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    Rieducazione?

    Dal Carcere di Opera, una lettera di Alfredo Sole. La pubblica in questo numero la rivista “Una città”. Nella rubrica “Lettere ostative”.  Invito a leggere, si impara sempre qualcosa…

    “Qual è la funzione del carcere? Punitiva, logicamente, ma non è solo questa. Se lo fosse si rischierebbe che il detenuto, dopo aver scontato il suo reato, tornerebbe in libertà con una volontà delinquenziale rinforzata e con un odio che scaricherebbe sulla società. Il carcere ha una duplice funzione. Da una parte afflittiva, che tuttavia non deve mai sconfinare nella disumanità. Dall’altra parte ha la funzione di rieducare il detenuto. Sentiamo spesso questa parola: rieducare. Ma come funziona? Non ci si può di certo aspettare un trattamento fantascientifico di lavaggio del cervello, né un’equipe di esperti conoscitori della mente umana e detentori della assoluta certezza del confine fra bene e male, tale da poterla trasferire al detenuto e renderlo un saggio asceta. Allora, come funziona? Sinceramente è un mistero anche per me che in carcere ci vivo da 23 anni. (…) Quello che so per esperienza personale è che l’educatore si limita a farti visita una tantum. Ti pone delle domande e in base alle risposte scrive le sue  impressioni. Tutto qui? Sì, e non sarebbe poco se questi colloqui con l’educatore fossero un modo  per sondare se la mentalità del detenuto è cambiata dopo un’esperienza educativa di tipo scolastico, di formazione lavorativa, di un percorso tratta mentale che miri al reinserimento del detenuto nella società. Ma purtroppo molto spesso questi percorsi non esistono e l’intervento dell’educatore è fine a se stesso, nasce dal nulla e finisce nel nulla. Stabilito in linea di massima che la delinquenza nasce dall’ignoranza, si è ben pensato di portare l’istruzione dentro le carceri per cercare di cancellare dalla mente del detenuto quella subcultura dove si è formato. A rinforzo della cultura intervengono anche formazioni di lavoro professionale con vari corsi. Se tutto questo fosse la regola quella “rieducazione” avrebbe un senso compiuto, ma, purtroppo, è solo un’eccezione. Sono pochi i carceri in Italia dove si attua un percorso rieducativo. Nella maggior parte dei casi la “rieducazione” non è altro che una parola dai contorni non definiti, e il carcere diviene esclusivamente un mezzo per infliggere dolore e frustrazione, educando il detenuto all’odio. Ci sono anche casi, come qui ad Opera, che, seppur sono attivi corsi vari, scuole e quello che potrebbe sembrare un ottimo piano trattamentale del detenuto, in realtà è solo fumo negli occhi. Iniziai i miei studi universitari nel carcere di Livorno e, come da codice penitenziario, la direzione del carcere mi agevolava negli studi anche autorizzandomi all’uso dell’ormai inevitabile computer. Con un improvviso trasferimento qui ad Opera, persi la borsa di studio, più di un anno di studi e il computer che mi fu “sequestrato” non appena arrivai qui. Ora, nonostante un’ordinanza del Magistrato di Sorveglianza, in cui si ordina alla direzione la restituzione del pc, nonostante una interrogazione parlamentare al Senato ( purtroppo senza seguito a causa della fine del governo precedente), da tre anni aspetto che mi venga permesso l’uso del computer senza alcun risultato, se non quello di frustrarmi per l’impossibilità di scrivere la mia tesi di laurea. Vien da pensare che in questo carcere non c’è nessuna intenzione di RIEDUCARE, e che anzi viene ostacolato anche chi tende con lo studio non solo a istruirsi, ma principalmente a cambiare il proprio modo di pensare la vita. Son queste le carceri che vogliamo, dove un detenuto deve lottare con tutte le sue forze nel voler cambiare, mentre il carcere fa di tutto per tenerti nella tua vecchia ignoranza? Si parla di modernizzare le carceri, renderle più vivibili, creare un ambiente “sano” dove non si alimenti l’odio, con una buona dose di istruzione, col responsabilizzare, insegnare dei lavori che possano servire alla società una volta tornati liberi. Ma nonostante queste buone intenzioni, io mi trovo impossibilitato a prendere la mia laurea in filosofia, perché la direzione di questo carcere si ostina a non fare usare i computer ai detenuti. Se si vuole davvero un cambiamento delle carceri, non si possono lasciare queste al comando di conservatori che altro non faranno che sperare in un fallimento per poter dire: “Avete visto? Con questi bisogna usare esclusivamente il bastone”.

    Alfredo Sole, carcere di Opera

     

     

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