L’abbraccio virtuale che non ci salverà

2 03 2020

Commuove, forse, ma molto più fa rabbrividire. E non è cosa che si possa presto accantonare. Io ancora rabbrividisco, dopo averlo visto… quel video che avrà già incuriosito molti di voi… e che mostra l’incontro di una donna con la figlioletta morta tre anni prima, incontro reso possibile in un mondo virtuale creato apposta per loro. “I met you”, il titolo del documentario che racconta l’esperienza di Jang, donna coreana, madre della piccola Nayeon, che una malattia incurabile le ha portato via quando aveva appena sette anni…. Ed eccola lì, Nayeon che alza lo sguardo lucido verso sua madre, che è lì davanti a lei, e che noi vediamo allungare le braccia verso la bambina, che la madre, attraverso il visore per realtà virtuale che indossa, riesce a vedere come fosse lì, viva e palpitante, su quel prato verde disegnato per i loro passi nel nulla… E grazie a sensori che ha alle mani, sembra che Jang riesca a toccare quella che sappiamo essere solo una riproduzione elettronica della figlia… E la chiama, e si commuove e, magia della realtà virtuale, in qualche modo mamma e figlioletta interagiscono…
“Come stai mia piccola Neyeon?”
“Vieni mamma, lascia che ti mostri la mia piccola casa…”, e Jang segue Nayeon lungo un sentiero che ali di farfalla illuminano di primavera…
Commuove, forse, ma molto più fa rabbrividire. Soprattutto quando la regia, una sorta di meccanica versione contemporanea di quei presunti intermediari fra la vita e la morte che sono i “medium”, ci fa vedere, in un’altalena fra reale e virtuale, la verità di una donna sola, persa nel verde acido di un croma key sul quale, solo per lei, si muove un mondo che non esiste… e le sue mani perse nel vuoto…
E molto, molto di più fa smarrire. Date un’occhiata anche voi, se ancora non l’avete visto…
https://movieplayer.it/news/i-met-you-madre-figlia-morta-incontro-vr-documentario_76547/
Nuove, nuovissime tecnologie. Come non porsi domande su quali limiti, e quale etica… Come non interrogarsi su quel passo in più compiuto verso l’indistinzione fra il reale e il virtuale dai cui lati oscuri c’è chi pure tenta di metterci in guardia, e che ora arriva a toccare, in qualche modo impoverendola, deturpandola, la questione enorme del confine fra la vita e la morte… Non è cosa che si possa, voltando pagina, accantonare. Le domande che si affollano sono tante… a cominciare dalla più banale su cosa ne è di quella madre, magari per un attimo felice, dopo l’interruzione di quel processo doloroso, delicatissimo e necessario che è l’elaborazione del lutto… fino a chiedersi della legittimità di una menzogna così grande, così grave, che si fa beffa dell’unica cosa di cui al mondo si è certi, che il tempo di ciascuno su questa terra ha un limite, e che aggiunge confusione alla confusione che già abbiamo sulla vera natura dell’esistenza…
Non per passare da un estremo all’altro… ma mentre ho ancora nelle orecchie il pianto di Jang, lo sguardo mi casca su una copertina azzurrognola un po’ sgualcita: “Il libro tibetano dei morti” che, molto sintetizzando, descrive le esperienze che l’anima cosciente vive dopo la morte, detta comportamenti anche per chi è accanto alla persona che sta per lasciarci… ma che, a leggerlo in termini psicologici più che religiosi, può soprattutto insegnarci a vivere…
Lo consiglio, per chi voglia cercare risposte ripercorrendo sentieri di insegnamenti antichi.
“Ora si manifesta il segno che la terra si dissolve in acqua, poi l’acqua in fuoco, il fuoco in aria, l’aria in coscienza”. Ad essere sincera, la prima volta che mi sono avventurata in questa lettura, molto mi sono spaventata, leggendo delle proiezioni della mente che pure appaiono come cosa vividissima e reale. E sono meravigliose e pacifiche, o terribili e irate, e sono la speranza e la paura, e molto più incombenti dal momento che la coscienza non è più ancorata e difesa dal suo legame con il corpo fisico. Immaginate un po’, a prenderle alla lettera…
Ma poi, rileggendo. Rileggendo in termini di situazioni di vita, ritrovo le parole di un dolce accompagnamento, un aiuto a non lasciarsi attrarre da ciò che troppo e male può legare alla vita, a rifuggire la luce degli spiriti famelici, liberarsi dalle proiezioni della nostra mente, riconoscere il colore della purezza… Un testo che molto può servire soprattutto a noi occidentali. Può aiutarci a trovare meno difficile confrontarsi con la morte, noi che tanto ne rifuggiamo il pensiero, ma può soprattutto insegnarci a vivere, insegnandoci a trasformare la passione in compassione…
Rimane, certo, il pensiero delle persone morte che è cosa che mai ci abbandona. E sempre frughiamo intorno a noi, per cercare chi non c’è più.
Pensieri che da sempre sono “tentativi di riportare i morti alla vita”.
Cercando ancora riposte. Attingo agli appunti di Elias Canetti (una delle mie ancore, avrete capito)… “Si è più impegnati nel riportare in vita che nel conservare in vita. Il desiderio di riportare alla vita è il nocciolo di ogni fede. Da quando non temiamo più i morti, sentiamo nei loro confronti una sola, smisurata colpa: di non essere in grado di riportarli fra i vivi. Questa colpa non è mai forte come nei giorni più vivi e più felici”.
Ancora, da una pagina di Anna Maria Ortese: “Chi potrebbe affermare che i morti siano veramente sotterra? Una volta gettata l’ultima palata sulla loro fossa, essi si alzano e si allontanano vacillando pei sentieri oscuri, quali verso i cieli, quali verso i mari, quali verso le versi profondità del globo, e Dio solo sa dove andranno e quale forma rivestiranno, e se non ci fissano, ogni giorno, assorti, sotto forma di un povero animale o di un fiore”…
Insomma, rifuggendo dalle mistificazioni e dai percorsi sdrucciolevoli di realtà virtuali, propongo il “libro della nascita e dello spazio”, come pure il libro tibetano è stato definito, e due scritti di autori immensi che tanto hanno riflettuto sul confine che ci separa da chi ci lascia… per ritrovare il respiro di un pensiero profondo, e respingere l’illusione di trovare soluzioni a questione così enorme, terribile anche, semplicemente mettendo in testa un casco e raccontandoci l’ennesima, facile, arrogante bugia, per sottrarci al confronto con la nostra umana finitezza…


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