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    Compagne di scuola


    C’era una volta… c’era una volta una classe. E due bambine che venivano da lontano…, che il ricordo ancora punge.
    Ascoltate. Daniela Morandini

    Proprio in questo periodo arrivarono due nuove compagne di scuola che non avevano ancora il grembiule. Tutte e due venivano da lontano: una si chiamava Rita, l’altra Alessandra.
    Rita aveva i capelli sciolti, lunghi fino al sedere e i cerchi d’oro alle orecchie. Sembrava molto più grande della sua età, o forse aveva veramente più anni. Era nata a Tripoli, che non sapevo bene dove fosse, ma la maestra ci spiegò che in quel paese un colonnello aveva rimandato a casa gli italiani che avevano fatto le strade e tante altre belle cose. Dalla carta geografica attaccata al muro vidi che quella città era addirittura in Africa. Mi ci volle un po’ di tempo per capire cosa fosse una colonia, che non si comanda a casa degli altri, e magari neanche nella propria. Rita comunque conosceva l’arabo e una volta la maestra la fece andare alla lavagna a scrivere qualcosa. Iniziò a fare dei segni bellissimi col gesso, da destra a sinistra e poi leggeva al contrario, anche se non si capiva niente. Tutte a ridere, ma lei no.
    Ci sarebbe piaciuto sapere quanti leoni e quanti elefanti, avesse incontrato, ma nessuna si azzardava a chiederglielo. Rita parlava poco, per questo la maestra l’aveva messa in banco insieme all’altra compagna nuova. Alessandra veniva da Reggio Calabria, era magrissima e anche lei sembrava più grande. Le mamme dicevano che era una bimba povera, perché viveva in piccola chiesa abbandonata. Non so perché dicessero che fosse povera, io di poveri ne avevo visti pochi, ed erano tutti maschi. Uno stava davanti alla chiesa alla domenica e si appoggiava ad una stampella di legno come quella dei pastori del presepe. L’altro era un frate con la barba lunga, sempre seduto su uno sgabellino, vicino ad un negozio di tortellini, con i sandali senza calze anche se c’era la neve.
    Neanche Alessandra parlava molto, forse doveva strillare tanto a casa perché aveva tantissimo fratelli, cinque o sei, che a turno la venivano a prendere quando suonava la campanella.
    Le compagne nuove entravano in classe tenendosi per mano, in fila come tutte noi, ma non erano brave. Quando la maestra chiedeva qualcosa, non alzavano mai la mano. Facevano fatica a leggere le parole sotto alle figure del cartellone. Scrivevano storto e sbagliavano le addizioni. Forse non volevano stare lì. Non diventarono amiche e nessuna di noi le invitò mai ad una festa.

    Daniela Morandini

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