Diversamente vivo

27 08 2019

Copertina Emmanuello copia_Layout 1E’ vero, le mafie hanno bisogno del buio per meglio agire, e per questo bisogna parlarne. Ma da quando conosco qualcosa di carcerazioni, sono sempre più convinta che bisogna cercare di fare luce anche su quello che ne è di coloro che poi finiscono entro le mura delle nostre carceri, perché non è cosa che può essere indifferente, a chi crede nella giustizia di uno stato di diritto, quello che lì dentro avviene, soprattutto nei regimi differenziati… Con un’avvertenza: ché quando si comincia a conoscere un nome, pensare un volto, seguire un percorso, non è facile scrollarsi di dosso il buio dal quale a tratti quella storia emerge…
Così è stato per me a proposito di Davide Emmanuello.
Di lui ho iniziato, per quel che è stato possibile, a interessarmi, dopo una notizia che allora mi sembrò “bizzarra”. A Davide Emmanuello, di Gela, in prigione dal 1993 e da allora quasi ininterrottamente in regime di 41bis, era stata vietata la lettura del romanzo di Umberto Eco, “Il nome della rosa”. Libro ritenuto “pericoloso per l’ordine e la sicurezza”, raccontava la denuncia arrivata a un quotidiano… Per la cronaca, dal carcere di Ascoli Piceno, nel quale allora Emmanuello si trovava, è in seguito arrivata una vaga smentita, e l’ipotesi di un possibile divieto motivato dalla pericolosità “materiale” del libro (nei regimi differenziati non entrano libri con copertina rigida) piuttosto che da pericolosità dei contenuti. Poi una più decisa smentita l’ha fatta il Dap. Ma questi sono dettagli… 
La realtà, su cui ho iniziato a interrogarmi, sono le 23 ore di isolamento al giorno, la sola ora d’aria (e le tre persone al massimo con cui è possibile parlare in quell’ora), le finestre delle celle schermate, la sola ora al mese di colloquio con familiari (e con vetro divisorio) alternativa a dieci minuti di telefonata, il divieto di cucinare cibi, la censura di posta e libri, ai quali è stata data ultimamente un’ulteriore stretta… e se i libri rimangono l’unica forma di “resistenza” alla deprivazione sensoriale a cui si è sottoposti, ho provato a immaginare cosa sono, a cosa servono e dove possono portare, diciotto anni di nulla…
Perché se di quello per cui è stato condannato Davide Emmanuello (di lui come delle centinaia di altre persone confinate in regime di 41bis) è possibile andare a leggere nelle cronache e negli archivi dei quotidiani, nulla si dice, e a nessuno sembra interessare, di quel che accade dopo che si chiudono le porte di un carcere e si entra nei suoi gironi…
Alcune immagini di questo inferno mi si sono svelate con lettere che Emmanuello ha scritto negli ultimi anni. Lettere tremende…
“Continua il mio viaggio nelle viscere degli inferi.
Sono rassegnato e consapevole che questo luogo voluto per l’annientamento non sopprimerà il mio corpo, ma agirà sulla psiche e attraverso la coscienza farà dell’anima l’inferno del corpo.
L’istituto è moderno, non in senso illuminato, ma di nuova riproposizione oscurantista del supplizio come pena. In pratica un “ecomostro” per soggetti trattati al di fuori dei canoni dell’esperienza etica della libertà e dei diritti umani.
L’apparente agibilità estetica del nuovo nasconde lo squallore degli spazi ridotti e claustrofobici, ordinati in senso verticale cosicché allo sguardo è tolto ogni orizzonte così come alla speranza di libertà la pena ostativa ha posto la parola fine.
Ho solo un piccolo cielo che dal sotterraneo intravedo alzando lo sguardo in verticale: il cielo del passeggio. Un cielo chiuso in un passeggio e nient’altro.
Tutto è colorato di bianco e un verde quasi turchese, colori che servono a mascherare la realtà macabra del grigio cemento e del suo impiego contro l’uomo.
Doccia in cella, palestra, passeggio e nient’altro.
Sto cercando di adattarmi, ma per adesso stanno prevalendo gli aspetti patologici che mi affliggono. Spero di no, ma non nascondo che se così fosse questo posto per la mia salute diverrebbe una tomba. Comunque sia sono speranzoso nella mia capacità d’adattamento.
Per adesso sono senza tantissime cose, e in particolare mi mancano le mie letture. Il guaio è che la biblioteca ancora non esiste e non si sa se e quando entrerà in funzione(…)”.
