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    Tutto è cominciato…

    Due anni fa neppure sapevo di che si trattasse. Tutto è cominciato curando, sull’argomento, una puntata di una trasmissione di Radio Uno cui collaboro, “La radio ne parla”. Ho ancora la scaletta: e tra parentesi Nadia Bizzotto, responsabile della Casa di Accoglienza della Comunità Giovanni XXIII di Bevagna, alle porte di Perugia. Nadia… tutto è cominciato con lei, che da anni di questi detenuti si occupa, e con il suo ostinato inviarmi “lettere dal carcere”. Lettere, appelli, comunicati, soprattutto di Carmelo Musumeci, che da tempo cerca di sfondare il muro della nostra indifferenza, scrivendo, scrivendo, scrivendo. Un giorno gli ho scritto io. Parole timide, imbarazzate forse, perché (avete mai provato?) non è facile trovare le parole per chi sai da anni e anni pensi abbia un orizzonte totalmente chiuso. Cosa gli dici? Parole di speranza? ( ridicolo! ) di condivisione? ( ridicolo, io non sto dentro e presumo mai ci sarò) , di consolazione ( e di cosa? saprebbe di pietismo), dell’ultimo film? dell’ultima cena con amici? Bèh, sì, puoi mandare qualche libro e poi discutere di quello… Ma Musumeci questo orizzonte si ostina a non volerlo chiuso per sempre ed era stata sua l’idea di raccogliere interventi di ergastolani nella sua condizione per farne poi un libro. E ha chiesto a me di curarlo, questo libro… ecco tutto è cominciato così. Con un gran timore davanti a una valanga di parole, che all’inizio sembravano incomprensibili… ma poi il libro è nato.  Il libro è nato, ma soprattutto ora so. (…)

    Ora so. Ergastolo ostativo è un fine pena mai, ma davvero mai, una detenzione che esclude qualsiasi beneficio, di fatto una condanna a morire in carcere. E la prima domanda che ci si pone è: se la Costituzione parla di fine rieducativo della pena, come può una pena che non finisce mai rieducare. Rieducare a cosa?  Due anni fa non sapevo neppure che esistessero, gli “ergastolani ostativi”. Ora so. Ora conosco alcuni dei loro nomi. Ora so che sono tanti. Se un calcolo preciso è difficile da fare, perché non esiste una norma che condanni formalmente all’”ergastolo ostativo”, ma l’ostatività nasce da un meccanismo prodotto dall’inasprimento delle pene introdotte per combattere la mafia dopo la stagione delle stragi dell’inizio degli anni ’90, le associazioni che se ne occupano parlano di un numero che oscilla fra i due terzi e i tre quarti del totale delle persone condannate all’ergastolo, si parla di circa 1200 “ergastolani ostativi”.

    Non è stato facile comporre le pagine del libro. Di fronte a un fiume di parole e linguaggi che all’inizio a tratti mi sono sembrati impenetrabili come mura. Ma il muro a poco a poco si è aperto. Quello che mi sembra ora ben più complicato, è fare breccia in un altro muro, ben più compatto, che è intorno. Un muro che ha ripreso a innalzarsi dopo la stagione degli anni ’60 e ’70, che aveva visto il fiorire di battaglie per l’affermazione di diritti, che pure la società sembrava aver aveva riconosciuto e accolto in sé. Ma dagli anni ’80,  l’individualismo, accompagnato e rafforzato da un consumismo feroce, ha cominciato a farla da padrone, e si è sempre più chiusi nei confronti delle ragioni degli altri. Più di quanto a volte, ingenuamente forse, avevo immaginato. Mi è capitato, in questi mesi, di parlare con conoscenti e amici del lavoro a cui sono stata intenta. Ebbene, parlando di pene che non finiscono mai, “azzardando” dubbi sul diritto di cittadinanza di queste pene in uno Stato che voglia dirsi democratico e civile, la prima reazione è stata una sorta di irrigidimento…:  “ma stiamo parlando di persone che hanno commesso gravi reati!” “ma noi dobbiamo difenderci” , “ma sono criminali!” . Forse, certo. Ma, (ingenuamente?), mi ha davvero inquietata, e spaventata, il fatto che la stragrande maggioranza delle persone, anche quelle che so convinti “democratici” (ma che significherà mai a questo punto?), possano davvero pensare che sia giusto così: chiudere per sempre come in una scatola buia persone… e di loro non ci importa più niente. La verità, credo, è quello che nella prefazione al libro scrive Don Ciotti: interrogarsi di fronte a queste persone significa provare a sciogliere nodi che sono dentro di noi, guardare cose che non ci piace guardare… e spero a questo il libro possa in qualche modo servire. Insomma le parole di questi ergastolani sono come un fiume, un fiume impetuoso, che urla una domanda: perché ci è negata la speranza? La speranza di dimostrare che si è cambiati. Una speranza che non passi necessariamente per l’essere “collaboratore di giustizia”. Che è scelta processuale ( ed è strumento delicato e complesso e nel libro ciascuno spiega perché è una scelta non fatta ) e non necessariamente dimostrazione di pentimento vero. 

    Ma quello che mi ha colpito, nel leggere le parole di questo fiume…  sono state anche due assenze, due cose non dette, pur parlando della vita in carcere. La prima: non c’è nulla di più difficile da sopportare come l’assenza di relazione dei corpi, l’assenza della vita sessuale, che significa anche castrazione di sé. Cosa anche questa così mostruosa da essere impronunciabile. Descrivendo la vita in carcere nessuno ne parla, se non sollecitato. E le risposte, se non dilagano nel luogo della famiglia ( quello sì, forse unico appiglio ) sono davvero molto scarne: come si vive la prigionizzazione della sessualità?  “con tanta pazienza” solo sospira qualcuno. Ed è questa punizione aggiuntiva, che rende intollerabile il carcere per chiunque, proviamo a immaginare per chi non ha nessuna speranza di uscirne…

    La seconda assenza: il carcere è rumore di ferro, è cosa che scandisce ogni minuto (porte di ferro che si aprono, si chiudono, cancelli, rumore di ferraglia ovunque…).  Eppure nessuno ne parla, come se ognuno, per sopravvivere, l’avesse assorbito in sé, tutto questo rumore.  Solo, come un sussurro: “Noi a poco a poco diventiamo il carcere… arrugginiremo come il ferro…”.

    E questa barbarie, se è parte del sistema cui si affida la nostra società, è parte anche di ciascuno di noi.

     

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