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    La solitudine dei numeri ultimi…

    A proposito dei ragazzi e delle ragazze, di supporti psicologici di cui tanto si parla e vere o alimentate fragilità…
    Bello, interessantissimo intervento, questa mattina alla rassegna stampa di Radio3. Le parole di Selenia, che ha chiamato da Catania, ed è dottoranda dell’università di Genova intervenuta a proposito della notizia dello studente di Chieti che si è suicidato, l’ennesimo, perché nascondeva la sua carriera “fallimentare” universitaria. Quello studente che… “la mia via è inconcludente e inutile”. Che subiva, come molti, la pressione sociale che sembra essersi creata intorno alle prestazioni universitarie.
    Sono andato a risentirlo attentamente, l’intervento di Selenia, che è voce accorata e lucida, e saggia, che ha lo sguardo non ancora offuscato dal turbinio di parole e semplificazioni che riempiono il fiume del “pensiero dominante”.
    Un fenomeno, ricorda Selenia, che purtroppo non riguarda solo l’Italia, perché anche nel resto d’Europa nelle grandi università europee sempre più studenti si tolgono la vita, e sottolinea “come questa sia la conseguenza sistemica e sociale di come immaginiamo l’università, di come costruiamo percorsi formativi… non sempre pensati per tutti e tutte”. Sottolinea, anche, che “parte della responsabilità sta al modello ministeriale di qualità su cui si costruisce l’università, che finisce per essere solo una questione di quantità, di quanti si iscrivono, quanti si laureano, quanto alti sono i loro voti… eccetera eccetera… dove la crescita personale, morale e intellettuale di un individuo viene ridotta a quantità misurabile, che tratta appunto quella che dovrebbe essere la crescita umana e personale dell’individuo come un questione di prestazioni”. Ma c’è anche una “responsabilità diretta del giornalismo, internazionale e italiano, che crea narrazioni tossiche per alimentare questo sistema”. “Vorrei capire perché non si parla di questo, perché i giornalisti non si prendono anche un minimo di responsabilità riguardo a questo”, chiede.
    E a Duccio Facchini, direttore dell’Altraeconomia, che tanto egregiamente conduce la rassegna di questa settimana, che accogliendo le sue parole e ricordando fra l’altro che l’Unione degli universitari nazionali richiede un sostegno psicologico anche nelle università, chiede se ha incontrato questi percorsi…
    Selenia risponde che nella sua esperienza purtroppo il sostegno psicologico non c’è, ma, ascoltate bene: “Quello che io mi chiedo è perché dovrebbe servire un supporto psicologico in quella che dovrebbe essere un’esplorazione, una crescita in direzione della conoscenza. Un’università non dovrebbe creare lavoratori, prestazioni… l’università non serve a questo. Non è questo studiare, formarsi… non dovremmo avere bisogno di supporto psicologico. Se ne abbiamo bisogno è conseguenza diretta di un inquadramento di un certo tipo dell’università che è sbagliato. Sbaglia l’università e chi fa le leggi relative all’università”. E insiste, “sbagliano anche soprattutto i media che veicolano un certo immaginario. I giornali dovrebbero essere più responsabili e sapere, pensare a quello che stanno raccontando”.
    Un esempio di narrazione tossica? Chiede Facchini.
    “Tutte le notizie che riguardano studenti e studentesse che si laureano in tempi assurdi, ad esempio… Il fattore tempo”…
    Anche lei, Selenia, ha subito il “fattore tempo”, si è laureata fuori corso “…e non sto a dire quanti problemi questo ha creato sulla mia persona… quali problemi crea agli studenti che ora sanno iniziando un percorso, anche giovani, molto più giovani… appena usciti da una scuola dell’obbligo che quasi li imbocca, si trovano all’università, e sentono intorno la pressione del dover fare tutto e subito… e se non riescono a fare subito un esame, per un motivo qualsiasi, magari perché hanno bisogno d’aiuto, magari perché hanno semplicemente anche altri interessi… Non si può pensare che la vita di un ragazzo ruoti solo intorno allo studio, ai libri… a vent’anni si hanno tanti interessi, è un momento di crescita più ampio, si scopre il mondo… Tutto questo contesto è assolutamente ignorato”.
    Ho voluto riprendere l’intervento di questa giovane dottoranda, perché ci offre una verità che pochi sembrano vedere. Che a vent’anni, come ben spiega, si attraversa un momento di crescita ampio, si cerca, si scopre il mondo… non si dovrebbe venir chiusi in meccanismi che creano smarrite solitudini, che creano gabbie, che inducono bisogni (il supporto psicologico, ad esempio appunto) in quella che dovrebbe essere una fase di esplorazione, complessa e tormentata anche a volte, ma sempre libera e ricca delle voci molteplici del mondo…

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