LA LEZIONE DI UN ERGASTOLANO

24 12 2019

autoritrattoLa sera di due mesi fa (era il 24 ottobre) la morte ha liberato dall’ergastolo Mario Trudu. Un uomo, uno scrittore, lo dipinge Maria Rosa Tabellini, che lo ha conosciuto a San Gimignano, suo “studente” nel laboratorio di scrittura del carcere, e ha dedicato a lui questo intenso scritto, bellissimo racconto. Con il quale vogliamo ricordarlo questa sera di Natale, che tutti speravamo Mario potesse trascorrere nella sua casa…

“Era un uomo che assomigliava a un albero: la stessa scorza ruvida a ricoprire un interno più tenero e chiaro, dove i cerchi concentrici segnano gli anni. Un uomo simile a un albero della sua Sardegna: uno di quegli alberi che, spinti dalla forza inesausta del vento, si abbassano verso il suolo, e continuano, pur così affaticati all’apparenza, a portare foglie e rami, e a sprigionare i profumi aspri della natura, talvolta coi rami feriti o bruciati dagli incendi originati dalla calura implacabile o più spesso dalle faide interminabili. Era un uomo che nutriva per la natura un amore primordiale, radicato attraverso chissà quanti strati di esistenze passate sulla sua isola. Era un uomo che coltivava l’arte antica dell’intaglio nel legno, creando piccole figure di animali in cui racchiudeva la sua vita; un uomo che aveva imparato il disegno dal tratto sottile: incisioni nette che tuttavia non ferivano il foglio, ma lo accarezzavano con la bellezza delle figurine precise e al contempo delicate: un cavallo fatto di piccoli punti che si staglia sul foglio, un paesaggio depositato nella memoria, un volto, il proprio volto come era, o forse come sarebbe stato se la strada della vita non fosse diventata a un tratto così stretta e chiusa e tortuosa. Un uomo, infine, che aveva il dono della scrittura: aspra e vigorosa e fiera anche di quel suo stile, non sempre canonico (ma non c’era niente di canonico in lui), che – diceva – lo rappresentava nel suo essere autentico.
Quell’uomo si chiamava Mario Trudu, era un pastore ed era un ergastolano. Ergastolo ostativo: quello certificato con la dicitura “fine pena mai”, o con una ancor più tragica e sarcastica data stampata su un foglio che è come la pietra su un sepolcro infernale: fine della pena 99/99/9999.
Non alzino il sopracciglio i benpensanti che si beano nell’emettere sentenze. Chi siamo noi per giudicare? Trudu aveva sbagliato, ma aveva anche subito i colpi degli errori di altri, vittima di oscuri equivoci giudiziari e della sua stessa ostinazione a inseguire un destino che gli si è accanito contro in un modo che ha dell’incredibile. Impastato dalla sfortuna: come gli aveva detto sua madre incontrandolo in carcere.
Trudu ha raccontato la sua storia in un libro, Totu sa beritadi (Tutta la verità). Storia di un sequestro (ed. Stampa alternativa), che non può lasciare indifferenti nemmeno i più freddi e accigliati giudici, se solo si fermano per un attimo a interrogarsi su che cosa sia un uomo. In un altro libro ancora, Cent’anni di memora. Elogio dei miei vecchi (ed. Stampa alternativa), intessuto di disegni, ha tracciato le fila che lo legavano alla sua isola, quella che gli ha trasmesso il carattere indomito che certo non gli ha giovato nei rapporti con chi ha avuto nelle proprie mani la sua sorte. Perché Trudu, pur riconoscendo i propri errori, non era il tipo da umiliarsi né, tanto meno, da fingere per ottenere qualche vantaggio. Trudu, infatti, non è mai stato un pentito: un pentito, intendo, di quelli che fanno di tale istituzione un uso strumentale. Ma era stato capace di intraprendere in carcere un cammino che, pur non mutandone l’indole, gli aveva dato la forza di rivedere il suo vissuto e il motivo per continuare a vivere, a studiare, a imparare.
Ho conosciuto Mario Trudu recandomi nel carcere di San Gimignano a tenervi un corso di scrittura. Mai avevo sentito pronunciare il titolo di “professoressa” con altrettanta gratitudine e con quella deferenza dal sapore antico che, manifestata da altri, mi avrebbe forse insinuato il sospetto di affettazione, e in lui era invece il segno di autentico rispetto e gratitudine. Ma ero piuttosto io ad essere grata a lui, e agli altri suoi compagni che mi hanno dato modo di trasmettere la bellezza della letteratura in chi la accoglie come una sorsata di acqua limpida. C’è un libro che – per convenzioni editoriali – è rubricato sotto il mio nome: A volte mi ritrovo sopra un colle, edito da Marcianum press, Venezia. È una raccolta di racconti di cui ho curato la genesi e la pubblicazione, scritti da alcuni miei corsisti detenuti a San Gimignano che hanno voluto mettersi in gioco come scrittori veri: non sono racconti di tono carcerario, ma immagini di spazi aperti, sogni e ricordi rivissuti all’interno delle mura di cemento il cui passaggio è scandito da pesanti cancelli di ferro. «A volte mi ritrovo sopra un colle» è un