Racconti nella rete

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Pioggia

di

Francesca de Carolis

L’acqua era venuta giù all’improvviso. Lacerando la fredda calma che stava scendendo sulla città, sulla frenesia spenta del quartiere, sul sonnolento stile d’epoca dei palazzi, sulle vetrine e le dozzinerie dei negozi, sul sorriso masticato delle commesse, sulla polvere inquieta dei lavori in corso, sui rami spogli dei tigli, sulla tenda a strisce della rosticceria, sulla tettoia dell’edicola. Sui pacchi di giornali che aveva raccolto negli ultimi mesi. Rubati alle panchine, chiesti in carità agli edicolanti, raccolti dai cumuli delle immondizie. Sette buste di plastica bianche gonfie di carta, tenute strette da nodi di spago.

Era un’impresa al di sopra delle sue possibilità, ma era tempo di trasportare le buste dal bordo del marciapiede fino al muro del palazzo, al riparo sotto la linea dei cornicioni. Un pacco per volta. Con il passo rallentato dalle fitte alle ossa, appesantito dai due cappotti che indossava uno sopra l’altro, sopra le due paia di pantaloni, i tre maglioni, con i piedi nudi e il mento curvato sul petto dall’artrosi che lo costringeva a testa bassa. Senza poter vedere altro che tratti di asfalto e i suoi faticati passi, lo spigolo del gradino e i passi affrettati degli altri e i cartocci unti di rifiuti, i fondi nervosi dei pneumatici e i crampi dello stomaco e le chiazze che si allargavano di pioggia sulle sua mani sporche e indurite, come i piedi, dalla polvere del tempo e dal dannato freddo che gli serrava le tempie in una morsa. Un’impresa impossibile, ma ancora una volta ce la fece. Si buttò contro il muro, accovacciato sul respiro affannato, e distese le braccia sulle sue sette buste di plastica. Piene di tutta la sua carta stampata.

Da quella posizione, torcendo lentamente il collo riusciva persino a sollevare la testa. Appena per vedere il bordo della saracinesca calata sull’ingresso della rosticceria, l’edicola chiusa del giornalaio, la corsa accelerata delle auto, gli occhi di un bambino che incrociavano feroci di curiosità i suoi, ancora tanta acqua e i suoi giornali finalmente in salvo. Non poté impedire che la pioggia gli inondasse le ginocchia e schizzasse di fango la barba già sporca.

Ci vollero alcune ore prima che passasse. Poi il cielo si riaprì su tre quarti gelati di luna.

Le ore di pioggia avevano lasciato la strada quasi completamente deserta. Solo qualche ruota continuava a slittare sull’asfalto.

Vide che la luce del lampione cadeva appena più a destra: la raggiunse quasi strisciando, tirandosi dietro una delle buste. Sciolse i nodi che la chiudevano, prese il primo giornale della pila che vi era contenuta e lo sfogliò attento. Ritrovò la frase interrotta la sera precedente e riprese la lettura, ancora una volta, come da anni ormai, alla ricerca della mente che proprio sulla pagina di un quotidiano, non ricordava più quante parole prima, si era persa.

Ma, nonostante il pensiero irrigidito dal freddo, ancora ricordava che un giorno aveva creduto che la realtà tutta potesse esser compresa fra le righe della carta stampata. Tutta quella che lui non avrebbe mai fatto in tempo a verificare, anche perché il suo tempo era troppo breve e il suo orizzonte troppo immutabilmente limitato.

Si era allora affidato per ogni suo sapere alla lettura quotidiana dei giornali, che aveva cominciato a leggere senza saltare una riga, dai titoli di prima alle rubriche, inserzioni e annunci di morte compresi. L’intersezione fra capicronaca editoriali opinioni corsivi oroscopi pagine culturali società estero e spettacolo, doveva necessariamente fornire un precipitato di realtà. Che gli permettesse di varcare gli stretti confini della sua vita quotidiana. Composta da due stanze al quinto piano del quartiere affacciato sul fiume, un dirimpettaio in canottiera, due figli di cui non ricordava il nome, una donna di cui ricordava il nome ma che preferiva dimenticare, un gatto soriano con un occhio semichiuso, le domeniche alla finestra sull’acqua scura, e poi anche i lunedì i martedì i mercoledì i giovedì venerdì e sabato. E poi ancora di nuovo la domenica, quando con più calma degli altri giorni scendeva fino all’edicola per andare a cercare il mondo.

Fu nel pomeriggio di un lunedì che la sua mente si perse fra le righe di un editoriale sul confronto fra occidente oriente nord e sud del mondo, affollato di masse e confini sconfinati, tutti compressi in tre colonne in grassetto. Troppi pensieri, troppa storia, troppa gente. Uno spazio troppo denso che inghiottì qualcosa di lui. E da allora la sua vita era stata tutta assorbita dalla ricerca di quella parte di sé che s’era persa. Da trovare fra altre pagine di chissà quale quotidiano dove, di questo era certo, s’era andata a nascondere.

