Come per salvarsi dal disastro: negare ciò che è ovvio.

24 06 2019

una giornata da dimenticare 2L’istinto era di scriverne a caldo, la settimana scorsa… con tutto lo stupore, l’avvilimento, la tristezza, la voglia di ribaltare qualcosa… ma ho aspettato qualche giorno, giusto per mettere un po’ di distanza con le cose, e magari vederle sotto una luce meno tetra. Ma riprendendo questi appunti strappati dalla pagina di lunedì 10 del diario di Gatto Randagio, purtroppo viene proprio da pensare che “questa storia non finirà per niente bene”. Leggete anche voi.
<< lunedì 10 giugno Giornata iniziata con lo stordimento di un silenzio di tomba. Il cielo, gonfio fino a ieri degli stridii dei pulcini di gabbiano nati una quindicina di giorni fa, è muto. Un silenzio inquietante. Rotto a tratti dalla coppia di gabbiani-genitori, che su questi tetti avevano fatto il nido, che vanno e vengono, e scompaiono e ricompaiono e cercano e chiamano e chiamano… un’angoscia infinita. Che fine avranno fatto i gabbianini? Nessuno ama il loro pigolio insistente. Ipotesi terribili si affacciano alla mente… Meglio uscire. Piccola commissione offre una scusa per andare verso il centro. A Trastevere. Dopo la solita discreta attesa, l’autobus… Il caldo, la folla, i turisti, il traffico intasato, qualcuno che non arriva in tempo alla fermata e va bene che si diventa tutti un po’ nervosi, ma perché quella signora inveisce contro l’autista per non essersi fermato “fuori fermata”? Sbraita motivazioni irose lontane da ogni logica e razionalità. Secondo tratto in tram che, sapete, arriva al capolinea, poi i passeggeri scendono, le porte vengono chiuse per dare all’autista il tempo di andare da un capo all’altro del tram per rimettersi alla guida per la direzione opposta. Ma qualcuno sbuffa con irritazione: l’autista ha attraversato i vagoni del tram prendendosela troppo comoda… (!??) Viale Trastevere. Questa faccio fatica a scriverla. Un ragazzo, magro magro vestito di nero, è riverso sotto la pensilina della fermata. Vado oltre portata dalla massa che sciama sulla strada scendendo dal tram, ma poi mi volto indietro… possibile che nessuno di occupi di lui?… chiedo a un giovane signore di avvicinarsi, di aiutarmi a capire. Cortesemente lui si curva sul ragazzo, gli dice qualcosa, poi: “Tutto ok, è solo molto ubriaco”. Un po’ alleggerito, ma non troppo, vado per la mia commissione, pochi minuti, mi dico, e se lo ritrovo ancora lì chiamo un’autombulanza. Sarà pure solo ubriaco, ma magari si sente anche molto male… Torno in fretta. Lungo il percorso non posso non notare un bambino che con fare feroce (ma feroce davvero !!!), quattro anni, forse cinque, si avventa contro i piccioni che becchettano per strada cercando di prenderli a calci. Che faccio? Sentendomi, in quanto gatto, parte in causa gli dico “sta buono bambino, non si danno calci agli uccellini e a nessun altro animale”? Ma vedo i genitori alle sue spalle guardarlo tranquilli e, mi sembra, compiaciuti. Lascio perdere. Riprendo viale Trastevere. Il ragazzo ubriaco non è più sotto la pensilina. C’è invece, dall’altro lato della strada, la macchina della polizia. E c’è anche lui, magro magro, curvo, evidentemente stordito e inerte, che viene ammanettato. Mi si gela il sangue. Forse non capisco nulla, ma tutto mi sembrava quel ragazzo, fuorché di essere in grado di “opporre resistenza” a pubblico ufficiale. Deve aver solo mormorato qualcosa che non percepisco ma posso immaginare (non c’è bisogno delle manette, immagino dica), se il poliziotto gli dice (e questo lo percepisco chiaramente): decidiamo noi di cosa c’è bisogno!, mentre gli ammanetta le mani dietro le spalle e lo caricano sull’auto… Angoscia tremenda. E’ questo, in carne e ossa, l’effetto del Daspo urbano? Già, immagino… la presenza di persona stordita, riversa per terra, turba il decoro, inquieta gli animi. Magari fra un po’ vomita. Bisogna far pulizia… Grande senso di colpa. Perché non ho chiamato subito un’autoambulanza? Ritorno di corsa nel mio quartiere (ah, nel viaggio di ritorno, una signora lamenta che l’autista questo pomeriggio guida troppo piano. Il parametro è la sua fretta, quella di lei, proprio oggi, dice, che è in ritardo). Attimo di sollievo. Il giovane alcolizzato che staziona da qualche settimana nella traversa dorme tranquillo, con gli occhi socchiusi al sole. Siamo fuori dal perimetro delle zone dove il decoro è d’obbligo. Incontro un’amica. Le racconto gli episodi di cui sopra. “Ha ragione mia madre -commenta-, dice sempre che la storia della mucca pazza non è finita lì… è rimasta tutta la pazzia che ha seminato in giro” >>
Leggendo questi appunti del Randagio, mi rimbomba nella testa “il ritornello” che ripete uno dei protagonisti dell’ultimo film di Jarmusch, I morti non muoiono, ironica lucida parodia dell’incosciente indifferenza difronte al disastro, fisico e morale, che avanza: “Questa storia non finirà bene”…
Sto per cedere al pessimismo, quando tiro fuori dalla borsa un libretto da poco ritrovato. “E se la rivoluzione fosse già scoppiata?”, fantastico, provocatorio scritto di Luciano Bianciardi, ripescato, neanche a dirlo, da quel provocatore di Marcello Baraghini, l’inventore dei Millelire di Stampa Alternativa.
Gli atti rivoluzionari, che Bianciardi invita a compiere, sono, spiega, sempre di segno negativo. Negare tutto ciò che è ovvio, ossia borghese (si può pronunciare ancora questa parola, se ne capisce il senso profondo?) Per esempio, spiega, la maleducazione. “Provatevi ad essere educati, e vi accorgerete quanto sia rivoluzionario”.
Applicando il principio alla giornata del Randagio, ed enunciando alla rinfusa, ecco dunque alcune ipotesi di atti rivoluzionari:
insegnare ai bambini a rispettare gli animali, invece lasciare esercitare la cattiveria su chi è più piccolo di loro… aiutare un ubriaco a sistemarsi in un posto tranquillo, assisterlo un po’, magari, invece di chiamare la polizia… non inveire, ma sorridere agli autisti dei mezzi pubblici, considerando la loro vita impossibile nel traffico impossibile della città… invece di lamentarsene, costruire per i gabbiani corridoi umanitari che li riportino fino al mare…
Insomma, non misurare le cose con il parametro del nostro ansioso egocentrismo. Riuscite a immaginare che straordinaria rivoluzione?


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