Nuvole

1 09 2013

Alcuni pensieri, sul cammino di questo nuovo progetto, per il racconto dei trentatré anni di carcere  di Mario Trudu, ergastolano in quel di Spoleto.

Non è semplice, entrare in un carcere per incontrare un detenuto. Un ergastolano dei più cattivi, poi… Non è affatto semplice, occorre che la domanda sia formulata nella maniera migliore, occorre che dopo le verifiche arrivi un’autorizzazione e per questa è necessario che siano d’accordo tutti, educatori, direzione, magistrato di sorveglianza, comandante della polizia penitenziaria… Credendo che il momento fosse finalmente arrivato, mi ero affrettata a prepararmi per l’incontro: letto e riletto il testo della sua autobiografia, stampata una prima parte per discuterne insieme, quale proposta di lavoro, cosa dire, un foglio zeppe zeppo di appunti, per avere le parole per dire, un libro da portare in dono, anche… Ma qualcosa ancora non va. Si rinvia dunque. Eppure, non ce l’ho fatta, a restare a casa. Così ho preso il treno e comunque ho incontrato Nadia  (Nadia Bizzotto ricordate? che queste storie di ergastolani speciali mi ha fatto incontrare …  la causa di tutti i miei guai, insomma) e le ho chiesto di portarmi almeno fin sotto le porte del carcere di Spoleto, fin sotto il recinto, anzi, di ferro e filo spinato, come ogni carcere che si rispetti.(…)   Come per ogni carcere che si rispetti, un po’ fuori dal centro, per non turbare i sogni dei turisti dei nostri deliziosi centri storici, e neanche i nostri. Così, per iniziare ad annusare… Eh, bèh, bisogna proprio andarci, fuori ai cancelli. Per stamparsi bene in testa cos’è un carcere, per quanto possa essere illuminata la sua gestione, dentro (la realtà del carcere di Spoleto, circa 700 detenuti  un’ottantina al 41bis,  è stata definita nel giugno scorso dall’Osservatorio Carceri e dall’Unione Camere Penali, un’eccellenza, pur in un sistema pieno di difficoltà).

Osservare e prendere appunti, perché la scrittura delle storie dentro inizia proprio da lì, intingendo la penna nell’indicibile non colore delle mura e dell’aria tutt’intorno. L’unico abbozzo, meglio un aborto, di colore è la ruggine delle inferriate del muto di cinta… il resto è tutto sporco di grigio. Insomma una sporca scatola di cemento che s’immagina replichi quel  non colore anche all’interno. E mi ha ricordato, Nadia, di aver capito il vivere nell’assenza dei colori, quando Carmelo Musumeci ( che fino allo scorso anno era lì detenuto in massima sicurezza) le ha raccontato lo stupore e il piacere insperato provato nel vedere il verde della cima di un albero salendo un giorno all’ultimo piano, in infermeria, dove non tutte le finestre sono schermate in maniera da impedire la vista del mondo di fuori. Perché dentro ( lo sappiamo, lo abbiamo dimenticato?) bisogna accontentarsi del colore delle pareti…

Sulla strada, più in là compaiono gli alberi del viale, ma anche l’erba è morta a ridosso del carcere. Bruciate, lì accanto, anche le corolle dei fiori del campo di girasoli… eppure qualche chilometro prima ce n’erano ancora di belli, gialli e vegeti… E vedete? Quella è la zona dei 41 bis… si riconosce dalle finestre chiuse da una lamiera di ferro ( o materiale simile), e sembra copertura di tombe, che mette grigio su grigio anche sul più sottile filo di luce… ed è pensiero che dà i brividi, chiunque sia chiuso, sigillato, dietro quel velo feroce di metallo.

Ma quello che forse fa più tristezza è la sagoma di una stella cometa. Avete letto giusto, una stella cometa. Esattamente come quelle che si mettono in cima agli alberi di Natale, ma grande grande, sulla sommità di una delle due torri che sono le palazzine con gli appartamenti degli uomini della polizia penitenziaria, prigioniere anch’esse dietro l’inferriata di cinta. Un profilo grigio ed esitante, con cinque punte e tanto di coda ricurva, messo chissà quale Natale fa e che ancora, mi assicura Nadia, per chissà quale bizzarria, la sera s’illumina… quasi una beffa, ad annunciare un impossibile avvento. Surreale.

Una vista, quella del carcere, che toglie il respiro e le parole, e forse per questo il giorno dopo sono andata, al tramonto, fino ad Ostia, sul mare … per afferrare respiri e ritrovare parole. E ho ripensato a  Giovanni, altro finepenamai ma proprio mai, che da Opera mi ha scritto accennando al racconto del tempo della sua estate, il più doloroso da attraversare, per lui che amava le immersioni in mare… Pensando e ripensando, alla bizzarra idea di pretendere di educare uomini chiudendoli al mondo. Aggiungendo alla pena tortura su tortura. Un azzardo: perché non portarli una volta, una volta all’anno almeno, fino al mare.. magari, per sicurezza, con la palla al piede… giusto per far riassaporare qualcosa della vita…  Forse per questo Mario Trudu da trent’anni macina e rimacina le immagini del suo tempo fra i monti. Per trovare da sé e dentro di sé i colori che diano una ragione per continuare a vivere, in un sistema che è la negazione della vita e della dignità dell’essere uomini.  E in quell’inchiostro ha intinto la sua la penna…

Un ultimo pensiero. Tornando verso casa dal mare, da Ostia, attraversando l’Eur, sulla destra, all’altezza del Palazzo dei Congressi, è comparso un grande scatolone di ferro e vetro. Un grosso dado gettato lì, sul limite della strada. Ma a ben guardare dentro si intravede una struttura curva, il richiamo di una spirale. S’immagina di ferro anch’essa. Ah, certo, il nuovo palazzo dei Congressi,  la famosa “Nuvola” di cui tanto si è annunciato … Mi perdonerà chi l’ha ideata, ma mi è tornata l’ansia. Per quella nuvola vestita di ferro e nel ferro inscatolata, … quale astio le sarà cresciuto dentro…  per quelle nuvolette bianche, nuvole vere, che si riflettono, passando leggere, sulla vetrata della sua prigione…


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