Vittime della follia sperequativa

11 03 2020

A proposito delle vicende di Valentina e Nicoletta, Vittorio da Rios ci propone la profonda riflessione a proposito di “delitti” e “pene” e della “violenza sperequativa” del mondo che abbiamo costruito.

“Il grande Gaetano Filangieri ha intitolato la sua monumentale opera rimasta tra l’altro incompleta per la morte sopraggiunta in ancor giovane età: La “Scienza della legislazione”. Il diritto come scienza tra le maggiori nobili e prioritarie attività umane. Filangieri dedica un libro tra i sette che compongono l’opera alla scienza “dell’educazione”. Il cittadino va formato nella logica del diritto, come bene assoluto.che ne coordina le attività, ne tutela diritti e doveri con finalità di una vita “giusta e dignitosa” spingendo sempre più in alto il sapere e la ragione come strumenti indispensabili per garantire il perpetrarsi dei processi evolutivi della emancipazione umana. Filangieri creò la sua opera nel 1700 lo stesso secolo in cui un altro grande illuminista Cesare Beccaria scrisse “Dei delitti e delle pene”. Viene ragionevolmente da chiedersi ma come mai che dopo oltre due secoli il sistema giudiziario-carcerario Italiano versi in queste condizioni nonostante vette cosi alte raggiunte nel campo della elaborazione del pensiero filosofico-giuridico? Dobbiamo pur iniziare a porci questa domanda non rituale,e cercare concreti e percorribili rimedi. Non troviamo in questo assunto paradigmatico del “maestro Gerardo Marotta” l’origine dei molti mali che oggi affliggono l’umanità che la stanno devastando con sofferenze e tribolazioni di cui il carcere ne è tragico emblema?Una umanità, rileva Gerardo, che non ha in pregio l’attività del pensiero, che non è consapevole dell’essenzialità della lotta per la filosofia e dell’importanza della filosofia come supremo patrimonio della civiltà,quell’umanità ha dimenticato se stessa, è senza più anima, senza più vita; quell’umanità ha scelto la via dell’abbandono e della desolazione. L’uomo ha rinunciato alla sua essenza “divina” , per lui diventa ostile tutto ciò che non sia banale, rozzo materialismo e piatto empirismo Il dovere dei filosofi è di spiegare all’umanità che la filosofia è l’essenza dell’uomo, costituisce la sua stressa natura. Non è forse vero che proprio la filosofia, l’autoriflessione, l’attività concettuale ha dato all’uomo, nel lento cammino della sua evoluzione, la possibilità di riconoscere se stesso e la prima identità di essere pensante, la propria capacità creativa? E mancato all’ominide odierno? Ha smarrito la sua essenza costitutiva di essere pensante, di porre la “ragione”come indispensabile strumento razionale per portare “ordine” nel “ginepraio” dell’attuale sistema giudiziario e carcerario? Le risposte non possono che essere affermative.Come mai che nonostante la scienza della legislazione abbia di fatto demolito morale e filosofia del feudalesimo in quanto è arbitrio, è prepotenza, è disuguaglianza ingiustificata, le uniche disuguaglianze che possono essere tollerate sono quelle del merito e del talento, ma le disuguaglianze dovute al lignaggio, alla casta, alla prepotenza vanno con grande fermezza respinte:bisogna distruggere le barbarie del “feudalesimo” per far emergere i veri valori universali dove il “diritto” sia assioma assoluto, irrinunciabile. Come è potuto accadere che dopo oltre 2 mila anni dal pensiero filosofico di Platone e dalla sua “indignazione” per il fatto che nella sua Atene il rapporto tra chi aveva molto e chi poco o niente era da uno e cinque, e ora nel 2020 il rapporto tra chi ha molto e chi niente sia di uno a quattrocento cinquanta milioni. Non è criminalmente scandaloso tutto ciò? Come si può parlare di democrazia parlamentare ed economica inanzi a proporzioni simili? Valentina e Nicoletta pur in contesti diversi non sono vittime entrambe di questa follia sperequativa, divisiva ed escludente, e di un “Non Stato” che punisce e incarcera discriminatamene agendo e intervenendo quasi esclusivamente sulle conseguenze anziché sulle cause a tragica dimostrazione della incompiutezza della nostra democrazia?
In, “Al cuore dell’umano” la domanda antropologica, Libro primo a cura di G. Richi Alberti al paragrafo 1.2, “l’uomo condizionato”, si rileva una notevole sintesi. Oggi la tendenza forse più seducente sostiene che l’uomo, a causa di tanti condizionamenti, non gode di libertà autentica e quindi neanche di male morale. Tale tendenza è nutrita dapprima di tante esperienze concrete. L’uomo contemporaneo sperimenta ogni giorno che il suo agire è programmato e determinato da tantissimi fattori dei quali egli non è il padrone. Si sa inserito in strutture e meccanismi politici, economici, finanziari che sono permeati da ingiustizie gravi. Vive dentro questa rete, che lo si voglia o no, e la vede come un male programmato, ma nello stesso tempo anonimo, del quale per lo più non intuisce dove ha il suo inizio, e dove finirà, chi l’ha causato e come sarebbe da superare. Si sente preda di questo male, prigioniero dei suoi meccanismi e delle sue strutture. Si considera come la vittima di questo male ma non il suo autore. L’uomo sullo sfondo di tali esperienze è diventato molto incerto e non sa se dispone di una libertà autentica o se questa sua libertà non sia altro che una illusione vuota. Potremmo dire con rigore scientifico che il vivere oggi “il male oscuro”, come lo definì Berto in un suo libro, ha profonde e complesse origini nella nostra struttura psichica, ma il tutto è determinato dalle condizioni sociali e strutturali quanto culturali in cui si crea e si sviluppa l’esistenza di ognuno di noi.Occorre che si agisca contemporaneamente sia sulla “sovrastruttura” quanto nella “struttura” richiamando in causa concetti marxisti e adeguandoli alla nostra realtà dell’oggi cosi irrimediabilmente “inedita”. Avremmo in un prossimo divenire una società organizzata a tale livelli di maturità di concepire e praticare il diritto da evitare che più nessuno varchi la soglia di un carcere? A questa domanda ognuno deve attivarsi affinché la risposta sia affermativa. Francesca con il suo quotidiano passionale impegno da tempo ci è di grande esempio. Un caro saluto”. Vittorio da Rios


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