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    Uccidersi a trent’anni

    Leggendo la lettera di Michele, il trentenne di Udine che giorni fa si è tolto la vita… pur contraddicendomi, pensando che davanti a una cosa così tragica come il suicidio bisognerebbe anche saper tacere… . Ma se i suoi genitori, hanno deciso di renderla pubblica, leggerla e rileggerla e parlarne è anche accompagnarli nel solco del loro dolore che denuncia: “nostro figlio ucciso dal precariato… il suo grido è simile ad altri che migliaia di giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte a una realtà che distrugge i sogni”.
    Non sapendo nulla di Michele, se non le parole della madre: “Michele? Era bello. Siamo affranti… stanchi. Abbiamo solo voluto rendere onore a nostro figlio, che ha compiuto una scelta crudissima”.
    La lettera, dunque… Oggi che così poche ne scriviamo, chi si prende la briga di andare oltre il balbettio di sms, tweet, che tanto hanno reso balbettante anche il pensiero, sempre ha da offrirci parole di verità. Che forse non siamo più in grado di reggere. Perché non possiamo nasconderci che parole di verità chiedono risposte di verità. Quella di Michele è una lettera che meriterebbe riflessioni lunghe come un trattato. Ma una o due delle sue verità voglio riprenderle:
    “Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare”.
    E come non vederla questa verità, se appena appena si conoscono storie, l’arrabattarsi di persone che si affacciano sul mondo del lavoro, se appena appena se ne conosce la qualità e le capacità, a confronto di un sistema anchilosato, ben serrato a proteggere l’esistente mentre chiede a chi ne è ai margini (quasi una beffa, e che beffa!) elasticità… Basta guardarsi intorno. O solo accanto.
    Bé, vi dirò… non dimenticherò mai la giovane donna precaria collega che, in rai, lavorava in una stanza accanto alla mia. Non so dirvi che contratto avesse, certo di quelli da rinnovare ogni sei-dieci mesi, con debita pausa fra un contratto e l’altro (che per carità altrimenti avrebbe potuto rivendicare continuità di lavoro, pretendere assunzioni eccetera eccetera… ve la faccio breve). Ebbene, aveva appena avuto un bambino, ma il suo contratto non prevedeva il tempo della maternità. Mi vergogno ancora oggi se penso al giorno in cui ho chiesto di vedere il suo bambino. Perché l’ho potuto vedere subito. In macchina dietro i cancelli del centro… che glielo portava il marito all’ora della poppata… Non so quella giovane collega che alternative avesse, se avesse alternative, per difendere il suo breve lavoro. Poi un giorno è scomparsa, che l’azienda, per questioni di bilancio (?!), aveva ridotto il numero di quei miseri contratti…
    Qualche verità, ancora: “Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile”.
    In risposta leggo di una lettera, comparsa su un settimanale, di una coetanea di Michele, Veronica. Una lettera con tanti spunti, ma di cui colgo soprattutto una riflessione sulla sua generazione. Pur riconoscendo le difficoltà contemporanee, afferma: “Se Michele si è suicidato è anche colpa di noi giovani… Non abbiamo una coscienza sociale, questo è il vero problema. Ognuno è a testa china sulla propria strada, in mezzo a smartphone, ambizioni, menefreghismo e bicchieri di vino. È una grossa generalizzazione, sicuramente, ma che siamo imbottiti di un individualismo spesso quanto le nostre speranze è innegabile”…
    Che è sicuramente vero. Ma dall’alto dei miei anta e anta anni, non posso non chiedermi quanto noi abbiamo costruito ( e a cosa è funzionale) questa società di individui che non conosce le relazioni. Che non insegna valori, che non insegna che la sconfitta, anche, può essere un valore da cui ripartire. Società che non fa sistema…
    Ancora una verità di Michele: A proposito della mancanza di un ambiente stabile… “ le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare”.
    E’ esattamente quello di cui si parlava con grande avvilimento, qualche sera fa, con un’amica esperta di dinamiche mondiali delle questioni ambientali… Una questione enorme, di cui nel nostro piccolo quotidiano facciamo finta di nulla. Per Michele, per cui tutto diventa enorme e si confonde e si somma, diventa gabbia che si aggiunge a gabbia…
    Il disagio di Michele è il disagio di molti, di troppi. Ne leggiamo nelle statistiche, ma Michele ci ricorda che sono persone con nomi e cognomi. Ed è terribile pensare che un atto definitivo come il suicidio possa essere sentito come ultimo, unico momento di libertà…
    Leggendo e rileggendo la lettera di Michele, c’è una frase che spaventa, e la mia è paura che nasce da quello che non si conosce, che non si capisce.
    “Perdonatemi, mamma e papà, se potete,- si legge alla fine- ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene”.
    Sono di nuovo a casa… Tutta la nostra vita è un continuo tentativo di sentirsi a casa, che è luogo della pace, rifugio da ogni torto e da ogni paura o dubbio. Terribile pensare che l’unico luogo in cui sentirsi al sicuro sia un cantuccio buio dell’utero del mondo…
    “È un periodo questo dove il malessere e la sofferenza si raccoglie in ogni angolo come le lumache dopo giorni di pioggia”, rubo un pensiero ad un’amica, Monica, Monica Murru, che fra l’altro è avvocato, penalista, e motivi di disperazione e di gabbie d’ottusità ben ne conosce… “È sempre più difficile- continua- dispensare speranza. A se stessi e agli altri, dice, ma non conosco un altro modo di vivere”.
    La coetanea di Michele, Veronica, dell’impetuoso e disperato addio al mondo dice: “non fatene un manifesto”
    Certo che no… certo che sì, se serve per capire… E la speranza è che questa lettera venga letta e riletta, perché qualche risposta, pubblica e privata che sia, anche da qui deve partire…

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