La stanza dei pesci

20 04 2020

Foto di Pietro Basoccu, dal suo lavoro “Nel labirinto della vita”.

“Un pesce dentro un acquario, per quanto possa nuotare, sbattere le pinne, dimenarsi, salire fino su per poi scendere fino a giù, resterà sempre un pesce dentro un acquario. A meno che non si tratti di un pesce dentro un acquario fortunato… un giorno indefinito, una mano paziente, sapiente, capace e generosa, lo prenderà in mano senza scottarlo, curandosi di lui lo porterà diritto fino al mare… anche se dovesse morire lo farà naturalmente e non carbonizzato sui bordi di un’acqua putrida e stagnante di un acquario sbadatamente dimenticato”.
Riprendo le fulminanti parole con le quali Flora Tommaseo aveva introdotto la sua autobiografia, o quasi, “La stanza dei pesci” (Alphabeta Verlag editore), straordinario racconto, scritto una decina di anni fa, al quale Flora-Matilde, che ha sofferto di un profondo disagio psichico, aveva affidato un anno di vita, passato fra servizi e comunità d’accoglienza… appena un anno, che si traduce in un rosario di giorni che sembra infinito, come infiniti sono i giorni frazionati in ore…
Immagine, quella della stanza dei pesci, quanto mai calzante, nell’oggi del tutti a casa, pensandoci tutti a vivere come pesci in acquari. Ma quanto è falso che il virus ci rende tutti uguali, ché, come ben racconta Flora, ci sono acquari fortunati e acquari che non lo sono. E ce lo ricorda in questi giorni, con parole doloranti, in un intervento su Il Piccolo, anche Peppe dell’Acqua (fra l’altro direttore della collana “180 Archivio critico della salute mentale”, nella quale “La stanza dei pesci” era stato pubblicato), che dal suo luminoso “acquario”, foderato di libri e affacciato sul mare di Trieste, riceve le telefonate di chi negli anni ha conosciuto e frequentato fra il San Giovanni e i Centri di salute mentale. E ne immagina i giorni, le case… “fra silenzi imbarazzati e parole faticose” che “mi dicono poche cose della loro modesta quotidianità”.
Riportano, le sue parole, nei quartieri delle periferie, le periferie del nostro sentire. E ancora come non vedere le disuguaglianze, le distanze incolmabili, che questo virus, per niente democratico, mette a nudo.
Noi che in questi giorni ci agitiamo e dissertiamo intorno al disagio del vivere chiusi nelle nostre agiate case… proviamo a pensare alla condizione di chi soffre di disturbo mentale. Al disagio che si aggiunge a disagio, alla solitudine che si aggiunge a solitudine. Con i servizi di salute mentale che piano piano hanno ridotto i tempi d’apertura, sospeso le attività, con i centri diurni chiusi… Riusciamo a immaginare?
Da sempre all’ultimo posto nelle attenzioni di chi governa, nella graduatoria delle disuguaglianze che con più evidenza si sta componendo in questi giorni davvero non saprei bene dove metterli, i “matti”. Fra le persone in carcere e i rom? Prima dei migranti, e dopo i rom? O magari in fondo a tutti. Comunque ad infoltire le fila del popolo dei nascosti, ben sigillati nei loro sfortunati acquari.
E non è solo un amaro gioco d’incastri andati a male. C’è ancora poco o nullo spazio per loro nel fiume di parole dell’informazione mainstream di queste settimane, ma qua e là si comincia a parlarne. Frugando nelle cronache locali, nelle pagine di siti specializzati, troverete… della morte, ad esempio, di diecine di donne, disabili psichiche, di un istituto del bresciano… e poi degli altri decessi, dei focolai, dei casi positivi, degli allarmi, degli appelli, che attraversano come un brivido tutto il paese. Magari emergeranno, prima o poi, scandali, per gli errori e le inerzie e le più o meno colpevoli “distrazioni”, come sta accadendo per gli anziani delle rsa. Rimangono per ora vicende sommerse, che riguardano le vittime “meno mediatiche”, come ben le definisce Nicola Borzi, in un suo puntuale articolo (e se volete approfondire, se volete un elenco di casi, date un’occhiata qui, https://valori.it/coronavirus-nelle-residenze-sanitarie-per-disabili-una-tragedia-annunciata/).
Morti e dolori silenziosissimi. Almeno dalle carceri si sono alzate voci, almeno i rom hanno battuto il tam-tam dell’appello alla solidarietà (sorvoliamo per ora sulle risposte, che hanno avuto i primi, che non hanno avuto i secondi…). Ritorna, quanto mai vera, l’immagine dei silenziosi inquilini di tanto sfortunatissimi acquari, dove in questi giorni tragicamente più di ieri si rischia di morire, ritorno alle parole di Flora Tommaseo, “carbonizzati sui bordi di un’acqua putrida e stagnante di un acquario sbadatamente dimenticato”.
Invito a leggere il libro di Flora Tommaseo, per provare a capire cos’è una vita percorsa avanti e indietro, in salita e in discesa, nello spazio chiuso come dalle pareti di vetro di un acquario, un cammino che è anche un sommesso grido d’aiuto perché qualcuno sappia indicare la strada per uscirne (e se ne volete un assaggio: http://www.studiosandrinelli.com/wp-content/uploads/2020/04/La-stanza-dei-pesci.pdf). Oggi, a dieci anni di distanza da quando l’ha scritto, Flora racconta di avere una vita tranquilla, “normale”. “Se la me di oggi potesse dire una cosa soltanto alla me di un tempo sicuramente sarebbe questa: stai tranquilla che un giorno non sarai mai più sola”. E aggiunge: “è incredibile quello che può fare il tempo ma lo è ancora di più quello che possiamo fare noi”.
Cosa possiamo fare noi… Intanto non rinchiudere le persone nelle gabbie del silenzio, abbandonandole alle periferie della vita, e iniziare a pensare a rimettere al centro le persone fragili, riprendendo percorsi che pure erano stati avviati. Sapere che è possibile, come molte iniziative sul territorio hanno dimostrato, che per ciascuno che ne abbia bisogno “una mano paziente, sapiente, capace e generosa, lo prenderà in mano senza scottarlo, curandosi di lui lo porterà diritto fino al mare”…
Insomma, risciogliere le briglie di Marco Cavallo, il gigante di cartapesta nato nel fantastico laboratorio dell’Ospedale psichiatrico di Trieste, simbolo della lotta contro tutti i manicomi. Condividendo il sentire di Peppe dell’Acqua che sa come tutto questo sia urgente, e ha urgente un desiderio: vorrebbe che “con la magia e l’azzurro il Cavallo toccasse le tante porte di periferia e facesse soffiare libera la prima brezza di primavera”. Solo un sogno? Ma “quante cose possiamo fare se ci mettiamo tutti insieme a sognare…”


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