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    Una preghiera…

    Tredici anni. Erano almeno tredici anni che viveva lì. In una vecchia automobile parcheggiata in via Emanuele Filiberto. Sulla destra. Pochi metri prima dello sbocco sulla piazza. Piazza San Giovanni. Qualche mese fa sembrava avesse cambiato automobile. Una più piccolina. Comunque vecchia. Comunque ferma. E chissà come riusciva a dormire… chissà se dormiva davvero, rannicchiato sul sedile anteriore. Tredici anni… e chissà quale piena aveva stravolto lo scorrere del fiume della sua vita… per abbandonarlo lì, sulla riva perduta di quel marciapiede. Dove giorno dopo giorno, mattina dopo mattina, negli ultimi tempi appariva sempre più stanco, sempre più curvo e smagrito. Chissà quali pensieri hanno accompagnato quella sua vita disperata e sola…. E ostinata. Scandita dal tempo della sopravvivenza. Quale buio feroce intorno a lui… eppure quale forza inerte se per tredici anni è sopravvissuto a notti gelate d’inverno, a notti senza respiro d’estate… a pasti consumati in fretta, seduto sul sedile davanti, a pomeriggi vuoti di nulla… o pieni di chissà quali conti sulla sua vita… Passando, infinite volte me lo sono chiesta e infinite volte avrei voluto chiedere, avvicinarmi, forse… Ma bisogna avere coraggio, anche per questo… (…)

    E invece sono stata vile anch’io, anch’io sono passata via, appena appena guardando, ma non sempre, quell’uomo che nulla mai chiedeva, che con nessuno mai ho visto parlare, che di giorno a volte spariva, per chissà dove, che di giorno a volte restava, sul sedile dell’automobile… che tutte le sue cose aveva sul sedile posteriore, e nel bagagliaio, che qualche volta ho visto aprire… per controllare, frugare, cercare chissà cosa… Una volta l’ho visto tirarne fuori una pentola, piuttosto grande, come residuo di una cucina affollata del tempo che era stato… forse… Tredici anni, nel luogo non luogo di quella scatola di ferro… Ci vuole molta ostinazione, mi sono qualche volta detta, per non essere già impazzito… per non essere ancora andato via dalla vita… Ma da qualche tempo era sempre più curvo e smagrito… sempre più restava, dentro quel suo abitacolo, sul sedile davanti anche a dormire, con le gambe rattrappite nel vuoto. Mi ero chiesta, qualche giorno fa, vedendolo dormire già prima di sera, con la testa appoggiata al finestrino, se sarebbe sopravvissuto al prossimo inverno…

    E mi si è gelata l’anima, vedendo, ieri pomeriggio, la sua casa-automobile circondata da vigili, che delimitavano l’area intorno con strisce di plastica colorata, e un fotografo… a catturare l’immagine della targa, dell’auto, delle gambe rattrappite che appena si indovinavano sotto il lenzuolo che lo copriva. E l’inverno non è ancora arrivato.

    C’era un fiore, avvolto in un foglio di carta bianca, ieri pomeriggio, sul parabrezza dell’automobile. C’è un mazzetto di fiori di plastica, da questa sera, sul muro, all’altezza dell’automobile che adesso non c’è più. Un mazzetto di fiori, rivolti verso l’alto. Come una preghiera…

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