Oggi, Giornata mondiale del popolo Rom. Ritrovando, a proposito del popolo rom, un intervento scritto per la rivista A, cui ho avuto il piacere di collaborare … E’ stato forse il mio primo contributo per quella bellissima rivista, scomparsa, infine, con la tragica morte del suo direttore, Paolo Finzi, che della rivista fu anche fra i fondatori…
Rivista anarchica
anno 43 n. 382
estate 2013
” Facendo il pendolare sul trenino che dal centro di Roma porta verso la periferia, c’è un punto sul quale sempre mi soffemo con lo sguardo. Un attimo prima di arrivare al ponte sul fiume, lì dove, sulla destra, una enorme baraccopoli confina con uno sfusciacarrozze e non si capisce dove finisce l’una e dove comincia l’altro, quello che è chiaro è che tutto quel mare di lamiere sembra pronto ogni momento ad affogare nel fiume. E sulla sinistra, dietro una rete di quelle modello pollaio (o forse è l’illusione di un intreccio di rovi trasmutati in recinto), c’è un campo di casupole e container, o qualcosa del genere, più o meno disordinato, più o meno confuso a seconda dei tempi e delle stagioni, comunque con la sua sbilenca fila azzurrina di gabinetti chimici… insomma una specie di campo attrezzato, come si dice. Magari tollerato, come si dice, innnaginavo, se una delle prime volte che l’avevo notato, qualche anno fu, davanti ad una delle baracche una rosa era fiorita su una pianta composta di un unico stelo. E ho pensato alla mano che aveva avuto cura di piantarla accanto alla porta di casa. I fiori si piantano quando si sa di poterne attendere lo sviluppo, la crescita, le stagioni del suo fiorire. O almeno lo si spera. E prima e dopo quel tratto di strada, piccoli assembramenti di illusioni di case compaiono e scompaiono tra i rovi. A seconda dei tempi e delle stagioni.
Una mattina, che l’inverno non era ancora passato, un’intera fila di quelle case era
completamente rasa al suolo. Le pareti squarciate, lamiere e legni e cartoni squassati tetti schiacciati, insomma, proprio come succede dopo il passaggio di una ruspa, e qualcuno, qualche adulto, qualche bambino, ancora vi si aggirava a rimestare…
Pensando alla semantica dei gesti e al Piano nomadi di Roma che va avanti. Con episodi di grande violenza. Ricordo solo quello denunciato dall’Associazione 21 luglio: lo sgombero dei genitori della bambina di 14 mesi che nel febbraio scorso era caduta nel Tevere ed è morta due giorni dopo in un ospedale. E quei genitori rom, ricorda l’associazione, ”nei giorni successivi al decesso della bambina non hanno ricevuto alcuna assistenza e alcun sostegno dal comune di Roma e solo con l’aiuto di alcuni volontari dell’associazione stavano provvedendo alle pratiche per il funerale e il rimpatrio della salma”. Florin e Liliana, come in un copione che sempre si ripete, senza preavviso hanno visto la loro casa abbattuta e sono stati costretti ad allontanarsi in fretta con le loro cose, e i pochi ricordi della bambina morta. Loro che pure, raccontano le cronache, avevano donato gli organi della piccola, e per questo erano stati proprio dal comune elogiati. E così ci ricorda l’Associazione 21 luglio, si è consumato il 510° sgombero del Piano nomadi.
Un gesto di una violenza inaudita. Il cui significato, il cui insegnamento, va ben oltre il momento di quell’atto.
Abbattere una casa, davanti agli occhi di chi vi abita. è gesto che “educa” alla paura. Che educa a violenza e inumanità del sentire, instillate nell’animo di noi spettatori altri che queste scene abbiamo imparato a guardare con indifferenza, quando non con compiacimento.
Essendo noi abitanti di quest’altra riva, tutti buoni e puliti…
Non so se o a quale numero di sgombero risponda il risultato dello spianare di ruspe che ho visto quella mattina… Comunque, quella stessa mattina, sullo stesso tragitto, una ragazza è salita sul vagone chiedendo soldi. Come accade da qualche tempo. Ultimamente saliva un ragazzo… Senza parlare ti lascia accanto, sul seggiolino, sul bordo del finestrino, un biglietto con su scritto: sono povero, ho due figli ecc … Distribuendone un po’ percorre tutto il vagone e poi ritorna e, sempre senza parlare, raccoglie ciascun biglietto e, a volte, qualche soldo d’elemosina.
