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    La voce d’Irlanda. E’ un violino impazzito, e una coppia di cigni che scivola muta lungo il canale, nella luce della sera. Cenni convulsi di danza e ancora cigni, che tornano, sull’acqua. La voce d’Irlanda e’ il suono di un’arpa. E’ un incanto che sa come far nascere la gioia e il dolore, e come donare la quiete. E’ un’onda che ti avvolge e fonde con attimi d’aria, d’acqua, di fuoco. Di terra. Un ponte, qualcuno mi spiega, fra l’uomo e il mondo intorno a lui, e oltre ancora. L’arpa. Strumento magico e potente. Strumento di liberta’, pure, e al suo suono i bardi hanno raccontato le gesta degli eroi. Adesso, che forse di eroi, si spera, non c’e’ piu’ bisogno, ancora l’arpa suona per accompagnare i momenti del passaggio della vita. Matrimoni e funerali. E rallegra e strazia. Un matrimonio come un funerale e’ il gigantesco quadro che occupa l’intera parete della piu’ grande sala del piano rialzato della National Gallery of Ireland. “Il matrimonio di Strongbow e Aoife“, di Daniel Maclise. Le nozze dello “straniero” con la principessa irlandese, allegoria dell’inizio della fine dell’indipendenza del paese. Mai scena di matrimonio fu piu’ mesta. Volti di pianto e corpi abbandonati. Colori cupi che minacciano tempesta. E, al centro, la figura della sposa sembra svanire nel pallore della veste. Su tutto, incombe il silenzio dell’arpa. Abbandonata in un angolo in terra, li’ in basso sulla sinistra.

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