Ma un indefinito numero di anni, di strade, di righe nere, era passato inutilmente.

Si trovava ora all’incrocio del semaforo accanto alla rosticceria e a pagina dodici del numero del ventisette del mese di febbraio, di quale anno non importava, di un quotidiano del quale non riconosceva neppure la testata.

Lesse per poche ore, per quanto gli concedevano le ombre che gli passeggiavano davanti agli occhi. Tentò di decifrare i sibillini messaggi di una riunione di segreteria: un dossier annunciato sulle cattive compagnie di un giudice. I fatti sufficientemente argomentati e le iniziative che ne sarebbero potute seguire: non bisognava avere impazienze. Il quando era da stabilire ma non sarebbe passato molto tempo: ciò che importava era che giustizia e verità potessero camminare a braccetto. Tutto qui.

Gli sembrarono piuttosto oscure minacce. Non escluse l’ipotesi di poter essere incluso fra le cattive compagnie, così sporco e ormai dipendente dalla parsimoniosa carità delle persone. E poi certo leggeva troppo, ma non ricordava di avere mai frequentato giudici. Aveva buone argomentazioni per difendersi, certo, ma si sentì per un attimo inquieto.

Sputò rancido catarro e passò alla cronaca di un omicidio.

Il corpo di un uomo con le mani legate e un fil di ferro stretto intorno al collo, trovato lungo la scarpata che scivola nel fiume. Riconosciuto come uno dei senza casa che di giorno e di notte vagano fra i marciapiedi della stazione e il fiume. Gli parve storia di un altro pianeta, nulla che lo riguardasse, e passò oltre.

A fatica le dita irrigidite riuscirono a voltare la pagina. Tornò alla ronda sui cieli dell’Iraq; non aveva idea di dove collocare il 32 esimo parallelo, ma lesse di Sirnak, della Turchia e dell’organizzazione terroristica da distruggere, sulle montagne, in pianura e nelle città. Lesse di un bombardamento, tentò di mettere a fuoco nomi conosciuti di un crocevia della storia. Ebbe la netta sensazione che qualcuno stesse per colpirlo a morte, anche se cercò di tranquillizzarsi pensando che comunque fra lui e il nemico c’era ancora l’inframmezzo di un ponte e con tutta l’acqua che era caduta c’era probabilmente anche il rischio di una piena. Ma non era poi così sicuro che i gorghi potessero essere da ostacolo a un bombardiere. Non ne era affatto sicuro.

Altre nubi stavano coprendo la luna. Un fulmine passò sopra la sua testa e un tuono squarciò l’aria.

Temette che per lui fosse giunta la fine, che le armate stessero arrivando per completare quella operazione di pulizia etnica che poteva probabilmente riguardare anche lui, naufrago in un tempo e in uno spazio senza dimensione, che solo un caso in quel momento teneva ancorato a un marciapiede e a un dolorante scheletro.

Un tuono ancora più forte.

Si torse per guardare il cielo. Oltre la tettoia dell’edicola, nello spazio stretto fra il bordo di una locandina e le foglie del tiglio, c’era ancora un tratto di luna. Durò poco. Le nubi si richiusero veloci. Il cielo nuovamente si gonfiò e ricominciarono a cadere strali di pioggia, freddi e crudeli come lame di ghiaccio.

Pensò che era ora di tornare a ripararsi nella baracca sotto il ponte. Per raggiungerla impiegò più tempo del solito, anche se si mosse trascinandosi dietro solo due delle sue buste di giornali. Fece molta fatica, e quando fu infine sotto la tettoia si accasciò in terra, sfiancato. Aveva i brividi e non riusciva a capire se fosse più fredda l’acqua che gli si era intrisa addosso o il suo corpo di cui non avvertiva più il confine. Sentì il bisogno di bere. Per fortuna tutt’intorno cadeva ancora acqua. Ancorandosi con i pugni stretti sulle corde alle buste dei giornali, riuscì a piegare e tendere ancora un po’ il collo fino a bere qualche sorso di pioggia. Ma scivolò in avanti e cadde nel fango tirandosi dietro le due buste. Piovve più forte e questa volta la violenza dell’acqua espugnò anche il suo archivio trasformando in fanghiglia tutta la sua carta stampata.

Vide parole venire a galla, traboccare, travolgerlo in un torrente gelato e non riusciva a capire se era il suo stesso sangue che sentiva ora fermarsi in cristalli di ghiaccio. Si chiese cosa mai lo stesse afferrando: forse uno scroscio più forte degli altri, forse prima ancora di toccare terra, lo stava imprigionando come nel ventre freddo di una stalattite. Un’eco vuota lo assordò mentre sentiva di scivolare via, paralizzato nel gelo.

Fu presto tutto buio. Non ebbe il tempo di voltarsi a guardarsi, sotto la prima luce dell’alba, nel profilo trasparente di marmo, aguzzo e netto, fra la poltiglia di tutte quelle parole.