In genere si ha tutti l’aria stanca e un po’ indifferente, fin dal viaggio d’andata, su quel trenino di pendolari, ma quella mattina il passaggio della ragazza (non importa chi fosse, se rom, se rumena, se di altra terra dalle parti dell’Est…) ha scatenato la polemica spietata e infastidita di due donne che, si poteva ben immaginare, dividono con zingari e quant’altri le paure e le miserie delle stesse periferie. Non la riporto. Non era più inarticolata dell’argomentare di tanta nostra gente che ci amministra. Né di tante persone, che pure ho sentito, asserragliate in belle case che proprio di periferia non sono.
Certo rubano. Riascoltando le parole di De André, nel cd “Ed avevamo gli occhi troppo belli…”, De André che dice, introducendo un suo concerto, “anche a me hanno rubato”. E ci ricorda che gli zingari rubano solo oro e non l’argento ad esempio, che lascia macchie scure, non porta bene…
Ma, sempre ci ricorda De André, c’è chi ci ruba l’aria, riempendola di veleni, chi ci ruba il lavoro. C’è, anche, chi ci ruba la vita sottraendo spazio che dovrebbe essere pubblico, e negando lo spazio privato che serve ad accudirla, la propria vita.
Certo la storia e le storie non sono per niente semplici. All’interno delle varie comunità, in rapporti e dinamiche che non ci appartengono, si consumano anche violenze. Ma questo non sembra mai interessarci.
Eppure, eppure, sempre torna l’eco delle parole di De André: “…dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”. E a proposito di fiori nati fra il fungo delle periferie romane, dunque, sempre a proposito di rom, lessi un libro un po’ di tempo fa, che varrebbe la pena di andare a ritrovare. Chejà chelen, ragazze che ballano, libro edito da Sensibili alle foglie.
Scritto da Vania Vancini, che zingara non è, ma al mondo rom dedica la vita. E, fra parentesi, mi piace ricordare che in qualche modo, a guardarla bene, qualcosa della luce selvaggia dei figli del vento è trasmigrata sul suo viso, gli occhi dawero troppo belli.., come capita succeda, fra persone che si sono amate e accompagnate a lungo. Vania Vancini si era occupata del progetto di scolarizzazione dei minori rom con l’Area solidarietà Lazio, e in questo libro parla del loro mondo, come non è fucile parlarne. Senza ipocrisie e senza nasconderne le asperità, ma pure con quella vera curiosità e quella passione dell’uomo con cui si capisce ha inseguito e costruito il suo progetto di vita. Convinta com’è che ‘la verità non è mai da una parte sola’.
Vania con le ragazze rom ha messo in piedi un corpo di ballo, le Chejà chelen del titolo del libro. E di loro, soprattutto, ne ha affollato le pagine. Rimangono nel cuore i racconti che, nelle interviste, piccole e grandi donne rom fanno di sé. Una frase, di AH, che fu parte del gruppo di ballo e che ‘non è mai stata da nessun’altra parte’: “Ci piace ballare con le amiche, sentiamo la musica, ci mettiamo i vestiti adatti… sono colorati, me li ha fatti mamma, ha comprato la stoffa a piazza Vittorio, luminosa, colorata, e li ha cuciti. Ci vogliono vestiti eleganti, che si vedano di notte e che facciano rumore”. Vestiti. Che si vedano di notte, e che facciano rumore… Chejà Celen, rimane, ancora oggi, una bella guida per addentrarsi nella periferia di Roma.
Ho accennato alle asperità di quel mondo che il libro non nasconde. Ma, a fare un po’ di attenzione, si tratta di asperità e violenze che sono in qualche modo intrecciate alle nostre. Viene in mente una delle tante pagine di brutta cronaca. Fu sventata qualche anno fu sempre nella periferia romana un’organizzazione che ”forniva” bambini rom a pedofili. Peccato, che i clienti eravamo noi… Fiori nel fango, ancora, il nome dell’operazione di polizia.
Ancora un’immagine e una riflessione sulla semantica dei gesti.
Sempre sullo stesso trenino che porta fuori Roma. Un pomeriggio sale sul vagone una giovane donna. Forse trent’anni. Forse molti di meno. Perché la vita, si sa, sul volto delle zingare, lascia presto i suoi segni più profondi. Accanto ha il suo bambino. Vivacissimo, con dei grandi occhi neri. Sconfinati, mi sembrano, mentre mi guarda con aria monella. Ha una brutta tosse. Ma si muove e saltella e si alza e si risiede con l’energia curiosa dei bambini della sua età. Tre anni, mi dice la madre. Che lo afferra, lo lascia, lo riacciufa, lo bacia. Ancora gli sfugge, lui mi sfiora. E, “non disturbare” lo sgrida lei. Il bambino mi fissa. Un’ombra di paura, e poi guardando la madre punta il dito verso di me: ”Polizia?” chiede. Tre anni e, mi chiedo, quali e quanti gli orchi delle sue fiabe… ”Polizia?” insiste. Quanti e quali gesti lo hanno già educato alla paura.
