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    La sirena delle rocce

    Un regalo per questo lunedi’ di Pasquetta, con un racconto fantastico di Daniela Morandini. A proposito di sirene, di rocce, di donne e madonne che non sanno nuotare….

    Appena sveglia, la Sirena delle Rocce, si  accorse di qualcosa di strano. Tentò di   prendere il volo , ma non ci riuscì.  Scese dal suo scoglio,il più alto, scivolando come  un serpente. Arrivò al mare e, senza bagnarsi, guardò la sua immagine riflessa tra le onde. Come  era cambiata! La sua schiena era bianca, liscia. Non aveva più le ali e al posto delle zampe, c’era  una lunga  coda  d’argento, non aveva piu’ le piume. Guardò l’acqua e si rese conto di non saper  nuotare. Ebbe paura. Si era trasformata così in fretta, in una notte. Respirò’ a fondo l’aria salata  e si senti’ meglio. Uno schizzo  improvviso le bagno’ la coda : rifletteva tutti i colori del mare. Diffidava dell’acqua  e non si  tuffò. Piano piano,  si arrampicò sul suo scoglio e, dall’alto, chiamò le compagne. Laggiù,  sulla riva , scorse Ligea, la più giovane. Anche lei era cambiata, non aveva più le ali, ma giocava con le onde, come se l’avesse fatto da sempre… “Ligea, Ligea, cosa fai in mezzo al mare? Sali!” . La sirena più giovane si scrollò le goccioline dai capelli: “Non posso, devo andare…..”. “ Cosa fai? Torna indietro! Annegherai!”.. Ma Ligea sollevò il braccio per salutarla e, folle d’amore, si allontanò come un pesce. La Sirena delle Rocce, rimase senza fiato. Come era possibile che una sirena potesse  nuotare? (…)  Erano secoli  che volavano su quei tre isolotti, al largo della costa. Volavano, cantavano, cantavano. A questa metamorfosi, la Sirena delle Rocce non riusciva a darsi una risposta  e allora decise di restare sul suo scoglio. Solo verso sera, quando arrivava la bassa marea, scendeva in spiaggia. Bagnava la coda, toglieva la sabbia dalle squame, respirava l’aria salata, spaccava qualche riccio e lo mangiava. Poi, cantando, guardava il mare, finchè diventava rosso. Ma mai entrava in acqua come Leucosia, o si tuffava come Parthenope. Loro la pregavano, la scongiuravano, ma lei, prima che facesse buio, risaliva, come un serpente, sul suo scoglio più alto. Lassù era come volare sopra al mare, come essere in cielo, dentro a quel blu che a volte diventava viola. Un giorno, la Sirena delle Rocce, vide una nave avvicinarsi  all’ l’isolotto. Era un legno possente, forse da guerra. Parthenope allora esibì la sua voce più bella: avrebbe incantato quegli uomini, avrebbe conquistato il comandante, l’avrebbe trascinato con lei, avvinghiato, sottacqua.

    ”Chi siete, marinai ? –cantava- da dove venite ? Dove andate? Approdate su questa riva! E tu chi sei, legato all’albero maestro?  Perché mi guardi e   non corri da me?”. La melodia correva sull’acqua, ma la nave non cambiò rotta e non attraccò. I remi, regolari, continuavano a tagliare le onde come se nessuno l’avesse sentita. “Com’era possibile? – strepitava Parthenope, mentre i capelli le si attorcigliavano come serpenti, tanto da farla sembrare una Medusa – . “Per me hanno  fatto naufragio uomini e dei! Perchè osate proseguire,  stranieri?” . Ma quella nave spariva all’orizzonte, come se lei non fosse mai esistita. Disperata, fuori di sè,  Parthenope si abbandonò in mare e si lasciò morire, mentre i pesci piangevano. La Sirena delle Rocce, che dall’alto del suo scoglio aveva visto tutto, con un cenno, la benedisse. Sulla spiaggia dove si arenò il corpo di Parthenope, nacque una grande  città, e da allora le sirene vissero per sempre.

    Nota dell’autrice: L’immagine della Sirena delle Rocce nasce dalla mia affezione laica (pagana?) alla  Madonna di Positano. Un’icona bizantina rapita dai saraceni e trascinata su una nave. Quando quel legno passò davanti alla costiera amalfitana, la madonna ordinò “Posa posa” e volò sulla spiaggia. Altro motivo di riflessione, una mia amica che non sa nuotare. E’ una donna di quel Sud pulito, che ancora dice no. Ligea, l’ho immeritatamente presa in prestito da un racconto di Tomasi di Lampedusa: “La sirena” la storia d’amore, appunto, tra una sirena, e un professore di greco. L’ambientazione e’ sull’isola Li Galli, al largo di Positano, proprio dove, secondo la leggenda, Ulisse si fece legare all’albero maestro della sua nave per poter udire il canto delle sirene, nella concezione più arcaica, metà donne e metà uccello. Solo con una metamorfosi più recente, avrebbero acquistato i tratti del pesce. E ancora secondo il mito, Napoli sorse proprio dove si arenò il corpo di Parthenope, che si era lasciata annegare per non essere riuscita a conquistare il re di Itaca.

    Che le sirene vivranno per sempre e’ un’invenzione di Matilde Serao, e a me piace crederci.

    Daniela Morandini

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