Questo Emmanuello scrive dal carcere di Bancali (Sassari) nel luglio del 2015, appena vi è trasferito. Tranquilli, nulla di trafugato o illegale. Le lettere sono tutte regolarmente passate al vaglio della censura, come da regolamento.
Le lettere di Davide Emmanuello non potevano restare “una cartella” sulla mia scrivania. Cercando qualcuno che fosse in grado di ascoltare davvero e con quest’urlo confrontarsi, alla fine le avevo spedite a Pino Roveredo, oltre che scrittore, Garante dei detenuti del Friuli Venezia Giulia. Se ne è lasciato straziare e a queste lettere ha risposto con la potente scrittura di cui è capace. Così ne è nato il libro a loro firma. “Diversamente vivo, lettere dal nulla del 41bis”, di Davide Emmanuello e Pino Roveredo. Edito da Libri Liberi, casa editrice fiorentina.
Ancora qualche chiarimento. Certo che al crimine va posto argine e lo stato deve rispondere con misure appropriate quando ha di fronte organizzazioni che sanno anche farsi antistato. Certo che il colpevole deve rispondere del reato commesso. Non è naturalmente questo che è in discussione. Ma per quanto terribili possano essere state le colpe per cui si è condannati, continuo a pensare che nulla giustifichi, in uno stato che pretendiamo di diritto e civile, gli anni di tortura fisica e psicologica che il 41bis comporta, quello che nella relazione in proposito fatta dalla Commissione diritti umani del Senato, dopo due anni d’indagine conoscitiva, viene definito “surplus di afflizioni, privazioni e restrizioni che non sembra aver ragione d’essere nella logica prima ancora che nella legge”.
E come fare a meno di interrogarsi sulle centinaia di persone “ristrette” in questo regime, di cui non conosciamo parole, che non hanno la capacità e la possibilità di trovare in letture colte come quelle che fa Emmanuello (molto legge di filosofia) appiglio per non naufragare in quell’abisso che il 41bis nella sostanza è. Come non pensare a quanti ne muoiono, alla mistificazione secondo la quale la nostra presunta sicurezza vale tanto spregio. E non importa se (come pure accade) ci va di mezzo qualcuno che proprio boss dei boss non è mai stato, se non addirittura qualche innocente…
Qualche anno fa, durante un convegno su ergastolo e dintorni, fui avvicinata da una ragazza che mi parlò della triste vicenda di un suo zio, che trasportava carichi di arance per conto di persona che, rivelò un’inchiesta, trafficava droga, nascondendola, appunto, nei carichi di arance. “Mio zio, non sapeva, ma aveva capito… capiva e non capiva… cosa doveva fare? Era il lavoro che aveva trovato…”. Finito nell’inchiesta sull’organizzazione di trafficanti, ha passato più di dieci anni in regime differenziato… “Ne è uscito come impazzito… ora è depresso, in casa, non fa nulla, la moglie lo tiene lì per pietà…, è un uomo finito… ne ho una gran pena”.
Capisco, adesso, le parole degli avvocati della Camera penale di Roma, quando ricordano che il 41bis è misura giustificata con la necessità di recidere i legami con l’associazione di appartenenza, ma, aggiungono, se lunghi anni non bastano a recidere quei legami, c’è qualcosa che non va: o il sistema non funziona o vuole ottenere altro… Certo, il 41bis ha prodotto negli anni ‘90 molti “pentiti”. Oggi, a leggere i dati, sembra produrre meno pentiti e molti suicidi (ma nessuno ne parla).
Tornando a Emmanuello, che forse innocente non è stato, ma la sua è storia ben emblematica…
Non entro nel merito, nel suo caso, dei provvedimenti di riapplicazione del 41bis dopo che il regime per ben tre volte gli era stato revocato dalla magistratura di sorveglianza, ma se si suppone che in 18 anni di 41bis abbia mantenuto saldi rapporti con l’organizzazione criminale d’origine, evidentemente il sistema non funziona o, per ottenere un non dichiarato “altro”…
“Sopravvivo nel fondo di un pozzo in condizioni indegne per desiderare di vivere e, la morte è la speranza che mi conforta.
Immaginami dietro un blocco di cemento per quattro persone isolato ermeticamente nel fondo di un pozzo. In questo fondo cella e passeggio hanno in comune la finestra per cui il fazzoletto di cielo del tetto del passeggio si intravede dalla cella. In pratica non ho uno spazio orizzontale verso cui guardare come avviene quando ci si affaccia dai piani “alti”. Di fronte la cella ho la saletta. Cioè faccio un passo ed entro nella saletta (un contenitore profondo che prende luce da uno pseudo lanternino al soffitto), altri due passi ed entro nel passeggio. Chiuso ventidue ore al giorno, sottoposto a un trattamento paranoico che moltiplica gratuitamente le afflizioni: l’acqua è gialla, e quella potabile la beve solo chi può acquistarla, il vitto è calibrato come da tabella Ministeriale e quindi la quantità è disperante, e si sazia chi può acquistarne …” , scrive sempre da Bancali.
