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L’allarme sui permessi corre dai giornali al Pd: i diritti dei detenuti sull’altare delle elezioni

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A proposito dell’allarme sui permessi a detenuti in 41bis, in un ben discutibile articolo de La Stampa del 12 ottobre, l’intervento dell’Associazione Yaraiha, che molto chiarisce…

Un’inchiesta de La Stampa sui permessi concessi a detenuti per reati di mafia viene rilanciata dal Corriere della Calabria con il titolo «boss ed ergastolani lasciano il carcere». Il testo parla di permessi: uscite temporanee, di pochi giorni, disposte da un giudice con provvedimenti motivati e revocabili. Nessuna scarcerazione. Ma il titolo ha già fatto il suo lavoro, perché il lettore ricorda quello. Vale la pena anche di sottolineare che dal tono dell’articolo sembra che i boss siano tutti per strada, mentre poi a bene leggere chi ha ottenuto il permesso sono in pochi.. lungo è l’elenco di chi ha solo fatto richiesta, e le richieste sono per lo più respinte. Infatti si legge: “Ora accade sempre più spesso che i boss assoggettati al carcere duro facciano istanza per ottenere permessi: fino a 15 giorni per un massimo di 45 l’anno. Naturalmente quasi mai è arrivato il parere favorevole della Dna”..

Lo stesso giorno otto parlamentari del Partito democratico, tutti in Commissione Antimafia, definiscono «impressionante» l’inchiesta e chiedono al ministro Nordio di riferire in Parlamento e di convocare la Commissione. Le informazioni complete, per loro stessa ammissione, vengono dopo. Prima viene l’allarme.

Vale la pena ricordare, a chi se ne sia dimenticato, che cos’è lo Stato di diritto. È il potere che si autolimita. È la legge che vincola chi punisce prima ancora di chi è punito. È un giudice indipendente che decide sui casi concreti senza dover rispondere dei propri provvedimenti a un ministro, a un partito o a un titolo di giornale. È la dignità della persona che resta intatta anche quando la persona è un condannato per i delitti più atroci, perché la dignità non è un premio per chi se la merita. L’art. 27 della Costituzione dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione. L’art. 13 punisce ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni della libertà. L’art. 3 della Convenzione europea vieta i trattamenti inumani e degradanti. Non sono cavilli per avvocati. Sono la differenza tra uno Stato di Diritto e un tribunale del popolo.
E il carcere duro a cosa serve? Il 41 bis nasce come misura preventiva, per recidere i collegamenti tra il detenuto e l’organizzazione di appartenenza. Quando diventa afflizione aggiuntiva, quando si traduce in isolamento prolungato, riduzione al minimo dei contatti, anni di vuoto, smette di essere prevenzione e diventa punizione. Gli organismi di tutela internazionali, a cominciare dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, hanno più volte richiamato l’Italia sui suoi effetti. Il carcere duro produce desocializzazione. Produce persone private di ogni relazione, non persone pentite. E uno Stato che trasforma il condannato in un corpo isolato non ha vinto contro la mafia. Ha solo rinunciato a distinguersi da essa.
L‘articolo de La Stampa, confonde ostativo, 41 bis e permessi, non fornisce un dato, usa le stragi come clava e presenta come anomalia il fatto che ogni proroga del regime speciale debba essere motivata. Non stupisce che i giornali portino notizie di questo genere se uno dei principali partiti del Paese le fa proprie prima ancora di acquisire gli atti e le trasforma in una richiesta di audizione ministeriale: la stampa che rincorre l’allarme trova nell’opposizione chi lo amplifica, e viceversa. Il Pd cita la rieducazione per un attimo e subito dopo la cancella con un «ma». Denuncia sovraffollamento e carenza di personale, come se non fossero responsabilità della politica. Chiede a Nordio di rispondere di scelte che spettano ai giudici di sorveglianza, calpestando il principio che dice di difendere. Nel 2020, in piena pandemia, bastò una polemica sulle scarcerazioni di alcuni detenuti di alta sicurezza per ottenere un decreto che imponeva ai giudici di rivedere i propri provvedimenti. Nello stesso anno, ma non solo, denunciammo che governo e Parlamento avevano scelto di seguire le sirene del populismo penale a scapito dello Stato di diritto e della salute della popolazione detenuta. Dobbiamo parlarne ancora.

Perché il meccanismo è sempre quello. A ogni vigilia elettorale i diritti dei detenuti diventano la moneta con cui si compra un po’ di consenso. Sono i soli che non votano, non possono protestare, non hanno un ufficio stampa. E allora si sacrificano, a destra e a sinistra, sull’altare delle prossime elezioni, con l’indignazione che costa poco e rende molto. Chi pretende una pena senza speranza non difende le vittime. Le usa. E chi tace davanti a questo scambio, o lo asseconda per paura di perdere un punto nei sondaggi, non è garantista. È solo più prudente.
La mafia si combatte prima di tutto con la prevenzione. Si combatte garantendo servizi, lavoro, welfare, cultura e istruzione, cioè offrendo alle persone alternative reali al potere che le recluta. Dove lo Stato è assente, il consenso mafioso prospera e prende il suo posto. Le indagini, i processi e le confische servono, ma arrivano dopo, quando il lavoro vero avrebbe dovuto già essere fatto. Non si combatte con i titoli. Non si combatte con i comunicati. E non si combatte rinunciando a ciò che ci distingue da chi ha sfidato lo Stato.
Noi continueremo a stare dalla parte dei diritti di tutti, a cominciare da quelli che nessuno vuole difendere, perché è lì che si misura se uno Stato di diritto lo è davvero. E si misura anche chi lo governa e chi lo vorrebbe governare.

Associazione Yairaiha ETS