Trentarighe

10 11 2013

Ritornando da Caserta… La presentazione ufficiale di Trentarighe, associazione di giovani giornalisti della Terra di lavoro… ricordate? nei libri di scuola, noi del secolo scorso abbiamo imparato che si diceva così… aveva il sapore di terra grassa e di grano. E così mi piace chiamarla, meglio che terra dei fuochi, se non sono più le girandole di quelli d’artificio, anche se ritornando dopo qualche tempo ogni volta vedo crescere il numero di chi si arrabatta a chiedere soldi per strada…  e passare per il corso, la sera, è tristezza che ti stringe il cuore. Comunque, arrivando mi sono chiesta cosa si poteva mai venire a dire, a questo gruppo di giovani alle prese con un lavoro difficile in una terra difficile, dove fragilità che sono oggi di tutti, si moltiplicano… cosa dire che non fosse retorica o frasi fatte, dall’alto, (o dal basso?) di chi se l’è cavata, cosa dire guardando in faccia alle storie di estrema precarietà dell’oggi. Che vengo a dire oggi che lo scenario è completamente diverso da quello dei miei tempi, che non conosceva lo sfruttamento feroce dell’oggi? Allora ho parlato con alcuni giovani, figli di miei amici siciliani e loro amici, per chiedere a loro, ma cosa vorreste sentirvi dire da una come me, cosa vi aspettereste da un’incontro come questo?

Bèh, mi hanno presa in contropiede. Appena ho accennato al fatto che si trattava della nascita di un’associazione di giovani cronisti: “che bella cosa!” uno di loro ha detto. Che bella cosa… con quella pronuncia piena e appena un po’ nasale che della Sicilia amo tanto.  E ho capito.., che la cosa peggiore della loro condizione ( dei “fortunati che arrivano ad avere di uno stipendio di 600 euro al mese, come di chi si è visto offrire 1 euro, 30 per un pezzo da rivista online.. avete sentito bene, un ero e mezzo), bene, la cosa peggiore della loro condizione è la grande frantumazione, che rende deboli e sfruttabili, divisi e ricattabili. “Siamo ognuno contro l’altro e questo permette anche la corsa al ribasso del valore del nostro  lavoro”… “Se  avessi un problema non saprei a chi rivolgermi. Il sindacato? Categorie debolissime nel sud, senza nessuna voce in capitolo”.. “Le realtà sono frammentatissime… non si percepisce nulla che possa fare da sponda”. (…)

Un’associazione, mi hanno detto, è una bella cosa da cui partire. E, sentite questa: “magari è contagiosa, come un virus”. Magari, insomma, può essere l’idea per arrivare a tessere una rete che rafforzi, trovando, tanto per cominciare regole comuni. Insomma, parole che sono meglio di un grande applauso, un segnale  che la nascita di queste Trenta righe è un passo nella giusta direzione… oltre la solitudine del nostro tempo. Quindi trovare regole comuni da difendere, cosa che serve anche per modificare l’opinione media che si ha della categoria, mi hanno detto i giovani amici siciliani. Forse quello che delle loro parole mi ha più colpita è quanto sentissero questo lavoro svalutato, senza prestigio, senza prospettive di prestigio futuro… “Siamo percepiti come straccioni” ha detto uno di loro. Straccioni… non so se sia proprio così, certo è triste sentirlo da persone che so non essere da meno di tanti più o meno “affermati” colleghi, che conosco appassionati soprattutto di questo mestiere. E sappiamo quanta ce ne sia, e di quanta ce ne sia ancora bisogno, di gente appassionata in queste terre. Un buon punto di partenza, dunque, Trenta righe, per creare una rete che possa diventare difesa di regole e valori e sponda per rivalorizzare questo mestiere, ridargli prestigio… Il prestigio poi uno deve anche costruirselo e coltivarlo, e penso all’intervento, onesto, molto apprezzabile di Giuseppe Perrotta, presidente di Trenta righe, che da qualche parte ha detto: anche noi questa professione a volte l’abbiamo resa serva di qualcuno… il rispetto lo definiamo noi… 

