Hambre del alma…. le donne che la quarantena non ha salvato

31 05 2020

Ma quante sono le cose, e i drammi, cui non sembriamo far tanto caso, sommersi come siamo da notizie, vere e meno vere, attendibili e meno attendibili, a proposito del virus che tutto sembra occupare, dei nostri corpi, delle nostre menti, di ogni molecola dell’aria che respiriamo…
Per ricordare che la vita, e la morte, non sono solo Covid19, e per dare l’addio a questo maggio, mese di donne e di madonne… due storie finite in tragedia, e un libro che può aiutare a salvarsi…Un pensiero ancora alle donne vittime di violenza, che la quarantena non salva, anzi… I numeri dicono che durante questi mesi “ristretti” è stata uccisa, in “famiglia”, una donna a settimana… Una trentina se vogliamo fare la conta dall’inizio dell’anno. La mattanza dunque continua, anche se la rappresentazione della violenza reale sembra assai più debole di quella ‘percepita’, dalle vittime naturalmente. Come se le morti di donne uccise da mariti e compagni, attuali o ex, siano diventate come quelle altre morti (per tumori da inquinamento ambientale, per incidenti stradali, per alcool e fumo…) con le quali abbiamo deciso di convivere, come prezzo della vita che ci siamo costruiti…
Oggi voglio ricordare due di quelle donne, passate via nel soffio di una pagina di cronaca… uccisa, l’una, perché voleva andare via, l’altra per essere troppo restata… Andando e stando…
Un pensiero a Gerarda, uccisa in questo mesto maggio, in una periferia romana, dal marito dal quale si stava separando (poi si è ucciso anche lui, il marito). Gerarda aveva deciso di chiudere quel suo matrimonio che aveva 63 anni, un tempo in cui a volte si pensa ci si dovrebbe alla fine rassegnare, e chissà quanto è più difficile, a quell’età, riprendersi la propria vita…
Eppure, eppure…
Ma cos’è che muove, qual è la forza che spinge da dentro e che con il tempo non muore, anzi…
“Hambre del alma”. Quella forza si chiama “hambre del alma”, che forse non è necessario neppure tradurre, ché basta la struggente bellezza del suono di queste due carezzevoli e tremende parole.
La risposta ancora riemerge da una lettura di tanto tempo fa, di quelle fondamentali che a volte cambiano, se non salvano addirittura, la vita… Ho ripreso in mano “Donne che corrono coi lupi”, il famosissimo testo sul mito della donna selvaggia di Clarissa Pinkola Estés, che come meglio non si potrebbe fotografa la realtà di donna “forse bruciata nel fuoco del disuso, o della svalutazione del proprio lavoro, o dalle fiamme del silenzio autoimposto, dalle incomprensioni intorno alla quali ci si adegua…”.
Ma le donne, pure ci ricorda la scrittrice psicanalista, sono affamatissime di spiritualità, e tutte le incita: “di qualunque collettività faccia parte, la donna non deve adeguarsi, ma deve arricchirla, e deve separare la sua vita e la sua mente dal pensiero collettivo appiattito, perché lo sviluppo dei suoi talenti originari sono la cosa più importante”, e quando lo si comprende “si rivuole la vita profonda, la gioia selvaggia”. Così, “hambre del alma” è “una fame implacabile per qualunque cosa faccia sentire di nuovo vive e qui è l’io selvaggio che bussa, e che mai muore”.
Il rischio dal quale sempre guardarsi, ci mette in guardia Clarissa Pinkola Estés, è di cadere nelle trappole, che sono tante e forse per questo troppo spesso si rimane in bilico sull’orlo di quella fame, rischiando di morirne. E troppe volte se ne muore…
E davvero non c’è limite d’età e di tempo. Se il 2020 inizia, fra le altre, con la tristissima storia di Concetta, aggredita a colpi di bastonate dal marito Salvatore. 79 anni lei, 90 lui. In un centro in provincia di Catania…
Le cronache parlano di futili motivi. Concetta avrebbe rimproverato il marito per non aver portato degli alberelli di limone nel giardino della casa, e lui, in risposta, ha afferrato un bastone e l’ha colpita e colpita e colpita…
Degli alberelli di limone da mettere nel giardino di casa. A me non sembrano affatto dei futili motivi. Non riesco a non pensare alla “hambre del alma” di Concetta, che nonostante tutto sempre viva è rimasta sotto la cenere dei suoi giorni, ed era ancora tutta lì, nel desiderio del colore e del profumo di quei fiori e di quei frutti. Della pianta di limone, che fiorisce e fruttifica tutto l’anno. Pianta bellissima, che secondo alcune tradizioni è simbolo dell’essenza femminile, secondo altre della purificazione, altre ancora della fertilità, della salvezza…
Un pensiero a Concetta che prima di morire, dopo giorni d’agonia, ha confidato ai carabinieri di subire maltrattamenti da 50 anni e di non aver mai denunciato il marito…
Concetta, uccisa dalla mancanza dell’istinto necessario per riconoscere le trappole. E non ha saputo, non ha potuto ascoltare la voce selvaggia che vive in ognuno, e che nella luce di quei limoni (lumie? Lumie di Sicilia…) forse istintivamente e confusamente in qualche modo pure percepiva.
Invece è stato solo silenzio.
E viene in mente la sirenetta di Andersen che perde la voce, rinunciandovi per avere in cambio un paio di gambe che la portino a terra accanto all’uomo che ama, ma che il suo amore non ricambia. Il suo silenzio… una condizione molto penosa, insostenibile… e arriverà la morte…
E viene in mente la piccola Karen, ancora Andersen, e le scarpette rosse che tanto aveva desiderato, ma che quando le indossa imprigionano i suoi piedini per condurla dove vogliono loro.
Ma c’è un modo, insegna la fiaba, per riprendere in mano la propria vita: tagliare via le scarpette rosse. Terribile, sembra, ma la separazione, si assicura in “Donne che corrono con i lupi” (libro da leggere e tenere accanto al comodino, come un breviario) può essere una benedizione. E’ doloroso, si sanguina, ma i piedini ricresceranno.
Col sogno che tutte le scarpette rosse si riesca a tagliarle via… un saluto a maggio, alla sua luce, alle sue giornate ogni giorno un passo più lunghe, e già pronte a ritirarsi verso il buio, al suo correre e rincorrere senza tregua il tempo delle parole arse… Pronunciando, per non dimenticarli, il nome di Gerarda, il nome di Concetta… Gli altri nomi… pronunciateli voi, cercatene le storie, perché non si dissolvano nel soffio di una breve pagina di cronaca…


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