercare, in qualche modo, tracce… in voci che dalla Palestina arrivavano. Così, spigolando, in quei giorni, fra i versi di “Carta d’identità, di Mahmoud Darwish… “Ricordate! Sono un arabo / E la mia carta d’identità e’ la numero cinquantamila / Ho otto bambini / E il nono arrivera’ dopo l’estate. /(…)./ Le mie radici / furono usurpate prima della nascita del tempo / prima dell’apertura delle ere / prima dei pini, e degli alberi d’olivo / E prima che crescesse l’erba./ (…) / Ricordate! / Sono un arabo. / E voi avete rubato gli orti dei miei antenati / E la terra che coltivavo / Insieme ai miei figli, / Senza lasciarci nulla se non queste rocce… / E lo Stato prenderà anche queste, / Come si mormora…”
Anche le lettere di quella famiglia, che pure avevo conservato, si sono dissolte nel passaggio di chissà quale mio cambio di casa…
Ma ogni volta che sento della Palestina, ritornano quei fiduciosi volti sorridenti, e ogni volta mi chiedo dove saranno ora, come staranno ora, chissà se saranno ancora, ora…
E li rivedo, nelle immagini tremende di oggi, sullo sfondo del fumo, del fuoco…
“… E quanta indifferenza c’era in noi. Come se non avessimo mai fatto altro che mandare in esilio. Il nostro cuore si era ormai indurito. Ma nemmeno questa era la cosa principale. E la via d’uscita?”. Pensando all’inumanità del governo israeliano, alle sue pericolose ossessioni… lo rileggo ogni volta, come un mantra, quel finale de “La Rabbia del vento”, il racconto nel quale S. Yizhar, uno dei padri della letteratura ebraica, parla dei giorni dell’espulsione del popolo palestinese dalle sue terre. Libro che invito a riprendere in mano. E’ un libretto piccolino, ma dove davvero, come si dice, “il meno è il più”…
E ancora ripropongo le ultime parole:
“Intorno era silenzio, e di lì a poco si sarebbe chiuso anche l’ultimo cerchio. E quando avesse avvolto tutto, e nessuno ne avesse disturbato la calma, e al di là di esso ci fosse stato solo un brusio sommesso, allora Dio sarebbe sceso nella valle e vi avrebbe vagato per vedere se il grido giunto fino a lui era davvero così grande”.
Ogni volta chiedendomi… ma dio l’ha davvero sentito quel grido? Perché non so se qualcuno lo abbia mai visto scendere nella valle…


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