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    Parole buone, come bucaneve nell’inverno della nostra crisi

    Resilienza… In ingegneria si dice della capacità di un materiale di resistere a sollecitazioni impulsive, di conservare o di riacquistare la propria struttura dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o a deformazione. In psicologia connota la capacità delle persone di far fronte a eventi stressanti. E c’è il cambiamento, che è il cuore dell’esperienza resiliente, che “non è semplice adattamento, non è conformazione, non è modifica funzionale, ma ricodifica, rinarrazione, ricominciamento”.

    Cambiamento resiliente, binomio cui sinceramente non avevo mai pensato e che, nella ricerca di pensieri e parole e comportamenti che possano indicare sentieri da percorrere in questo difficile momento, ho trovato nella bella iniziativa di Sergio Astori: #ParoleBuone.
    Astori è psichiatra e psicoterapeuta, e potete immagine quante richieste ha ricevuto da parte di chi, temendo di contagiare o essere contagiato, ha sviluppato forme di panico mai provate prima. Perché il “regalo” del nostro virus è, accanto al rischio di ammalarsi che ci inquieta tutti, un serio rischio di ammalarsi di patologie psichiatriche. E cosa fare per rispondere a chi si è rivolto a specialisti come lui, ma anche per aiutare tutti noi ad allontanare le paure di questi tempi? Ha proposto, Astori, la ricerca di “parole buone”. Come nel gioco di una caccia al tesoro, la ricerca di “parole pensate e condivise”.
    Non è cosa di poco conto in questo tempo di troppe parole che arrivano diritte diritte dal linguaggio bellico, in questo tempo ammalato di infodemia. Infodemia: neologismo introdotto nella primavera scorsa dagli studiosi dell’Organizzazione mondiale della Sanità, convinti che più del coronavirus c’è da preoccuparsi di “quell’abbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno”.
    Vi do dunque un suggerimento. Provate a spegnere per un po’ le voci affollate che si accavallano urlanti, che ci confondono e ci fanno smarrire; sedetevi in poltrona, accendete il lume e… aprite il libro che l’iniziativa di Astori è ora diventata. Titolo: “Parole buone”. Sottotitolo, “Pillole di resilienza per superare la crisi”. La parola come “anticorpo nella massa delle informazioni viralizzate da contenuti negativi”. Per trasformare le parole della guerra nelle parole della cura…
    La prima parola buona: scienza. Che qui si insegna a distinguere dallo scientismo, cioè l’attribuzione di autorevolezza a pareri non documentati, per imparare a non darvi ascolto, e soprattutto non chiedere “formule risolutorie immediate, in contraddizione con il metodo paziente e rigoroso della ricerca scientifica”. I veri scienziati non rispondono da un giorno all’altro, non sono mai affrettati o imprudenti… la pillola di resilienza, dunque: “superiamo più facilmente una crisi quando affrontiamo il disorientamento potendo contare sulle conoscenze attendibili fornite dagli esperti del problema”. Che è cosa che sembra ovvia, ma quante volte dimentichiamo?
    Ancora una parola. Trasformazione. Dove il pensiero è ai giovani della generazione Thunberg che, a differenza di noi adulti, sanno sperimentare e dare voce alla loro progettualità. E ce lo stanno dimostrando, anche invitando noi tutti ad aprirci alla trasformazione. La pillola di resilienza: “superiamo più facilmente una crisi quando attraversiamo gli inevitabili passaggi trasformativi senza la pretesa di uscirne invariati”.
    Salto all’ultima parola proposta nel libro: visione. Pensando al dolore psicologico che nasce dall’attuale condizione e che, non illudiamoci, rimarrà a lungo in noi. Ma le fatiche saranno meno complicate, si spiega, se si premetterà alle lacrime di sgorgare e se impariamo, nel tempo della crisi, ad esercitare la resilienza. Ricorda, qui, Astori, la storia di Giuseppe, una pagina della Bibbia che è sempre un bel racconto che va bene per tutti, in qualunque cosa si creda. Giuseppe, l’ebreo in carcere da anni, viene chiamato a interpretare un sogno del faraone. E Giuseppe, che sa leggere i sogni, spiega la visione, riconquista la libertà, e non solo… “offre a chi l’ha trattato da schiavo, la comprensione dell’angoscia, la speranza e un progetto di lungo respiro”. Giuseppe, che ha sempre tenuta viva in sé la speranza di ritrovarsi in una condizione migliore di prima.
    Scienza, trasformazione, visione… Passando per la saggezza, l’armonia, la condivisione, la meraviglia… Per comporre il suo libro Sergio Astori ha scelto 12 parole, accompagnate da “pillole di resilienza”. Lascio a voi scoprirle tutte, ma potete aggiungerne anche voi. Le #ParoleBuone sono comunque in rete. Rintracciabili attraverso l’hashtag su Facebook. “Ma possono essere disseminate ovunque”. E possono essere molte, molte di più… le parole che offrano senso di appartenenza a chi subisce isolamenti e quarantene.
    Perché mai, pandemie o non pandemie, mai bisogna perdere di vista lo sguardo sulla società tutta, lo spiega benissimo nella prefazione Luca Rolandi, pensando ai più deboli, ai più vulnerabili, ai più poveri, ai naufraghi, del mare e della vita. Perché queste parole buone “ci raccontano che saranno le relazioni stesse a mutarci e farci riemergere migliori, se lo vorremo”.
    Parole buone, dunque. Che, non sarà un disgelo, dice Astori, ma possono spuntare come bucaneve…
    Un bucaneve, appunto, è l’immagine di copertina, che richiama antiche simbologie. Oh, di leggende intorno al bucaneve ce ne sono tante e di belle… scelgo per voi quella che parla dello smarrimento di Adamo ed Eva nella terra fredda dell’inverno nel quale erano finiti dopo la cacciata dal paradiso. Arrivò un angelo che li consolò dicendo che anche per loro sarebbe arrivata la primavera, e trasformò in bucaneve alcuni fiocchi di neve che avevano appena toccato terra. Così diventarono, quei delicatissimi fiori, simbolo di consolazione e di speranza.
    E parlerò, di queste “parole buone”, nella lettera con gli auguri per le prossime festività, ad alcuni dei miei amici di penna che sono in carcere, sperando di offrire loro un nuovo momento di riflessione su se stessi e sul mondo, che poi dovrebbe essere per tutti il vero senso del tempo che, scivolando lungo i giorni dell’avvento, arriva fino al Natale. Ne parlerò loro anche perché sono convinta che, sopravvissuti a un mondo tanto buio, a proposito di capacità di resilienza i miei amici di penna hanno anche loro qualcosa da insegnarci. E vi farò partecipi del contributo che sicuramente ne verrà…

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