Del suicidio in carcere…

5 01 2014

Francesco Scarcella, di 42 anni, originario di Castellamonte. Si è impiccato alla grata del bagno della cella con un sacchetto di cellophane attorcigliato e fatto passare attraverso le sbarre. Il primo suicida di quest’anno. Era in carcere per estorsione, a Ivrea. Il primo suicida dell’anno che a volte non vale neanche la pena di un nome e cognome. Ho dovuto scorrere molte pagine di molti siti “d’informazione”, prima di trovare qualcuno che ritenesse di dover farne il nome… Uccidendolo, non finiremo mai di ripeterlo, per la seconda volta. Perché non c’è nulla di peggio che scomparire  nell’indistinto… Un pensiero, a Francesco Scarcella, con questa poesia:  “Posso immaginarmelo/ tranquillamente crepato nel cuore / squassato nell’animo e tremante / davanti a tanto ferro grigio. //Posso credermelo ormai sfibrato / davanti a quelle regole diaboliche/che non aiutano nessuno/ …ed anzi spesso inducono / ad “infernali pratiche”. //Posso senza sforzo alcuno immaginare/ quella molle / morta corda / animarsi di colpo / “stiracchiaaarsi” / tirarsi sempre più / fin sulla barba / e poi oscillare fino a fermarsi…// Povero Nazareno! / Forse non riuscirà più a difendersi / ed ha scambiato il suo ultimo / tenue filo di speranza /con una robusta corda / da collo”. (…)

Una poesia, ( ricordate? in Urla a bassa voce , pag.115) che Giuseppe Perrone ha dedicato all’amico Nazareno Matina morto il 3 giugno 2011 nel carcere di Spoleto. Anche allora, quasi nessun giornale ne aveva parlato. Una morte, come tante passata inosservata  fra l’indifferenza  di chi non vuole rendersi conto della carneficina che si sta consumando dentro le nostre galere. I parenti di Matina, ricordo, avevano comunque contestato il fatto che di suicidio si fosse trattato, e chiesto l’apertura di un’inchiesta.

Ma quando una persona si uccide in carcere, ed è alla “custodia” dello Stato che una vita viene affidata, un non è sempre e comunque di omicidio che si tratta? Mi vengono in mente le parole del filosofo Giuseppe Ferraro. “Non c’è delitto perfetto che non sia fare in modo che la vittima designata si faccia suicida. Il caso viene chiuso. Non ci sono prove, né impronte. Sono bastate le persecuzioni, le parole, l’esclusione, la mortificazione, l’emarginazione, la maledizione, la tortura. È stato alla fine la vittima a commettere il suo omicidio”. Così sul suicidio, Ferrraro in una lettera a Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo… Pagina, che anticipo, di un libro che verrà…

Buona befana a tutti


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