endecasillabo (involontario) che, ricavato proprio da un racconto di Trudu, ho scelto come titolo della raccolta, a rappresentare quanto di aperto e vivo ci sia anche dentro un carcere, e nelle persone che si sforzano di mantenersi tali senza marcire. Merita leggerne una citazione più ampia per intendere quanto la prosa di Trudu fosse frutto esclusivo della sua immaginazione: «Alle volte i luoghi e il bestiame li sognavo durante la notte e ancora oggi, dopo più di trent’anni, a volte rimango assorto, rivedendo quei paesaggi. Se ho superato questi decenni di carcere penso che sia merito del sapermi estraniare dalla realtà: sono sempre in viaggio con la fantasia a visitare posti conosciuti e sconosciuti. A volte mi ritrovo sopra un colle o su un masso, seduto ad osservare il panorama, vedo questi posti chiarissimi, sento i rumori, gli odori e vedo dei fiumi che attraverso saltando da una pietra all’altra e mi sembra di vedere anche le trote che li popolano. Quando sono assorto nei miei pensieri non vedo e non sento nient’altro».
Non so quale forza sostenesse Trudu distogliendolo dal mettere in atto una decisione estrema. Non la fede (ci sono dei detenuti che, dopo lungo travaglio, scoprono i valori del vangelo cristiano e li vivono intensamente); nemmeno la speranza, ché da tempo Trudu aveva deposto la speranza di poter almeno godere di quei benefici che sembrano non essere negati nemmeno agli assassini più efferati – una mezza giornata di permesso, ad esempio, per poter assistere alla presentazione di un suo libro: ma a lui tutto era negato.
Forse a sostenerlo era la dignità di non volersi arrendere a un nulla che minacciava di inghiottirlo. O forse era l’istinto di sopravvivenza che non si spegne neanche nell’animale braccato. Io ho conosciuto un Mario Trudu ormai provato nel fisico e reso più saggio dagli anni, ma immagino che da giovane fosse come il cane che, catturato randagio, si avventa contro la rete del canile e sembra invasato di rabbia, tanto che gli altri cani, frastornati, gli fanno il vuoto intorno; ma poi si acqueta e ti guarda con occhi divenuti tutt’a un tratto fiduciosi, se avverte che non sei andato lì per fargli del male.
Erano quaranta i cerchi concentrici disegnati entro il tronco che era la vita di Mario Trudu: quaranta come gli anni che ha trascorso in carcere, fino alla morte.
“Voi non vedeste mai il mio lato in fiore!”: il grido accorato che Serepta Manson lancia dalla sua tomba sulla collina di Spoon River dovrebbe essere inciso su quella di Trudu. Noi che da tempo ci rechiamo nel carcere di San Gimignano l’abbiamo conosciuto, il suo lato in fiore: erano i fiori di asfodelo che coprono d’azzurro i campi della Sardegna. Perché c’era tornato, sì, nella sua isola, dopo una lunga attesa di trasferimento. Ma i campi della sua adolescenza non li aveva mai più rivisti. Perseguitato da una sorte beffarda al pari degli antichi eroi greci inseguiti da divinità vendicative, in Sardegna era capitato in un ambiente carcerario che gli era ostile per atavico pregiudizio. Da quel momento, non l’ho più rivisto, e i miei contatti con lui sono stati soltanto epistolari, vissuti nella consapevolezza della mia impotenza di fronte a un destino assurdo e senza scampo.
Trudu non soffriva soltanto per le ingiustizie che aveva subito e per i dolori che lui stesso aveva provocato, ma anche per le notizie dei mali nel mondo, che gli giungevano attraverso i canali che raggiungono anche l’universo carcerario: qualche giornale, qualche rete televisiva delle più canoniche. A molti potrà suonare come una bestemmia, ma quando leggo di giovani dalla pistola facile che si uccidono per la droga, o di ragazzini – bambini! – che si sfidano a fotografarsi sui binari dell’alta velocità al sopraggiungere di un treno, penso che a questi giovani è mancata la lezione di Trudu: il rispetto per la persona propria e altrui maturato negli anni, l’attenzione vigile alle insidie della nostra epoca, la tenacia nel testimoniare le tradizioni arcaiche di un mondo certo più povero di mezzi, ma più solido negli affetti e nella cura delle risorse della terra.
Omero racconta che le anime dei morti si aggirano nelle ampie distese dei prati di asfodelo. Per «i prati vestiti di asfodelo» si allontana infatti Achille accennando a un sorriso dopo l’incontro con Ulisse, nel libro XI dell’Odissea. Trudu amava l’epica di Omero: aveva tradotto in sardo l’Iliade. I suoi compagni mi raccontavano di quando lo sentivano recitare a gran voce quei versi arcani e poderosi, attraverso le strette inferriate della cella. Voglio immaginare che quegli eroi, usi ad andare a visitarlo in cella per tanti lunghi anni, vadano adesso ad incontrarlo, e lo accompagnino tra gli asfodeli al cospetto della Giustizia, quella vera, che non è mai disgiunta dalla misericordia.

Maria Rosa Tabellini


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