Il diritto di scegliere…

18 09 2019

munchRiflettendo, sul momento della morte, attraverso la storia del pensiero e delle culture. Ascoltate questa profonda riflessione-lezione che Vittorio da Rios ancora ci regala:

“Il Cardinale Martini evidenziava come la Chiesa istituzionale sia in ritardo di oltre duecento anni rispetto alle mutate sensibilità e acquisizioni culturali e civili della società.Ben sappiamo quanto abbia condizionato e continui a influire negativamente le conquiste etico civili dei popoli. A riguardo della nostra finitezza biologica potremmo ben dire che i “vivi” non hanno mai capito a fondo quel concetto oscuro che si è andato costruendo attorno alla morte, all’invecchiamento, all’agonia, e al cadavere dell’uomo. Tutti i gruppi umani anche i più arcaici hanno cozzato contro un fenomeno tanto inevitabile e impenetrabile. Assurda, inspiegabile, non hanno potuto far altro che crederla una cosa diversa dall’annientamento irreversibile del soggetto. Impenetrabile, non hanno potuto che far altro che tendere al disopra di quel –buco cieco assolutamente– Morin, 1970. Una fragile rete di mitologie e di riti che rappresentano altrettanti procedimenti magici, e tecnici per occultare la crudeltà dell’evento. Qui si immagina la morte come un sonno o una catalessi, –le società primitive– oppure come un passaggio o una liberazione–civiltà dell’India–; la viene concepita come un’attesa o una redenzione lungo il percorso che conduce alla vita eterna –Cristianesimo, Islamismo–, o ancora come un semplice momento del ciclo della vita ritenuta un eterno ritorno –stoici, Caldei Indiani d’America–. Riposo riparatore, accesso al mondo degli antenati–società negro-africane–, luogo dove lo spirito si trasferisce da un corpo a un altro –metempsicosi , reincarnazione brahmanica ecc.–, o momento supremo di reintegrazione nell’Io divino, nella omogeneità eterna dell’uno-tutto –brahmanesimo, buddhismo, jainismo, la morte quindi è stata dovunque in varie maniere allontanata mediante l’onnipotenza dell’immaginazione umana. Da questo mosaico planetario di modi di immaginare la morte, sono derivati riti e manipolazioni simboliche dei morti che finiscono per convalidare in questo modo le innumerevoli fantasie sull’aldilà. l’importante è non collidere contro l’innominabile, contro quel mutamento nella natura del nostro corpo per cui esso non è neppure più un cadavere bensì –un non so che privo di nome in qualsiasi lingua–.–Bossuet 1670– Dovunque, quasi sempre, lo spettacolo della tanatomorfosi, della decomposizione, è motivo di ribrezzo, anzi di paura, ed è fondamentale per mantenere la funzionalità delle mitologie rassicuranti, impedirne la vista: La paura della decomposizione non è altro che la paura di perdere la propria individualità.–Morin– Sono stati allora ideati tre grandi procedimenti per sopprimere l’immagine della decomposizione nel mondo dei vivi: distruggere, dissimulare, o conservare il cadavere. Per quanto riguarda la distruzione, si ha in primo luogo la cremazione, con conservazione delle ceneri in urne presso gli uni –Romani, Zapotechi, del Messico–o con dispersione delle ceneri presso altri–India,Nepal, Coriachi della Siberia–.Vi è poi l’endocannibalismo, diretto con i riti necrofagici,–Indiani d’America, negri Africani–, o indiretto con l’abbandono rituale dei cadaveri agli animali,–India, Tailandia,Tibet, Siberia, Africa. Per quanto riguarda la conservazione del cadavere vi è l’immersione, come presso gli Are-Are delle isole Salomone,e nell’Indonesia, Barraud 1979. Ma vi è soprattutto il seppellimento pratica universalmente diffusa –Cina,Europa,America antica e contemporanea, paesi semitici. Va precisato che l’inumazione della persona morta, non è una particolarità del giudaismo, o del cristianesimo,come la cremazione non lo è per il induismo, e il buddhismo: entrambe queste pratiche, sono attestanti fin dal neolitico inferiore.