A Casa di Lola, sulle tracce di Maria Lai

14 06 2020

Dalle cime tempestose/ tra dirupi e smottamenti/scende al sole e si distende/ la vallata di Cardedu// C’è un bel colle nella valle/ che va su a guardare il mare/ su quel colle c’è il nuraghe/ che è la casa delle maghe…
Il respiro aspro e dolce della Sardegna, l’altra isola che, come la Sicilia, ha rubato un pezzo della mia anima… mi arriva oggi dalla campagna di Cardedu, con le immagini della casa di Maria Lai, una delle artiste più rappresentative dell’arte sarda contemporanea, fra le più affascinanti che hanno attraversato il Novecento per affacciarsi fino all’alba del 2000…

Di Maria Lai, della sua arte tessuta di fili, e dei gesti e della materia e delle luci e delle ombre della sua terra, ero rimasta estasiata perdendomi nei percorsi della ricchissima mostra che lo scorso anno le era stata dedicata a Roma, nelle sale del MAXXI. Intenerita, anche, dalla gentilezza del suo viso, dal garbo della sua voce sorridente che piccoli schermi rimandavano da un angolo all’altro, per raccontare quel “gioco d’adulti” che, diceva, è l’arte. Maria Lai, artista di cui tanti hanno parlato e tanto…Ma nessuno prima d’ora ci ha regalato la sorpresa di una porta che si apre su uno spazio intimo dove ogni dettaglio è nuova parola di lei…
Lo fa Pietro Basoccu, il primo a essere autorizzato a entrarvi catturando (o liberando?) immagini, con un libro fotografico, “A casa di Lola, sulle tracce di Maria Lai”, dove la trama delle immagini si compone con l’ordito dei pensieri dell’artista che in quella casa di Cardedu, a una ventina di chilometri da Ulassai dove è nata, ha trascorso, bambina, lunghi periodi. In quella casa è poi tornata, settantenne, nel 1992, dopo essere vissuta fra Roma e Venezia, e tanto altro peregrinare inseguendo quella che è stata definita la sua “ansia d’infinito”.… “In questi anni- dirà- ho riscoperto il mio paese. Ne ho conosciuto meglio la gente e ho sentito che ci capivamo, perché la sua riservatezza, e anche un po’ della sua diffidenza, mi sono congeniali”.
A casa di Lola, perché così in casa la chiamavano. E a un mondo intimo come quel nome, che solo in famiglia veniva pronunciato, rimandano le fotografie di Pietro Basoccu (medico e fotografo che abbiamo conosciuto attraverso suoi lavori che altrimenti indagano su mondi difficili e complessi (https://www.remocontro.it/2019/01/13/un-collezionista-di-vetri-infranti-foto-matte-nel-labirinto-della-vita/ ), che ci regala tutto ciò su cui il suo sguardo si poggia… con grande generosità, se è vero quello che di questo lavoro scrive Salvatore Ligios: “Basoccu non offre una chiave di lettura interpretata, perché non ci sono chiavi. La porta è spalancata, ognuno è libero di circolare come gli pare”, affidando “allo sguardo del lettore il compito di costruirsi da sé il mondo misterioso e incantato dell’artista Maria Lai”.
Come non accettare l’invito a varcare quella porta e andare in giro per il casale cercando Lola…
E Lola viene incontro con la leggerezza del disegno delle colombe in ferro battuto poggiate su una ringhiera della casa del carrubo. “Sembrano aver conservato l’immediatezza della linea continua del pennarello”, appunta Maria Sofia Pisu, che di Maria Lai è nipote ed erede dell’intero testamento artistico, e con le sue annotazioni accompagna il racconto fotografico. Colombe, spiega, disegnate per il matrimonio di Giuseppe e Simona. E la casa inizia ad affollarsi di voci…
Attraversata la cucina, salite scale di legno, dato uno sguardo alla terrazza, una delle tante terrazze della casa… ecco la stanza da lavoro, con il suo “meraviglioso disordine”. E le carte, i cestini, le cornici, tutti i diversi materiali dello studio d’artista.
Raccolgo reperti e memorie/ tra pietre di frane cadute/ sterrando sterpaglie tessute di sogni che qui non rivelo. / Rapite memorie del cielo…
Guardando gli scaffali di rocchetti di filo, e qua e là i richiami di profili di telai, simbolo di tutta l’arte di Maria Lai, ritorna quel “essere è tessere” e quella sua idea che l’arte dovrebbe farci sentire tutti più vicini. E come non pensare allo srotolarsi di quel lunghissimo filo azzurro che aveva legato fra loro le case di Ulassai, e le case alla montagna. Tessitura simbolica di un legame fra gli uomini e la natura. “Legarsi alla montagna”, uno dei più famosi e suggestivi suoi interventi nello spazio pubblico, progetto cui aveva partecipato l’intero paese.
Ma ritorna, forte, il richiamo delle voci della casa. Qui dentro, dove pure tutto sembra “officina” e fucina del pensiero e delle arti, si sfogliano le pagine di una storia familiare… nei minuti dipinti delle ceramiche dei bagni, nei disegni che sui mobili raccontano storie di boschi, nel volo di un’altalena…
In un soggiorno c’è un albero sospeso al soffitto che si staglia sulla luce della finestra. Rami “che zia Lola ogni anno allestiva in maniera diversa”, per il Natale, la Pasqua, l’estate… ed è ancora lì, zia Lola, a regalare racconti ai nipotini, prima di tesserli nelle sue fiabe cucite, scegliendo fra i rocchetti e i fili, e i ritagli di stoffe e di cartoncino. Tutto ancora lì intorno, come ad offrirsi per ricamare nuove storie…
Noi viviamo un segmento/ tra due punti all’infinito/ tra il futuro ed il passato/ c’è un tantino di momento…
Ed eccola lì, Lola… seduta alla scrivania pronta a battere sui tasti della sua “lettera 22”… è suo lo sguardo che dalla finestra si affaccia sulla valle… nella sua camera è ancora lei, lì, che sta per infilare ai piedi le pantofole accostate al letto… A me sembra proprio di vederla, come Basoccu, ne sono convinta, l’ha vista, mettendola in ogni inquadratura in primo piano, invisibile ma visibilissima allo sguardo dell’anima…
Uscendo dalla casa, si leggono scritti sul muro di contenimento tanti nomi. Miro, Elisa, Eva, Gabriele… pronunciano le persone, amici e parenti che hanno vissuto in questa “casa di libertà”, piena, lo senti, di momenti di gioia…
La casa è ciò a cui si appartiene, che è cosa profonda, immensa, come immensa è l’anima che qui ancora in ogni angolo sussurra. E commuove.
Nella sua “Camera chiara” Roland Barthes mostra l’antica fotografia di una vecchia casa, un portico in ombra, un albero mediterraneo… “Alhambra” di Charles Clifford. Questa foto, dice, “mi commuove, perché, semplicemente, è là che vorrei vivere”. Aggiunge più avanti: “per me le fotografie di paesaggi (urbani o agresti che siano) devono essere abitabili, non visitabili”
Ed è esattamente quel che rimane alla fine di questo viaggio nelle foto della Casa di Lola…
il desiderio di abitarvi…


Azioni

Informazioni