Il dolore degli altri…

16 09 2019

faboStrano paese questo nostro, dove non si è liberi di morire pur desiderando, quando gravemente malati, una morte dignitosa senza oltre soffrire, ma dove sembra che non si possa che morire, anche se faresti di tutto per vivere, se il diritto alla cura si infrange su uno dei tanti muri che a quel diritto si frappongono, come quelli (non finirò mai di parlarne) della cella di una prigione.
Il diritto alla vita e il diritto alla morte. E quale vita e quale morte, se entrambe negate. Possono sembrare questioni diverse e lontane, opposte, persino… ma c’è un filo rosso, credo, che le unisce, passando per la nostra indifferenza, che tutto trasforma in prigioni. In cui rinchiudere, con il loro dolore, gli altri…
Con questo pensiero turbinante nella testa mi sono avviata venerdì mattina al convegno della Camera penale di Roma sul caso DJ Fabo, “Aiuto al suicidio e rilievo costituzionale della dignità nella morte”, turbata per aver appena letto di Rosa Zagari che, a denunciarlo è l’associazione Yairaiha, nel centro clinico del carcere di Messina rischia la paralisi perché ancora non le vengono garantirle le cure adeguate. E avevo appena saputo che Mario Trudu (l’ergastolano di cui sempre parlo, rassegnatevi…) non ha ancora avuto l’autorizzazione a iniziare le cure per un tumore accertato ormai da tempo. La vita e la morte. E quale dignità per la vita e quale dignità per la morte, dunque.
Il diritto a una morte dignitosa.
Il caso del DJ Fabo, lo conoscerete… vissuto 14 anni dopo l’incidente che lo ha reso cieco e tetraplegico, ha chiesto di porre fine alle sue “giornate intrise di disperazione”, e dopo tanti appelli alle autorità italiane ha dovuto trovare soluzione altrove. E’ andato in Svizzera, accompagnato da Marco Cappato che così l’ha aiutato ad andarsene “rispettando le regole di un Paese che non è il suo”. A ripercorrere l’intera vicenda, nell’incontro di venerdì, è stato proprio Marco Cappato, che per quest’atto di disobbedienza civile ha subito un processo, che si è concluso con l’assoluzione per l’imputazione di istigazione al suicidio, ma per la parte che riguarda l’aiuto al suicidio, c’è stata remissione alla Consulta per il giudizio di costituzionalità dell’articolo del codice penale che lo prevede come reato (si rischia da 5 a 12 anni). L’art.580, che ci arriva preciso preciso dal Codice Rocco, carico di tutti gli imperativi dello stato etico che, pretendendo di essere fonte anche dell’etica, pretende di essere il fine a cui devono tendere le azioni degli individui. E che se ne fa questo stato di un suicida?
La pronuncia della Corte Costituzionale è attesa per il 24 del mese. E davvero tempestivo e prezioso l’incontro voluto da Maria Brucale, che è membro della commissione carcere della camera penale di Roma, e che vi invito a seguire, per capire qualcosa di più di un tema complesso e delicatissimo, che attraversa la storia e le coscienze, (https://www.radioradicale.it/scheda/584441/aiuto-al-suicidio-e-rilievo-costituzionale-della-dignita-nella-morte-la-disobbedienza)…
Come vi invito a leggere il libro che qualche anno fa ha scritto Carlo Troilo, che fra l’altro è stato dirigente dell’associazione Luca Coscioni, dopo la drammatica vicenda del suicidio del fratello gravemente malato. “Liberi di morire, una fine dignitosa nel paese dei diritti negati”, il libro, che cerca di rispondere a un grosso interrogativo: com’è possibile che il nostro paese sia così arretrato rispetto al resto dell’Europa in tema di diritti civili. Vale la pena di leggerlo: ci riempiamo la bocca, si sottolinea, degli allarmi sullo spread economico, e chiudiamo gli occhi davanti allo spread inaccettabilmente grave nel campo dei diritti civili. Un decalogo che parte dal tema, così delicato e controverso, della libertà di determinare la propria esistenza, passando per i diritti negati in campi che vanno dalla famiglia, alle disabilità, alla cura del dolore…
Il diritto alla cura…
Parte da Platone, Troilo, per ricordarci come nel mondo classico l’idea della morte era meno cupa di quella poi introdotta con il cristianesimo, ma soprattutto con la Chiesa Cattolica, e con l’idea, quasi incomprensibile per chi è laico, che la vita appartenga a un dio, e nessun altro ne possa disporre. Idea, ci fa notare Troilo, che è accompagnata da una contraddizione di fondo: bisogna accettare la vita e prolungarla in qualsiasi condizione, e poi poco si fa per la cura del dolore.
E poco si fa, come non pensarlo, per curare persone per le quali si pensa non valga la pena di industriarsi poi tanto, ché chissà di quale stato sono cittadini. E di chissà quale stato sono cittadini le troppe persone malate detenute in carcere illegalmente, sì, illegalmente, come proprio questa settimana ha denunciato in Campania il garante dei detenuti. Chiuse nell’indecenza delle nostre prigioni mentre altrove dovrebbero essere, altrove curate…
Ma, nell’uno e nell’altro caso, che importa? Si tratta sempre del dolore degli altri, e come cantava De André, per tutti il dolore degli altri è dolore a metà.
E così, siamo spettatori attoniti dell’inazione del Parlamento (salvo l’agitarsi di questi giorni, ché chissà che accadrà con la pronuncia della Corte…), se di leggi sul fine vita si parla da tempo ma mai proposta è arrivata alla discussione in Aula… e siamo spettatori della burocratica inerzia che ancora si frappone alla cura per chi potrebbe e vorrebbe ancora vivere…
Diritto alla morte, diritto alla cura e alla vita. Possono sembrare questioni diverse e lontane, ma credo non lo siano affatto. Credo che appartenga ad un’unica ferocia quest’espropriare le persone della propria vita, da un lato costringendole a prolungarla all’infinito anche quando è una non vita di solo dolore, dall’altro negando le cure dovute, specie se considerate, le persone, di serie b (dove anche la “b” è scritta in minuscolo).
Strano paese, dove si riesce a negare dignità allo stesso tempo alla vita e alla morte.
Consegnando chi soffre al proprio dolore e lì dentro, per un verso o per l’altro, imprigionandolo…


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