E chi le sezioni del 41bis (ma anche dell’alta sicurezza) ha visitato, sa del massiccio uso che qui si fa degli psicofarmaci.
Non credo ci sia una scala del male per cui, oltre un certo gradino, si possa derogare a tutto. Se questo avviene, ed è quello che avviene, il risultato è una sorta di eterogenesi dei fini… perché c’è un momento nel tempo dell’esecuzione della pena in cui, per tempi e modi, anche il peggiore dei colpevoli sente di aver pagato il suo debito, e tutto il resto è vissuto (comprensibilmente a mio parere) come afflizione estrema, illogica e illegale.
“Ma cos’altro può volere da me lo stato più di tutta la mia vita?” mi ha detto altro detenuto, di una sezione di Alta sicurezza, venticinque anni complessivi di carcerazione, nessuna prospettiva di uscire, con alle spalle 12 anni di 41bis, e il ricordo di un tremendo passaggio dalla sezione Fornelli dell’Asinara, altro grande rimosso della nostra coscienza.
A questo proposito, se posso permettermi di consigliare altro libro di cui ho seguito la nascita, leggete “Le Cayenne italiane”, una raccolta di testimonianze curata da Pasquale De Feo (attualmente detenuto ad Oristano), sull’esperienza del 41bis nelle sezioni Agrippa di Pianosa e Fornelli dell’Asinara, nei primi anni ’90, in piena “emergenza mafia”.
Le vessazioni, le violenze, i pestaggi, le indecenze. Ci furono morti, “pentimenti”, suicidi. Faccio sempre fatica a riaprire quelle pagine, ché bisogna avere dello “stomaco” per andare fino in fondo… E penso ci sia voluto un gran coraggio a ricordare e riparlare di torture fisiche e psichiche che sanno come annullare l’individuo. Un quadro che, si riporta nel libro, il magistrato di sorveglianza di Livorno, Merani, definì “non soltanto fosco e preoccupante, ma anche con caratteristiche delittuose”. Ed espresse seri dubbi sul fatto che fosse questo un modo per contrastare credibilmente la criminalità organizzata. Ma “l’emergenza” sembra giustificare tutto.
Quelle sezioni infine furono chiuse e mai si è parlato davvero di quel che accadde. Ma credo bisogna andare a rileggere, perché quello che non si ricorda può sempre ripetersi.
Chiuse quelle sezioni, è rimasto il 41bis, che oggi certo non prevede ad esempio i pestaggi sistematici di allora, ma…
Ancora, mi aiutano a capire stralci di lettere: “(…) Così trascorrono giorni senza lasciare altro che ombre. (…) In un luogo privo di stimoli sensoriali in cui gli spazi sono claustrofobici le patologie proliferano, quelle mentali si amplificano e l’instabilità emotiva diviene il denominatore comune della vita psichica. In questa realtà della mia salute rimane ben poco; vivo stati di panico continui. La pressione arteriosa è da infarto e non trovo rimedio farmacologico. Purtroppo non riesco ad adattarmi alla struttura priva di finestra (ma anche i miei compagni non riescono a vivere serenamente) (…). Anche la fretta che tutto passi subito non ha alcun senso, visto che tutto è identico a se stesso”.
“Diversamente vivo”, si definisce Emmanuello. Ed è definizione che penso per tutti quegli altri di cui non arrivano lettere, che non hanno sostegno di alcun genere, tanto meno quello culturale che tanto colpisce nelle parole di Emmanuello.
Se il carcere finisce con l’essere, in generale e nonostante l’impegno di tanti che nelle carceri operano, area di sospensione del diritto, qui si entra davvero nel girone più profondo dell’inferno dei sepolti vivi, dove il tanto proclamato fine rieducativo della pena è cosa, penso si possa dire, “per definizione” esclusa dagli intenti.
Certo che al crimine va posto argine e il colpevole deve rispondere del reato commesso. Ma rimane un dubbio: le parole “criminalità”, “mafia”, la parola “legalità”, persino, sembrano diventate parole d’ordine per dare il via libera all’annullamento dei diritti fondamentali dell’individuo. Ma sono convinta che negare i diritti fondamentali al peggiore di noi è cosa che corrode, prima che il senso d’umanità, il senso della nostra stessa civiltà.

Francesca de Carolis


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