Mario Trudu, la sua Iliade e il premio Stregone

25 06 2020

Beh, che dire, c’era da aspettarselo… da quello strepitoso editore all’incontrario che è Marcello Baraghini. L’aveva promesso ed ecco che ci siamo. Esattamente fra una settimana, la sera del 2 di luglio, in contemporanea con la serata finale del premio Strega, verrà ufficialmente proclamato il vincitore della terza edizione del premio Stregone.
E sarà l’ultimo libro di Mario Trudu “La mia Iliade”, di cui vi parleremo. Libro purtroppo postumo. Mario è morto, dopo quaranta anni di carcerazione senza l’alito di uno spiraglio, nell’ottobre dello scorso anno. Nell’ospedale di Oristano, dove era stato ricoverato quando ormai era troppo tardi, nonostante le sollecitazioni, le richieste, le denunce perché, ammalato da tempo, ricevesse le cure necessarie, e in una struttura adeguata. I “no”, le “distrazioni”, le lentezze sono stati l’ultimo accanimento nei suoi confronti.
Di Mario Trudu Marcello Baraghini si era da subito innamorato,
fin da quando, ormai quasi una decina d’anni fa, gli avevo portato i primi manoscritti. Riconoscendo la forza della sua scrittura, di pensieri e parole vergati col sangue, che è l’inchiostro della vera letteratura. Tutto il sangue, nel bene e nel male, di una vita senza un attimo di quiete.
E del colore del sangue è questa sua Iliade, che Natalino Piras nella prefazione definisce libro “meraviglioso, immenso”. Mario conosceva a memoria il poema omerico, ne aveva registrata una versione anche in lingua sarda e, potenza liberatoria dell’immaginario, lo vediamo attraversare le mura delle sue prigioni e incontrare i protagonisti di quel mondo in cui “gli eroi erano eroi veri, non erano fatti di cartone come lo sono oggi”, dove “il nemico lo dovevi affrontare mano a mano, dovevi lottare corpo a corpo, dovevi avere le palle, mentre oggi con una pistola ti può uccidere un qualsiasi vigliacco”. Incontri che, come lui stesso scrive, “mi hanno accompagnato e reso meno insopportabili i decenni passati chiuso dentro queste mura”.
Un racconto visionario che, come gli altri libri di Mario (“Totu sa beridadi- Tutta la verità” e “Cent’anni di memoria”), si intreccia con la denuncia di una carcerazione senza spiragli, che diventa, oggi, denuncia di una morte cattiva e ingiusta. E Mario, oggi,
qualsiasi sia stata la sua colpa, lo piangiamo vittima di un sistema che contraddice i suoi stessi dichiarati fini.
“La verità- scrive Monica Murru, l’avvocato che negli ultimi anni l’ha seguito, e per lui si è battuta fino all’ultimo giorno, contro l’irragionevolezza di una pena eterna e senza spiragli- è che solo con quegli eroi, con quegli uomini avvezzi a sopportare i dispetti degli dei e ad affrontare in solitudine la paura della morte e della battaglia poteva conversare liberamente e piangere insieme di tutti i mali del mondo”.
Ho sempre pensato, e spesso detto, che se Mario non avesse imparato a scrivere, le sue storie le avrebbe incise nella pietra, tanto forte è la capacità del suo narrare.
“Meriterebbe il Nobel, se il Nobel lo meritasse”… accolgo senza riserve la provocazione di Marcello, che penso tanto provocazione non sia…
Lo merita, sicuramente, questo premio Stregone. Un premio provocatoriamente anti-Strega, trasparente, senza rituali e controcorrente, che non poteva che venire da un editore che ostinatamente continua ad andare in direzione ostinata a contraria.
Sono certa che la sera del 2 di luglio, quando parleremo del libro e, insieme, ne sfoglieremo le pagine, lo Stregone, evocandolo, riporterà fra noi Mario… magia nera o bianca che sia non importa… funzionerà, vedrete.
E non sarà un ninfeo la cornice del premio, ma lo spazio di una ben storica radio, Radio Radicale, per l’occasione …
Sono sicura che a Mario piacerà davvero…


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