Due grandi sardi…

5 07 2020

Vittorio da Rios accosta Mario Trudu ad Antonio Gramsci. Un accostamento che avrebbe commosso Mario… Ascoltate:

“Un altro grande sardo, un intellettuale con l’eroico nel proprio DNA come lo definiva il Maestro Gerardo, vale a dire Antonio Gramsci, patì sofferenze inaudite in carcere. Il corpo piccolo e un po’ deforme di salute assai cagionevole occhi di un azzurro quasi metallico penetranti come lo definì Gobetti nel 1924 in “la rivoluzione Liberale” . Ricorda Gramsci quando nel carcere di Palermo durante un “transito” da un carcere all’altro fu presentato a un detenuto Anarchico che gli chiese: “Gramsci Antonio?”. “Sì, Antonio”, rispose Gramsci. “Non può essere” replicò il detenuto Anarchico. “Perché Antonio Gramsci deve essere un gigante e non un uomo cosi piccolo”. Anche il brigadiere della scorta si immaginava Gramsci “Ciclopico” ed era molto disilluso da questo punto di vista, ma poi non rinuncia a esibirgli la sua variopinta cultura da autodidatta, e a un certo punto comincia chiamarlo “maestro”.
Gramsci saprà della morte della madre amatissima dopo un anno dalla sua scomparsa. Visse in un modo lacerante l’amore per Giulia che gli diede due figli, di cui il più giovane Giuliano non vide mai. L’organismo oramai minato da una vastità di patologie quanto da non pochi travagli psicologici e intellettuali determinati da anni di carcere. Da combattente politico e di grande irriducibile intelletto aveva fatto in carcere tutto quanto aveva potuto. Croce lo definì un grande Italiano. Il suo cuore cessa di battere il 27 di aprile del 1937, a soli 46 anni. Tania Schucht, la cognata che gli ha dedicato molta parte della sua vita assistendolo in varie forme, con premura affetto e intelligenza uniche, salva i quaderni. A lei, a questa straordinaria donna coraggiosa discreta e paziente, quanto coltissima, si deve se il grande inestimabile patrimonio culturale-ideale, e spirituale di Gramsci non è andato disperso. Qualcuno ora forse obbietterà: quale similitudine tra Gramsci e Mario Trudu? Perché ho iniziato con il raccontare di Gramsci per arrivare a Mario? Certamente storie diverse anzi totalmente diverse. Tuttavia due grandi Sardi, legati da un comune destino: aver subito fino all’estremo sacrificio della vita “L’ingiustizia” della giustizia del carcere, della solitudine, e dell’irreversibile annichilimento fisico, fino alla morte. Ricordo una lettera inviata a Carmelo Musumeci, anni fa, che in un momento di sconforto voleva distruggere tutto quanto scritto e conservato sotto la “Branda”; gli scrissi di continuare a scrivere e scrivere che tutto poi sarebbe stato pubblicato, a tesoro e conoscenza per le nuove generazioni, citandogli Gramsci che in condizioni di vita inenarrabili, in carcere, ha prodotto i quaderni e le lettere, tesori di immenso valore culturale, filosofico, politico, quanto epistolare. Si diventa Querce maestose solo attraverso prove e patimenti estremi e definitivi. Vi è da chiedersi quale non “senso” ha determinato l’agire dei giudici, il non concedere a Mario, oramai minato dal male, le giuste cure in strutture adeguate e il vietargli di vedere la sua terra natale e la sua casa? Ha una qualche non dico ragione”giuridica” ma di buon senso e di umanità tale comportamento? Come non ha potuto prevalere innanzi a scandalosi limiti “Giuridici-istituzionali” la nostra robustissima tradizione culturale-filosofica del diritto di grande impianto umanista che non trova eguali nel mondo che ha espresso figure di alto valore scientifico, quanto etico-morale come Filangieri, Beccaria, fino a figure attuali come Luigi Ferrajoli e il recente compianto Cordero? E allora innanzi al deserto attuale del nostro sistema giustizia ci vengono a conforto i versi di Kahlil Gibran. PRIMO DIO, ” Forse l’alba si tiene stretto al cuore il cuore della notte? Forse il mare si cura dei corpi dei suoi morti? Come l’alba, mi sorge dentro l’anima, nuda e leggera. E come il mare che mai si placa il mio cuore restituisce un relitto decomposto fatto di uomini e terra. Non intendo aggrapparmi a ciò che mi si aggrappa : voglio elevarmi fino a ciò che si eleva oltre la mia portata”. E ancora le parole poetiche quanto profetiche di David Maria Turoldo: O QOHELET; “E il già detto è ancora da ridire. o Qohelet: mai la stessa onda si riversa nel mare e mai la stessa luce si alza sulla rosa: né giunge l’alba che tu non sia già altro!” Che questi versi “ultimi” di padre Turoldo siano come perenne lapide ascritta nelle inadeguate coscienze giuridiche e scuoterle dal torpore “dogmatico” di coloro che hanno la pretesa di essere i “sacerdoti” vigili quanto esecutori di leggi non solo ingiuste, spesso nella loro essenza anticostituzionali, ma quanto inanzi a nuove forme “ontogeniche”e soggettive del divenire e mutare di giorno in giorno di ogni creatura umana. Grazie infinite a Francesca unica quanto irripetibile. Ritengo che Tania stessa se fosse ancora viva ne avrebbe fatto grandi elogi. Un caro saluto. “Vittorio da Rios


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