Certo è anche che di questo lavoro bisogna vivere. Ma penso che sia inutile illudersi cercando riferimenti nel passato. Io sono convinta che anche la Rai molto presto non sarà più questa grande casa, che nel bene o nel male ha imbarcato tanta gente. Non lo è già da tempo. Molto, moltissimo, in una Rai che ha sempre meno spazi di vero servizio pubblico, poggia sul lavoro di una gran massa di precari. Già, anche nel cuore di mamma rai, e i danni della condizione dell’essere precari sono gli stessi dappertutto, anche se si è pagati certo qualcosa di più di 1,30 euro al pezzo. E tranne che in poche “aree felici” ai più giovani si insegna altro, si insegna appunto l’essere l’uno contro l’altro armati, in un brutto gioco che va al ribasso. E qui, in più, siamo al Sud, a sud del Garigliano…  meno opportunità, più ricattabili che a Bologna, ad esempio… e allora che fare? O si ne va all’estero o si rimane nella realtà che meglio si conosce, guardando però al mondo globale…

Oggi che il precariato riguarda tutti i lavori la situazione è molto grave, in altri periodi forse ci sarebbe stata una guerra. Anzi, una guerra c’è, strisciante e che si combatte con altre armi che non fucili, ma i morti sul campo purtroppo ci sono lo stesso. E’ che piuttosto non vogliamo riconoscerli. Intanto il contesto generale cambia e il mondo ancora cambierà, in una forma che forse potrà sembrare regressione, ma sarà semplicemente un’altra storia. C’è una frase che si cita spesso e francamente non mi piace molto: Crisi=opportunità.. non mi piace perché immagino la risposta di chi nella crisi oggi sta annaspando. Ne parlavo prima di andare a Caserta, con mio marito… questo, mi diceva e penso un po’ anch’io, è una specie di Medioevo… che non è quel tempo tutto buio che credevo fosse quando ne ho letto sui primi libri di scuola, ma fase di passaggio… crollava un mondo e nascevano tante cose nuove… il ritorno alla comunità, ad esempio… tracce di qualcosa di analogo si può leggere oggi nel ritorno a una certa consapevolezza dei beni comuni, nella valorizzare di una sorta di localismo che non è quello leghista. Ecco, partendo da questo, si può cercare una strada possibile, anche per questo mestiere: rafforzare il rapporto con la realtà del proprio territorio, individuare iniziative legate al locale e che però sappiano guardare al globale, che è cosa più facile, naturale direi, per chi è cresciuto nell’era della rete. E qui c’è tutto da inventare. La comunicazione ha tante forme, tanti linguaggi, passa per tanti sentieri… la cappa oscura che viene dai meccanismi e dal dominio della criminalità si combatte non solo con il racconto e la denuncia delle pagine di cronaca nera, la criminalità si combatte anche scovando e provocando la domanda di rappresentazione che per mille motivi e paure, o anche solo per nostra distrazione e pigrizia, rimane inespressa. E chi meglio di chi sa rimanere nella maniera migliore ancorato al proprio territorio sa quanto la realtà nella quale si vive chieda di essere raccontata. Questa società, e sto parlando di questa terra, della Campania, di quale nuovo racconto, che si affianchi a quello conosciuto, ha bisogno, quali realtà premono per comunicare o possono essere sollecitate a comunicare, e quindi “provocate” perché diventino in qualche modo “editore”… trovare nuove strade, nuovi “committenti”, magari oggi nascosti… trovare nuove alleanze, con gruppi che siano espressione delle mille sfaccettature della realtà che abbiamo intorno e poi individuare il linguaggio per esprimerle, stanare, ripeto, possibili committenti, nuovi editori…

Certo è che per fare questo bisogna essere gruppo, per interagire con altri gruppi. Secondo me oggi solo il gruppo può funzionare per rompere vecchi meccanismi, e questo lo dico anche sul piano della realizzazione professionale, anche individuale.

Naturalmente leggo e leggevo le “grandi firme”, ma mi viene in mente quello che un giorno mi disse Ciro Paglia, caporedattore alla sede romana de Il mattino, quando con lui con molto piacere e sempre molto imparando ho lavorato: “un giornale è come una sinfonia, non la fa il primo violino, ma un buon direttore insieme all’intera orchestra”. E quanto aveva ragione…  Leggo adesso, mentre chiudo queste quattro righe, che Ciro Paglia è morto, proprio due giorni fa… che strano, averlo ricordato, senza saperlo, dopo almeno un quarto di secolo che non l’avevo mai più incontrato e neppure era mai capitato che tornasse nei miei pensieri, proprio adesso che va via… Se fossi un buon giornalista dovrei “capovolgere” questo scritto e ripartire con la notizia in testa… ma l’emozione è forte… per chissà quale antica comunione che torna… per strade altre…

 

 

 


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