Sulle orme di Bashò

23 03 2020

In quanti modi si può viaggiare? “Ulisse che torna a Itaca, Sindbad il marinaio… sono viaggi fin troppo evidenti”. Da Cascina Macondo, arriva un racconto pieno di poesia e della magia, nel bene e nel male, del nostro andare nella vita. Un bel regalo in questi tempi di reclusione collettiva

Immaginate un pezzetto di terra, ai piedi di un grande rovere. Tutto lì, in un quadrato di cinque metri per cinque, i lati tracciati col gesso a delimitarne lo spazio. “Una sorta di cella all’aperto, ma anche una sorta di fortezza inaccessibile a chiunque” dove Ah-Che-Waga-Chun decide di rinchiudersi per un tempo indefinito.
Ah-Che-Waga-Chun, “colui che s’arrampicò sull’albero”, è il nome indiano di Pietro Tartamella. Il nome di quando, con la moglie Anna, Anna Maria Verrastro, attraversava l’Italia, per piantare nelle piazze di paesi e città una grande tenda indiana, dove accogliere a decine bambini, per raccontare loro bellissime storie… Affascinante vita di artisti di strada…
Pietro e Anna sono poi diventati in qualche modo stanziali fondando, sul limite della campagna fra Torino e Asti, Cascina Macondo, dove sono nate mille e mille attività e progetti, che molto si sviluppano intorno alla parola, al narrare… Ma artisti di strada si è per sempre, un po’ come un voto, una benedizione, un sacramento… e anche se arrivano il tempo e gli impedimenti dell’età ben matura in cui muoversi per il mondo con una tenda diventa troppo impegnativo, Pietro ai viaggi non rinuncia, e ha inventato una cosa bellissima… sono stati i viaggi ad arrivare a lui, attraverso i racconti di decine e decine di amici che hanno risposto all’invito ad accorrere intorno alla sua cella-fortezza all’aperto, con le parole ciascuno del proprio narrare. Tutti a sfilare davanti al leggio, sotto l’alta quercia che svetta vicino alla chiesetta della Madonna della Rovere, a un passo da Cascina Macondo.
I loro racconti, nella cornice affabulatoria di Pietro Tartamella, sono ora raccolti in un libro: “Sulle orme di Bashò, le declinazioni del viaggio”, che innanzitutto ci ricorda che “tutto è viaggio” e come un viaggio può essere narrato. “Salire su una scaletta per appendere un quadro, innamorarsi, abbandonarsi ai ricordi, andare a trovare un amico… leggere un libro…”. E chi può insegnarlo meglio di Bashò, poeta giapponese del periodo Edo, maestro della poesia haiku, che percorse a piedi 2500 chilometri lungo le strade del Giappone. E che bel regalo, questo libro arrivato giusto giusto in questo tempo di reclusione collettiva…
Provate a immaginare… Vecchi e nuovi amici, ragazzini delle scuole, ciclisti di passaggio, uno scalatore… tutti si fermano davanti al leggio, e intorno a Pietro, rigorosamente rispettando il confine di gesso tracciato sull’erba, si alternano a leggere ciascuno i propri racconti, che in realtà sono haibùn (e così ho imparato anch’io una nuova parola, gli haibùn sono racconti di viaggio intercalati da haiku, brevissimi componimenti poetici composti in genere da tre versi). Come Tommaso, ragazzino delle elementari che “sogno in grande / e navigo, navigo… e mi risveglio// sogno e volo/ ma non dimenticherò di tornare”, o Rachele “che avrebbe messo le sue mani sul leggio come a tenere le briglie di un cavallo”, o il gruppo di monaci zen di Torino: “…quello che ero doveva morire/ e la marionetta bruciò nel fuoco del cambiamento”. E Silvia, molto tesa, che doveva badare alla propria balbuzie: “eravamo in un albergo vicino alla spiaggia… sul lungo mare/piedi bagnati dall’acqua-ombre di luna…”.
Arriva anche un gruppo di persone detenute nel carcere di Saluzzo (Pietro Tartamella molto si occupa di carceri, dove insegna), lì in permesso, anche loro a leggere haibùn della loro vita: “l’ascensore aprendosi lentamente spalanca le sue fauci inghiottendoci. Raggiunto il corridoio mi incammino verso quel cubicolo che sarà la mia nuova cella… viaggio infinito- nuove celle e catene/ a un tiro di fionda”. Una nota: i detenuti non hanno avuto l’autorizzazione a comparire nel libro firmando i racconti con i loro nomi e cognomi, benché a loro sarebbe piaciuto, così compaiono firme bizzarre: Grifone numerario, Piccolo-lupo-che-vaga -nella-prateria, Lingua Pungente… “murati vivi/ intenti a lavorare/parole nuove”…
Sullo sfondo, quello che accade intorno e che Pietro annota e, narrando, ci restituisce. Come lo spettacolo inconsueto di un pastore con il suo gregge, e la lettura è sospesa per guardare le pecore passare, finché il campo torna libero…, o l’arrivo di Giuseppe l’agrifabbro, che si ferma ad ascoltare seduto sul suo trattore, e poi quello di un bimbetto col suo triciclo…
Tanta vita scorre nei racconti e tutto intorno, tante storie che sono frammenti di esistenze raccolti nelle pieghe del nostro andare… E non solo dell’affollato universo che gravita intorno a Cascina Macondo. Il libro termina con “L’angusto sentiero del nord”, il racconto del mitico viaggio di Matsuo Bashò. “… non è la strada la nostra vera dimora? Lo mostrano i poeti d’un tempo che hanno incontrato la morte camminando”.
“Sulle orme di Bashò”. Riesco a vederlo Pietro, al centro di tutto, con la sua barba da mangiafuoco, a tirare senza muoversi le fila di tanto narrare, sotto il suo grande albero, che immagino dai rami smisurati per un abbraccio infinito… Non so quanti anni abbia il rovere di Cascina Macondo, ma l’immagino pianta sorella del tiglio millenario di Steinfurt, l’albero della danza, dalla chioma amplissima, sotto la cui ombra si svolgono da sempre balli e feste…
Sotto il rovere di Cascina Macondo danzano parole… e, ho pensato alla fine del bel viaggio che il libro di Pietro mi ha regalato, la magia, nel bene e nel male, del nostro andare nella vita.


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