Zingari, fontanelle e gabbiette..

16 04 2015

A proposito, oggi, della giornata dei Rom…. Un pensiero di Gatto randagio ( da Remo Contro)… pensando, alla Giornata Mondiale dell’Acqua, domenica appena passata… Leggendo, di un rubinetto che da qualche parte qualcuno ha chiuso…

La denuncia viene ripresa da “Cronache di ordinario razzismo”, puntuale agenzia sul nostro razzismo quotidiano. Come ben racconta Sergio Bontempelli sul Corriere delle Migrazioni, mentre molte amministrazioni locali, in nome del principio che l’acqua è  bene pubblico, hanno aperto «fontanelle» di acqua potabile, a disposizione di tutti, a Pisa, invece di aprirne di nuove, “l’amministrazione ha addirittura provveduto a piombare le fontane, come si dice da queste parti: ha cioè tolto i rubinetti, e ha saldato – con il piombo, appunto – tutte le fessure, in modo da impedire l’erogazione di acqua”.

Ma la notizia nella notizia fa sobbalzare. Nella motivazione data dai “tecnici” a un’interrogazione dei consiglieri di lista civica a un certo punto si legge: «quanto alla fontana di Via Putignano è stata richiesta la cessazione nel 2009 perché ci andavano a prendere l’acqua gli zingari». Avete letto bene: «perché ci andavano a prendere l’acqua gli zingari».(…)

E lasciamo perdere il fatto che alla fine, per sottrarre l’acqua ai rom, si leva un servizio pubblico a tutti…, nella denuncia si ricorda che le politiche della Giunta pisana ( sindaco Marco Filippeschi, PD) sono più volte finite nel mirino delle organizzazioni internazionali per i diritti umani…

Non so come stia andando questa piccola vicenda, che un bel po’ fa vergognare, ma alla fine siamo sempre lì… Si individuano categorie di persone, si decide che non appartengono alla nostra umanità, le si respinge verso il nulla. Ieri vietati i negozi agli ebrei, oggi le fontanelle ai rom. Che, so bene, non sono simpatici a molti… prigionieri chissà se più di pregiudizi o di retorica all’incontrario. Ladri di bambini, cuore di Carmen e balli da operetta… L’invito è, come sempre, a conoscere le storie della vita quotidiana. Di uomini e di donne.Fra tante mi colpì molto una vicenda accaduta a Roma, esattamente due anni fa. Lo sgombero di una baracca sul limite del Tevere. Vi abitavano Florin e Liliana, i genitori di una bambina di 14 mesi che qualche mese prima era caduta nel fiume e poi morta in ospedale. Quei genitori donarono gli organi della bambina e il Comune li aveva persino elogiati. Quanta ipocrita retorica… Florin e Liliana poche settimane dopo hanno visto la loro casa abbattuta, senza preavviso, come si usa. Sono stati costretti ad allontanarsi in tutta fretta con le loro cose e i pochi ricordi della bambina morta… Un gesto, quello sgombero, di grande violenza, e che molta più violenza insegna. Un gesto, che “educa” alla violenza e anche alla paura. Ma a chi importa?

A proposito di educazione alla paura. Dagli appunti del mio taccuino… Su un vagone del trenino, che porta fuori Roma, sale una giovane donna. Forse ha trent’anni, forse molti di meno. La vita, sul volto delle zingare, lascia presto i suoi segni più profondi. La segue il suo bambino. Vivacissimo, con dei grandi occhi neri e una brutta tosse. Ma si muove e saltella e si alza e si risiede con l’energia curiosa dei bambini della sua età. Tre anni, mi dice la madre. Che lo afferra, lo bacia, lo lascia, lo riacciuffa. Lui le sfugge e mi sfiora. “Non disturbare”, lo ammonisce lei. Il bambino mi fissa. Gli occhi diventano ancora più scuri, e  indicandomi con il dito chiede alla madre: “Polizia?”. Tre anni e, mi chiedo, quali e quanti gli orchi nelle sue fiabe… “Polizia?” insiste. Legge la risposta nel mio sguardo e, che sollievo!, subito poi ridacchia. I bambini…   

Altro appunto, solo di ieri. A proposito di un giovane di origine rom, in un carcere della Toscana. Cognome slavo, nome dei nostri… diciamo Antonio. E’cittadino italiano. Me ne ha parlato una volontaria che lo incontra in carcere, stupita e ammirata. Perché Antonio, dopo l’ultima “stupidaggine” che ha combinato, ha incontrato in carcere uno psicologo che gli ha spiegato quanto la cultura sia importante, quanto i libri possano indicare una strada per ritrovarsi, ricostruire la propria vita. E’ stata come un’illuminazione. Da allora legge legge legge tutto quello che può,  cercando nei libri il senso di sé e della nuova vita che vorrebbe. Mi è tanto piaciuta, questa storia, che gli ho mandato una raccolta di fiabe del suo popolo, “Il rametto dell’albero del sole”. Dove magari trovare altre tracce di sé. C’è la storia di “Andrusz, che non amava i fagioli”. Deliziosa. Andrusz era un povero ragazzo che gli Zingari trattavano davvero male, affidandogli lavori molto ma molto pesanti… “ora gli ordinavano di portare le fascine in un bosco lontano, ora di togliere tutte le pulci dal pelo dei cani”. Andrusz se la passava male con gli Zingari. “Lo facevano lavorare come fosse un trovatello o uno Zingaro con fissa dimora, o che so io”. Avete letto bene: “come fosse uno Zingaro con fissa dimora”!

Bellissima, poi, la storia dello zingaro diventato povero perché non riesce a vendere le gabbiette che costruisce, perché non può che costruire gabbiette dalle quali gli uccelli possano volare via, liberi…

Ah, gli Zingari! Sempre ricordando di quando volavano come gli uccelli…

Penso spesso che se il mondo avesse un cuore più zingaro la smetteremmo di arroccarci in vite sempre più astiose e infelici, a difendere il nulla del nostro immiserirsi. Forse a nessuno verrebbe in mente di piombare fontanelle, e penso staremmo tutti molto meglio. Ma questa è solo un’altra fiaba…

 


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