Storia di Antonia

13 11 2017

foto001Guardate gli occhi di questa donna. Nella foto sgranata dal tempo… è giovane, bella, sorride alla vita…
“Non può essere la stessa donna che era in manicomio, quella che conoscevamo era più brutta era più vecchia “, era stato il commento di due suore che in manicomio l’avevano incontrata. “Certo avrebbero potuto porsi una semplice domanda: come si diventa stando lì dentro, dopo tanto tempo, dopo tante sofferenze?” E’ l’amara riflessione di Gabriella Tucci, che della donna della foto è figlia. E lei è Antonia, Antonia Bernardini, che morì a 41 anni, bruciata viva sul letto di contenzione, nel manicomio giudiziario di Pozzuoli. Il giorno in cui moriva anche l’anno. Era il 1974.
Se ne parlò molto, allora… la storia del suo calvario occupò per giorni e giorni i principali quotidiani, e squarciò il velo su quanto di terribile accadeva dietro le mura dei manicomi, criminali e non.
Ritorna, oggi, questa vicenda in un libro scritto da Dario Stefano dell’Aquila e Antonio Esposito. “Storia di Antonia, Viaggio al termine di un manicomio”, edito da Sensibili alle foglie. Un libro quanto mai necessario, perché nelle pieghe della cronaca di quei giorni, l’indignazione, il dibattito sui manicomi che ne seguì, e quanto accadde nelle aule di tribunale, e quanto non accadde poi…, c’è molto che ancora ci riguarda. Perché “il passato non è morto; non è nemmeno passato”, come, a esergo del libro, il pensiero di Christa Wolf.
Toglie il fiato dalla prima pagina, questo “viaggio al termine di un manicomio”…. viaggio in un incubo, se da un piccolo diverbio davanti ad una biglietteria, per Antonia, dopo una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, in un precipitare che si fa fatica a credere, si aprono le porte del carcere e poi del manicomio, e poi del manicomio criminale…. Ma già, Antonia aveva “precedenti”… era stata più volte ricoverata in ospedali psichiatrici, dove capitava che si presentasse lei stessa per farsi curare dei momenti di confusione o di depressione. La malattia di Antonia, che viveva in una modesta casa della periferia romana, al Tiburtino terzo, come ben raccontano Dell’Aquila ed Esposito, era una “malattia di classe”…
storia di AntoniaAntonia Bernardini, per il reato commesso, sarebbe potuta presto ritornare in libertà, se soltanto un magistrato solerte avesse applicato la legge. Ma a chi importa della vita di una “povera pazza”. E per lei, marchiata con lo stigma della malattia mentale, basta poco per entrare nel meccanismo feroce di una trafila burocratica di norme che identificano la malattia mentale con la pericolosità, e che ha portato “a un’ennesima condanna a morte senza possibilità d’appello, pronunziata ed eseguita congiuntamente da due fra i più forti sistemi repressivi esistenti in Italia, quello giudiziario e quello psichiatrico” , come denunciò in un comunicato, dopo la sua morte, Psichiatria democratica.
Leggete questa “Storia di Antonia”, un lavoro attento, dettagliato, che è racconto e prezioso documento insieme. Puntigliosamente ripercorre tutte le fasi di quella terribile vicenda, gli arbitri, gli abusi, come raccontati dai giornali, nelle testimonianze raccolte nelle inchieste, negli interventi nelle aule di tribunale… in una sorta di moviola che ogni volta finisce sul corpo bruciato di lei, legata a un letto come “Cristo in croce”. Moviola che, anche, svela le parole truccate…
Nessuno salva Antonia Bernardini dagli abusi e dalle violenze se muore dopo quattordici mesi di manicomio, quarantatré giorni consecutivi di contenzione, lei che prima di spirare riuscì a dire che aveva acceso un fiammifero per attirare l’attenzione, lei che chiedeva da tempo un po’ d’acqua… Se le condanne inflitte al direttore del manicomio criminale di Pozzuoli, al suo vice, a una suora e a tre vigilatrici che lì lavoravano, vengono ribaltate in Appello e la Cassazione mette sulla vicenda la parola fine.
Antonia sembra essere morta di follia… Se il direttore dell’istituto di Pozzuoli, Francesco Corrado, può dire: “… tra pazze criminali sono cose che qui possono succedere”. Lì dove, svelano le inchieste, la contenzione era pratica abituale per garantire tranquillità a chi avrebbe dovuto vigilare, contravvenendo alle disposizioni ministeriali che pure l’ammettono solo in casi di estrema necessità.
Assoluzione di stato, si sottolinea in questo libro. Ma questa vicenda permise di mettere sotto accusa tutto il sistema di cura e di organizzazione del manicomio giudiziario.
Da sfondo, e accanto ad Antonia, la storia di una folla di donne. Le “agitate”, “scostumate e fastidiose”, e tutte le terribili cose che “sono cose che possono accadere”… come accaduto a Nina, che muore a 17 anni, dopo crisi febbrili indotte, una serie infinita di coma insulinici provocati, elettrochoc, giorni e giorni di contenzione… “e nessuno mai si è occupato del dolore che si portava dentro”…
Bisognerebbe pronunciare il nome di tutte e tutte ricordarle queste “vite di donne infami”, vittime del Medioevo contemporaneo al quale sono state consegnate, quasi “streghe del nostro tempo”…
Questa e moltissime altre sono le questioni che pone “Storia di Antonia”. Un viaggio “al termine del manicomio”, ricco di materiale inedito, frutto di un lavoro di ricerca durato due anni.
Dopo tutto il clamore, l’impegno di molti, il dibattito sulla psichiatria rimasto aperto, e poi la legge Basaglia… dovranno passare altri quarant’anni e la denuncia della commissione Marino su quanto appena ieri accadeva nel manicomio di Aversa, per arrivare infine alla chiusura dei manicomi giudiziari…
Ma, ha scritto Beccaria, “non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di esser persona e diventi cosa”. E ancora non vi è libertà se ancora si può morire legati a un letto di contenzione, come si ricorda raccontano le recenti tragiche storie di Giuseppe Casu e Francesco Mastrogiovanni.
Un passato che non è passato, se ancora oggi c’è una norma del codice penale per la quale la pericolosità sociale è una qualità della malattia mentale, se ancora c’è chi può considerare la contenzione “terapeutica”. E provate a immedesimarvi…
Gli autori, Dario Stefano dell’Aquila, che si occupa di istituzioni totali, vulnerabilità e intervento sociale, e Antonio Esposito che si occupa di esclusione sociale e storia della psichiatria, scelgono di chiudere la “Storia di Antonia” con la foto che vedete. Sul sorriso di una donna che nonostante tutto, nello spazio di vita fra una difficoltà e l’altra, di un ricovero e l’altro, voleva vivere. Antonia che, come raccontano, sempre alla figlia diceva: “Non dimenticare che la vita, anche se non sei fortunata, bisogna sempre viverla”.


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