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    Le nostre vite parallele


    “Personalmente ho avuto un cruccio nella mia vita: quello di partorire continuamente tante idee e progetti, più di quanto il tempo e la salute concessami dal creatore potevano permettermi di realizzare… la mente come un vulcano perennemente in eruzione”. Così racconta di sé Pietro Tartamella e, per quel che ho potuto conoscere, posso dire che è proprio vero.
    Pietro Tartamella, artista di strada, una lunga barba da mangiafuoco buono… che, dopo aver girovagato per l’Italia con spettacoli e giochi di voci e di colori, con la moglie Anna, Annamaria Verrastro, si è fermato in un casolare sul limite della campagna, fra Torino e Asti, e qui insieme hanno fondato Cascina Macondo che è associazione di promozione sociale, ricchissima di iniziative e di attività, pensate per aiutare a svelare le capacità e la bellezza che è in ognuno… ma proprio in tutti tutti… anche quelli che la società vorrebbe escludere e tenere lontano…
    Dicevo spesso a un mio amico detenuto, che purtroppo oggi non c’è più, che da quando ho messo piede in un carcere, e ho iniziato a seguire vite prigioniere, paradossalmente mi si sono aperti infiniti mondi, affollati di persone incantevoli. Come Pietro, appunto, che fra le tante cose molto si occupa di persone detenute, tessendo con loro parole…
    Oggi ho fra le mani l’ultimo lavoro curato da Pietro: “Vite parallele”, che è un lunghissimo racconto dove si intrecciano ricette e biografie. Dove dentro la cornice immaginaria di sette incontri conviviali si incrociano testimonianze di vita. E sono storie, molte, di persone detenute, che si alternano a quelle degli amici che da sempre affollano gli incontri di Cascina Macondo, e a quelle di persone disabili che lì hanno trovato anche per loro parole… E sorprendono, e spiazzano, le narrazioni che nascono intorno a tavolate imbandite, fra una portata e l’altra e l’eco di sospiri di poesia haiku.
    E’ stupefacente come sotto lo sguardo di Pietro le persone, qualsiasi sia stato nel bene e nel male il percorso della loro vita, sempre si svelino, raccontando e raccontandosi senza timori né ipocrisie.
    E “mentre a qualcuno muore la madre, a qualcun altro, nello stesso momento, potrebbe nascere un figlio… Mentre qualcuno si sdraia sul letto dopo una giornata di gran lavoro, c’è qualcun altro che nello stesso momento si alza per cominciare la propria notte di lavoro”. Le nostre vite che scorrono parallele…
    Il cuore di tutte le iniziative di Cascina Macondo è l’affabulazione, che sempre ruota intorno a una concezione del mondo ricca di poesia e accoglimento. Che è un modo per viaggiare, anche stando fermi, nell’anima del mondo. Perché Pietro, come Annamaria, vagabondi artisti di strada lo sono sempre rimasti, anche dopo la scelta di fermarsi nella loro cascina. Nomadi stanziali, direi, che è una condizione, bellissima, dello spirito.
    Poco distante da Cascina Macondo c’è un grande rovere. Tempo fa Pietro col gesso tracciò intorno al tronco un quadrato di cinque metri per cinque. Una sorta di “cella all’aperto”, dove si è rinchiuso per un certo tempo, come prigioniero. E ha invitato amici e conoscenti a portare, a lui che non poteva muoversi, racconti di viaggi. Ebbene, sono state decine e decine gli amici che hanno risposto all’invito ad accorrere intorno alla sua cella-fortezza sotto il grande albero. Ognuno col racconto di un proprio andare… che può essere il sogno di un ragazzino, Tommaso, che “sogno in grande / e navigo, navigo… e mi risveglio// sogno e volo/”… che può essere “il cammino verso quel cubicolo che sarà la mia nuova cella” (ci sono sempre storie di persone detenute. Che non si dimentica mai a Cascina Macondo che sono parte della nostra società).
    Insomma, tanta vita scorre sempre nei racconti e tutto intorno, tante storie che sono frammenti di esistenze raccolti nelle pieghe del nostro andare e del nostro stare. Che tutte Pietro sembra dirigere e orchestrare.
    E questo grande affabulatore qualche anno fa ha provato anche a vivere da eremita. Che significa senza televisore né radio, senza libri, senza giornali, senza internet, senza luce, senza bagno, senza acqua corrente, senza orologio… soprattutto, senza parlare. La sua “grotta” è stata Amatillo, una barca costruita in Bangladesh, che a vederla sembrava una capanna truccata da armadillo, ancorata nel fiume Lys a ridosso del ponte Vleeshuis, nella cittadina belga di Gent. Ma anche il silenzio di quei giorni si è tradotto un mare di appunti sulla sua visione del mondo, il suo impegno per una “società solidalista”, nella quale Pietro ostinatamente crede, “una società dove, tanto per cominciare, ai bambini bisognerebbe insegnare a chiedersi non ‘cosa farò da grande’, ma ‘quale sarà il mio ruolo’, in una società in cui ognuno si senta legato a ciascun altro…”
    Infinite altre cose si potrebbero raccontare sulle iniziative di Pietro Tartamella, e a sfogliare tutte le sue pagine c’è da perdersi, nell’infinità di storie e di vite che scorrono parallele…
    Ancora solo una nota. Ah-Che-Waga-Chun, “colui che s’arrampicò sull’albero”, è il suo nome indiano. Il nome di quando, con la moglie Anna, attraversava l’Italia, per piantare nelle piazze di paesi e città una grande tenda indiana, dove accogliere bambini, per raccontare loro bellissime storie. Una vita nomade di cui la vita stanziale degli ultimi anni ha conservato integro il fascino.
    Come il logo di Cascina Macondo: un veliero, che ha le vele di foglie e naviga su un mare di sassi e foglie. Nato, spiega Tartamella, dall’immagine di una vecchia copertina di “Cent’anni di solitudine” (ricordate? insuperabile Gabriel Garcìa Màrquez), il veliero su un fiume in secca… Sono state aggiunte le foglie e l’idea di un vento lieve che sempre, ancora, spinge a viaggiare, per ritrovare il filo delle parole…
    Ecco, sempre insegna, Pietro, a seguire, per non perdersi, quel vento…


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