Dissenso e povertà dietro le sbarre … altro che mimose

9 03 2020

 A mural painted by Banksy, 

Quali mimose… Sarà perché, in compagnia di una donna del Sud, Sandra Berardi, ho percorso la settimana, affiancandola in incontri per parlare, a proposito di quel “sud” che è il carcere, di quel sud del sud che sono le donne in prigione…
Ma questo otto marzo, l’invito è a dedicare un pensiero a Valentina. Sì, alla donna che la settimana scorsa ha lasciato il suo bambino alle spalle della stazione Termini, a Roma, per allontanarsi, chissà per dove, con l’altra sua figlioletta. A Valentina, andata via da una casa-famiglia dove ultimamente era stata accolta e che chissà quale smarrimento l’ha portata ad abbandonare il suo bambino… Valentina, venuta anche lei da un sud del mondo, nata a Gallarate, “ma” di origine croata, e qualcuno dice subito rom… che di margine in margine ha trascorso gli anni, fra periferie e roulotte, con i suoi due bambini, l’ultimo, leggo, non riconosciuto dal padre. Una donna che forse andrebbe aiutata a uscire dalla sua disgraziata vita, ma che ora invece è chiusa in un carcere. E pace.
L’accusa certo è grave, abbandono di minore. E che dire…
Eppure, come non pensare alla sua solitudine, al suo più grande smarrimento, nella cella di un carcere… Altro che mimose. Pensate i pensieri bui, il dolore, la paura. Perché questo è il carcere. Soprattutto per chi vi entra per la prima volta, e da Valentina ora è lontana anche l’altra sua bambina, che pure teneva stretta stretta a sé sul treno nel quale l’hanno arrestata. E chissà, magari qualcosa pensava di poter fare per lei, per loro due insieme. Leggo, anche, che la prima cosa che avrebbe chiesto quando l’hanno fermata, è se l’avessero trovato, se stava bene, quel suo bambino…
Storia purtroppo che più emblematica di così è difficile immaginare. In uno Stato che tutte le marginalità ormai tende a risolverle nella gabbia di un sistema sempre più penale… e cosa di più marginale di una donna, italiana ma con quel cognome-marchio dell’est che subito insospettisce, con questi due figli senza padre… e quel reato, abbandono di minore, che è difficile di trovarne di più “riprovevoli” in un paese che la retorica vuole (ormai voleva) tutto mamme e bambini, e che guardandosi intorno vede che bambini ce ne sono sempre meno… e quella che, avendoli, li abbandona…
Sarà il carcere a recuperarla? A darle quello che serve perché una mamma non pensi di abbandonare il suo bambino, magari sperando che lo trovi qualcuna più brava e fortunata di lei…
Faccio fatica a pensare che questo possa accadere nella miseria della vita carceraria (perché il carcere è miseria, è violenza, è negazione). Il carcere, soprattutto per chi vi entra la prima volta, per una serie di sciagurate condizioni e azioni in buona misura indotte da condizione economica, degrado, abbandono, o semplicemente difficoltà che tutto intorno fa pensare insormontabili, rischia piuttosto di produrre una definitiva cesura con la società…
E quale pena nella pena è, poi, per una donna. Carcere è nome che istintivamente evoca un universo maschile. Maschia è l’eco di voci e di volti che rimanda e a cui normalmente pensiamo. E tutto in termini maschili è pensato, se le donne sono “talmente poche”… il 4% del totale, dicono le statistiche. Appena qualche migliaio. Nella percezione esterna sembrano scomparire. E infatti di Valentina già non parla più nessuno.
Ma possibile che non ci sia altra strada?
L’abbandono di minore è un reato punito dall’art. 591, che prevede, per chi lo commette, la reclusione da sei mesi a cinque anni, aumentata (da 1 a 6 anni) se a compiere il reato è il genitore… E’ procedibile d’ufficio. Comunque l’arresto è facoltativo, è consentita la custodia cautelare.
Ma per Valentina, per ora, non sembra ci siano stati dubbi. In carcere!
Per ora rimane lo Stato che punisce, che solo sa punire anche chi della vita è stato depredato. Certo, è molto più semplice che non incamminarsi sui sentieri della complessità…
Viene da pensare alla scena di Pinocchio, che pure discolo era stato, ma alla fine derubato dei suoi denari va davanti al Giudice a raccontare ‘per filo e per segno’ la frode di cui era stato vittima… Ricordate?
-Il Giudice lo ascoltò con molta benignità, prese vivissima parte al racconto, s’intenerì, si commosse e, quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e sonò il campanello. A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da gindarmi. Disse loro: “Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo in prigione!”. Pinocchio avrebbe voluto protestare ma…
– I gindarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo misero in gattabuia. E lì v’ebbe a rimanere quattro mesi, quattro lunghissimi mesi. E vi sarebbe rimasto di più se non si fosse dato un caso fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di Acchiappacitrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche, fuochi artificiali… e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte anche le carceri e mandati fuori tutti malandrini…
E, allargando un po’ il discorso… chissà quando arriverà, per questo paese di Acchiappacitrulli, la grande vittoria da festeggiare mandando fuori “tutti i malandrini”… Eppure, sarebbe in sé una gran vittoria, un atto di riassunzione di responsabilità politica, di una politica che abbia il coraggio di scrollarsi di dosso, invece che crogiolarvisi dentro, la trappola del consenso… un’amnistia, ad esempio…. parola che farà ‘inorridire’ molti, eppure… quanto bisogno ci sarebbe di conciliazione, anziché di esasperazione, se la punizione del reato, in molti casi, è come e più del reato lesione sociale.
Amnistia. Parola che ricorre nei pensieri e negli scritti che in questi giorni arrivano da un altro carcere, da un’altra donna, alla quale pure invito a pensare questo 8 di marzo. Quali mimose per Nicoletta Dosio, la No Tav in carcere da più di due mesi. Con i suoi 72 anni, lei sì, avrebbe potuto trovare modo di non scontare la pena in carcere. E invece no. E’ rimasta lì, per aiutarci a capire, con i suoi racconti e le sue denunce, la brutalità e l’inutilità dell’istituzione penitenziaria. Invocando l’amnistia, oltre che come “riconoscimento delle resistenze collettive contro le ‘grandi male opere’, le guerre e gli armamenti, lo sfruttamento dei lavoratori e le ‘fabbriche della morte’, per il diritto alla casa, alla salute, ad un lavoro dignitoso…”, l’amnistia come estinzione anche dei “reati di povertà”. Bel pensiero di donna. Da sventolare nei cortei e nelle piazze. Altro che mimose…


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