Tutti in quarantena? le parole dalla galera vera…

30 03 2020

Se è vero che, come in molti si dice, dopo il coronavirus nulla dopo sarà più come prima, è il caso di approfittarne, e iniziare subito a rinnovare il nostro linguaggio. Se il mondo è nelle parole che pronunciamo… La prima parola da cancellare? “Indifferenza”. E parole buone arrivano, nonostante tutto, da chi è in carcere…

Mi ha colpito molto, e per questo ve lo voglio proporre, l’intervento, alcuni giorni fa, di Giuliano Napoli, della redazione di Ristretti Orizzonti di Padova, ergastolano.
Parla con accorata comprensione, Giuliano, pensando lui a noi fuori, delle difficoltà di chi è costretto a vivere “in una sorta di detenzione domiciliare senza aver commesso alcun crimine”, e ci regala parole buone, invitandoci, lui a noi, a trovare la forza “per rispettare le regole che ci impongono per il bene di tutti”.
E se si sente il bisogno irrefrenabile di uscire? Pensate, suggerisce Giuliano, a chi sta peggio di noi… ed elenca “gli anziani, i medici e gli infermieri, anche le forze dell’ordine, e a chi magari, anche se per colpa sua, si trova a scontare una pena in carcere e non ha la percezione di quello che accade fuori, ma sa più di chiunque altro quanto sia difficile accettare il “distacco sociale” del quale siamo un po’ tutti più consapevoli, oggi che lo viviamo sulla nostra pelle”.
Una lunga lettera di molte parole buone, che mi viene da proporre, tutta (http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=88528:spero-di-non-sentir-piu-dire-qfacciamoli-marcire-in-galera-fino-allultimo-giornoq&catid=220:le-notizie-di-ristretti&Itemid=1.,)
al percorso di ‘Parole buone’, la bella iniziativa ideata da Sergio Astori, scrittore, psicanalista, che ha l’obbiettivo di trasmettere «una parola pensata e condivisa in mezzo a tante parole sprecate, che ammalano di infodemia un tempo già carico di inquietudine, rancore e sconforto, che offra senso e appartenenza a chi subisce isolamenti e quarantene…». (Le #ParoleBuone sono già in rete. Rintracciabili attraverso l’hashtag su Facebook. Ma possono essere disseminate ovunque).
Parole buone… non sarà un disgelo, dice Astori, ma qua e là spuntano bucaneve, che dobbiamo valorizzare. Bucaneve, bellissima immagine, simbolo di speranza e consolazione, annuncio di un nuovo inizio quando tutto intorno è ancora gelo… Ed è vero, in tanto gelo del pianeta carcere, proprio mi è sembrato avere la garbata forza del bucaneve l’intervento di Giuliano. E non è l’unico. Ieri, su Il Dubbio, sono intervenuti i detenuti della redazione di “Dietro il cancello”, di Rebibbia, con parole piene di buon senso e di proposte concrete, per la tutela delle persone detenute come per tutte le persone che lavorano nei circuiti carcerari (se volete averne un’idea… https://www.ildubbio.news/2020/03/26/noi-detenuti-siamo-esposti-al-virus-insieme-agli-agenti/?fbclid=IwAR3dwKvUDHkzUfyAGOliuLtMKSW0Y6Ip8xlJrLXV2jhPtJzVMjhj9FkmKkI).
A confronto sembrano ancora più povere le parole di chi dovrebbe prendere provvedimenti che fermino l’indecenza, e che non vengono presi nonostante le richieste accorate e continue di associazioni e garanti e magistratura di sorveglianza… Parole nulle, difronte alla condizione tremenda di più di sessantamila persone costrette in strutture senza scampo (vi dice nulla quello che accade nel chiuso delle case di riposo?), insieme a tutti quelli che lì dentro lavorano. C’è da vergognarsi, se si guarda ai provvedimenti che con più saggezza altri paesi stanno prendendo. Ma cosa volete, se l’unico costante suono che arriva è un sottile tintinnar di manette (ho trovato sinceramente grottesca l’idea di prevedere il carcere per chi viola le norme sulla quarantena, se positivo. Come gettare una miccia in un serbatoio di benzina, pensateci un po’…).
Parole nulle, anche per le persone che dai giorni delle rivolte in carcere non hanno notizia dei loro familiari, e alle cui domande risponde solo il silenzio…
Come non pensarci, scorrendo le pagine di segnalazioni e denunce arrivate dopo i giorni delle rivolte all’associazione Yairaiha. Quali parole per le mogli, i figli… cui a poco a poco stanno arrivando lettere, con testimonianze da brividi, che “segnalano violenze di ogni genere”, che “abbiamo tra l’altro saputo che la mattina dei trasferimenti sono stati trasportati con pigiami e scalzi senza l’opportunità di potersi mettere una tuta e un paio di scarpe”… lettere e telefonate che “ci lasciano senza parole e con tanta sofferenza!”. Quali parole per chi racconta “volevamo protestare verbalmente per il diritto alle telefonate e ai tamponi… vedo arrivare gli agenti con i manganelli e picchiavano tutti senza motivo e senza alcuna resistenza. Informa tutti…”. E mi fermo qui.
Ma se tutto questo è possibile è anche per via delle nostre nulle parole. E allora mi viene da proporre un percorso “parallelo” a quello delle ‘Parole buone’, quello delle ‘Parole da cancellare’. Se è vero che, come in molti si dice, nulla dopo sarà più come prima (e chissà se l’esperienza di questi giorni ci aiuterà a capire che significa trascorrere i giorni, gli anni, la vita al chiuso di una stanza, e senza tutte le cose confortevoli di cui noi disponiamo…) è il caso di approfittarne, e iniziare subito. La prima parola da cancellare? “Indifferenza”.
Tornando alle parole di Giuliano Napoli, che è in carcere da quando aveva 22 anni, per una rapina finita con la morte di un altro rapinatore e del commerciante che aveva reagito, ma non è stato Giuliano l’autore materiale dell’omicidio… e ora, attivo redattore di Ristretti Orizzonti, sa regalare a sé e agli altri molte buone parole. Finisce, il suo scritto, con la speranza che sparisca quel tremendo “facciamoli marcire in galera fino all’ultimo giorno”, pensiero cattivissimo, che ancora troppo serpeggia fra noi.
E spero davvero anch’io con Giuliano che anneghino, queste cattive parole, nel mare di parole buone che riusciremo a comporre… perché “credetemi, quello che oggi quasi tutti voi state vivendo è uguale a 1 su una scala di mille in base a quello che tutti i detenuti vivono quotidianamente, fatevi forza su questo, per tutti voi si tratta di un periodo limitatamente circoscritto all’emergenza, mentre in alcuni casi c’è chi questo dramma lo vive fino alla fine della vita, parola di ergastolano”.
Credetegli, è proprio così. Per questo le parole buone che offro dunque oggi alla rete sono: ascolto, immedesimazione. Capacità di metamorfosi. Ecco, ritorna il mio “faro”, Canetti. Che spiega che alla metamorfosi l’uomo deve la sua pietà, che “esige la concreta metamorfosi in ogni essere che vive e che c’è”. Nessuno, dice Canetti, sia respinto nel nulla.
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