–Thierry 1979–. Il morire: rimane preliminare alla breve riflessione, che segue che non si può parlare del morire in tutte le sue dimensioni, cominciando dalla dimensione interiore, quella del mio morire. Se il mio morire è sicuro,è pero non solo imprevedibile,o quasi, ma anche inconoscibile. Io infatti non posso parlare del mio morire perché è una fase non sperimentabile,della mia esistenza, una fase –meta-empirica–che appena vissuta, diventa incomunicabile per sempre agli altri e a me stesso. La morte mi appare allora come l’impossibile comunicazione di me stesso a me stesso.la mia scomparsa come coscienza. La negazione contemporanea del morire: Gli atteggiamenti difronte alla morte,come oramai vengono chiamati per convenzione,sono stati in questi ultimi anni un campo d’indagine molto praticato.Il fatto che le scienze umane si siano –annesse– dei territori dell’ombra,ha dato luogo in una prospettiva diacronica, come in una sincronica a tutta una letteratura tanto più notevole e notata in quanto il morire in Occidente è diventato un fatto osceno.Nel mondo industrializzato e iperurbanizzato la negazione del morire,ha questo di particolare Ritengo che Francesca oggi abbia posto un quesito fondamentale che ci riguarda tutti.L’irrinunciabile diritto al morire quando la vita è un autentico calvario di sofferenze fisiche quanto psichiche. O quando la morte celebrale sia irreversibile e abbia creato le premesse tragiche di una vita vegetale, con funzioni biologiche vitali mantenute da strumenti medico.tecnologici.fuori da qualsiasi volontà per manifesta impossibilità del paziente. Il grande filosofo e teologo Hans Kung colpito egli stesso da patologia degenerativa del sistema nervoso pone la improcrastinabilità di rivisitare radicalmente il tradizionale paradigma del vivere e di come morire inanzi a tribolazioni inumane.e quando la vita è non vita. Vi è poi e Francesca su questo da tempo conduce una coraggiosa e civilissima campagna e li va dato grande merito, sulle cure dovute e non praticate ai detenuti e detenute nel nostro incivile sistema carcerario.Comportamenti che violano non solo le più elementari basi deontologiche mediche, ma i principi stessi e pilastri su cui si fonda la nostra Costituzione. Comportamenti quindi non solo censurabili sul piano etico-morale ma bensì per porsi e agire fuori dal nostro dettato Costituzionale e quindi fuori legge.Non posso non ricordare ciò che scrisse Jean Michel Palmier filosofo e grande studioso e pensatore francese: in Frammenti della vita offesa.colpito da irreversibile patologia degenerativa celebrale che lo portò alla perdita dell’uso degli arti inferiori e quindi del cammino.Quando il tuo corpo è una macchina perfetta; scrive Palmier non ti rendi conto di quali combinazioni:celebro-fisiche, di straordinaria sintesi e armonia determinano il cammino per esempio. Meccanismi che io non avevo studiato a dovere e che ora avverto l’urgenza di farlo.Morirà a soli 53 anni. Ho ritenuto citare Palmier e il suo breve capolavoro perché fa comprendere che solo dal di dentro e immersi nella tragedia si può capire e comprende cosa sia il vero dolore e la sofferenza, E nessuno ne istituzione religiosa,ne politica, ne istituzionale ha il diritto di intervenire.con divieti e leggi inappropriate rispetto a questa nostra immutabile quanto tragica condizione biologica. Il diritto della scelta del morire quando la vita è non più vita è scelta esclusiva di chi vive quella definitiva esperienza.E’ questione di Grande civiltà del rispetto stesso della vita e della sua sacralità. Diamo alla morte la sua originale dignità. Un caro saluto.


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