Ancora.
Ripensando a un viaggio fin nel cuore della Camargue, fino a Saintes Maries de la Mer, per il grande raduno della Festa degli zingari. Un giorno di fine maggio di un anno che non ricordo più. Tempo anche di furti e quant’altro, lessi in seguito in un tuonante articolo su un giornale della zona, diventata anche ben “attraente” con il suo turbinare di curiosi e più o meno ricchi turisti. Ma molto più forte è rimasto il ricordo dell’affollatissima festa delle tre Marie degli zingari: Sara, Maria di Betania, Maria Salomè. Che si narra fuggite dalla Terrasanta su una piccola barca, che è poi approdata sulla spiaggia della Camargue dopo un volo sul mare. Due Marie bianche e una, Sara, dalla pelle nera. Tutte e tre veneratissime. Ma è Sara che portano in processione ogni anno, a fine maggio, quando la primavera già sfoca nell’estate, fino alla spiaggia, per bagnarla con l’acqua del mare che a quella terra e agli zingari, insieme alle altre, l’ha donata. Una cerimonia bellissima, come la leggenda di quel volo sul mare (e chi non desidera volare in barca sul mondo?). Difficile dimenticarne gli echi, di preghiere, balli e canti. Da quella riva. Lontanissima. Che ritorna qualche volta alla mente, quando, al capolinea del sopracitato trenino che mi porta al lavoro, assisto ad una scena che si ripete ogni mattina.
Ecco.
Arrivano con le prime corse. In gruppi di dieci, dodici, e anche di più. Scendono dai vagoni lanciandosi fra loro poche parole, che sembrano d’intesa. Più spesso in silenzio. Gli occhi che frugano lontano. Magari, il sospetto è forte, anche nel tempo. Ma chissà se sia il passato o il futuro, quello che vedono. Gli uomini, vecchi e giovani, quasi tutti dotati di stampella. Le loro donne, in genere sono molte di più, tutte, vecchie e giovani, con i bambini spinti in carrozzelle, tirati per mano, avvolti in pezze annodate, a sacca, al collo. Ti aspetti che scompaiano subito nel fiume dell’altra gente. Invece prima di puntare all’uscita della stazione le donne si fermano. Come a un comando dell’anima, in un movimento che è, vi assicuro, coreografia di passo di danza, tutte insieme ruotano verso il muro, sul fondo della stazione, dove c’è un’edicola della Madonna. Quella dei ferrovieri. Mezzo giro di gonne, un inchino, il segno della croce e un bacio mandato alla Madonna.
Con una preghiera, che si legge nell’aria. Per un istante sospese nell’aria anche loro, quelle donne, con le gonne a un soffio da terra, come ai tempi in cui avevano le ali. Sì, gli zingari, l’ho letto da qualche parte, avevano le ali e per vivere non dovevano mendicare e rubacchiare.
Volavano, con gli altri uccelli, e quel che mangiavano gli uccelli mangiavano anche loro. Ma questo, oggi, non lo ricorda più nessuno. E comunque l’idea di troppa hbertà, sempre darebbe un po’ fàstidio…
Più di una volta ho visto inchinarsi e segnarsi anche qualche uomo. Prima di avviarsi al lavoro. Sì perché penso proprio di lavoro, e ben faticoso, si tratti. Provando a immedesimarsi un po’: dopo essersi svegliati all’alba per raggiungere dal fango delle periferie l’asfalto del centro, stare ore e ore su marciapiede, al caldo o al freddo, immobili o tremolando su stampelle. E se pure quello zoppicare fosse finzione, proviamo a inmedesimarci un po’, nella fatica di tenere per ore e ore una posizione innaturale e torta. E chiedere la carità che è sempre un mortifìcarsi ancora più terribile quando non c’è la risposta nemmeno di uno sguardo. Ed è fatica, questo umiliarsi anche quando la vita indurisce al punto da non saperlo più… A volte, penso, meriterebbero uno stipendio.
Ecco, solo alcune immagini di cronache, lo ammetto, assolutamente arbitrarie. Ma rimane, vero, il significato dei gesti. E ce ne è uno che in particolare penso sempre vada fatto. Il gesto dell’elemosina, per quanto (mi si passi la contraddizione) vi sia “ideologicamente” contraria, perché ritengo che la società che si fa Stato debba creare le condizioni perché nessuno, per vivere, sia ridotto ad affidarsi alla generosità dei singoli. Ma è un gesto che ancora compio, perché è gesto che apre alla relazione. E forse lo faccio anche per me. Perché è la capacità di relazione, il mondo complesso e pur contraddittorio che ne nasce, quello che ci fa umani.