Martedì mattina. Napoli Centrale. Naturalmente, ansiosa come sono, arrivo in stazione un’ora e mezza prima dell’orario di partenza del mio treno. Freccia Napoli-Roma delle 10,55.
Sono le 9,30. D’altra parte l’idea, mi autogiustifico, era di fare tranquillamente colazione a un tavolino di Scaturchio e prendere due sfogliatelle da portare a casa. Ma si capisce subito che c’è qualcosa che non va. La folla? Ma no, è quella di sempre. La confusione? Anche quella…
Alzo lo sguardo sui tabelloni di arrivi e partenze. Noto grafiche strane. Metto a fuoco meglio, ma sospetto che sia il cervello a non voler davvero mettere a fuoco bene. Impiego qualche secondo per realizzare che domina la parola “cancellato”. Ma non mi prende il panico. Continuo ad avere una fiducia sconfinata nei mezzi pubblici, sebbene negli anni sia stata messa, tanta fiducia, a dura prova. E potete immaginare dato che sono quasi vent’anni che non guido più. E poi, visto?, mentre gli altoparlanti snocciolano l’elenco dei treni sospesi, compare sul tabellone il Freccia che aspetto e tutto sembra regolare. Neanche mi insospettisco del fatto che la parola “cancellato” continui a srotolarsi sul tabellone ingoiando treno dopo treno… e non parliamo dei ritardi…
Tranquilla, dunque. Ho più di un’ora di tempo. Vado a prendere il mio cappuccino di soia (sì, fra le tante sono anche vegana, che detta così sembra una malattia), e mi faccio impacchettare quattro sfogliatelle, due ricce e due frolle, da portare agli onnivori di casa.
Torno verso i binari. Folla sempre più stupefatta. Nessuno sa perché i treni non partano. Adocchio due poliziotti. Ma cosa è successo? “Un furto di rame”, mi rispondono. Ah! Ne parlo con qualcuno che… “eh, gli zingari.. loro rubano il rame, si sa”. Va beh!
Mancherebbero 50 minuti alla partenza del mio treno. In un momento di lucidità, mi chiedo se non è meglio partire comunque, provando a salire su quei pochi treni di cui si annuncia la partenza.
Chiedo all’ingresso ai binari. “Non so, ci provi”, mi dice un addetto al varco, “ma qui non parte nulla”.
Corro al binario di un treno che, a sentire l’annuncio, sta per partire. Forse ho sentito male, ma il binario è deserto.
Torno indietro, e nel frattempo hanno cancellato anche il mio treno. E ora che posso fare? chiedo a un addetto. “Ah non so, non sappiamo cosa succede ora”, mi dice. “Si rivolga a quelle persone con pettorina rossa, daranno loro indicazioni”.
Individuo una donna con pettorina rossa al centro di un assembramento di persone con un’unica domanda (“come faccio a partire, il mio treno è stato soppresso”), e un’infinità di motivi (“ma avevo una visita medica a Roma”, “è un’ora che aspettiamo, devo andare al lavoro”… e quanto potete immaginare di un mondo di pendolari della vita).
La signora in pettorina rossa, gentilissima ma più smarrita di noi, spiega che non si sa ancora nulla, che è tutto bloccato. Intanto si viene a sapere che il treno che era appena partito è stato fermato ad Afragola e i passeggeri fatti tornare indietro. Sgomento… “Forse parte il treno delle 10,30, per Roma, e intanto dovrebbe partire un regionale”, ci dà una speranza la signora con pettorina rossa. “Ma in questo momento non siamo sicuri di nulla…”. Disarmante, le vogliamo quasi bene. “Restate vicino a me”, dice. “Così appena mi dicono vi dico…”
Grazie signora, ma se le stiamo tutti addosso le viene l’esaurimento…
Sguardo terrorizzato sul tabellone. Sono le 10,15. Il regionale, già in ritardo di un’ora, sembra proprio in partenza. Il Freccia delle 10,30 sembra ancora possa partire. Ma ci fidiamo? Non ci fidiamo.
Così un drappello di noi salta sul regionale che infine parte… Peccato che arriverà a Tiburtina e non a Roma Termini. E le due donne che da Termini devono prendere il treno per Torino? E quelle insegnanti che devono poi andare a Ostia (sì sono tanti i pendolari giornalieri fra Napoli e la Capitale e dintorni) e quel ragazzo che deve correre all’Ergife per un concorso?
E però nessuno si irrita. Il vagone è pervaso da una ansietà tranquilla, quasi serena, come di chi sa che la vita…
“E perché siete partite?” chiedo alle insegnanti. “Ormai la mattinata è persa”. “Ma abbiamo i colloqui con i genitori nel pomeriggio, così quelli non saltano…”. “Però mica male questo regionale…”, “eh sì”.
E il profilo delle terre, degli alberi, delle case sparse … scorrono con dolcezza, fra una stazione e l’altra. Le fa proprio tutte il nostro trenino, ma a ognuna si ferma il tempo di un sospiro, sembra quasi una gita… Ripenso con nostalgia agli anni del correre lento, che dava il tempo di acclimatarsi alle nuove latitudini. E al trauma, giuro trauma, che è stato per me il primo Roma- Napoli ad alta velocità. Ché la testa è ancora a Roma, e già ti ritrovi con i piedi per Napoli. Ridete pure di me, ma trovai la cosa molto innaturale e per niente entusiasmante… Poi, col tempo, si sa, ci si adegua a tutto…
Intanto le insegnanti chiacchierano. Del tempo, dei loro ragazzi, del costo dell’abbonamento, che facendo due conti si mangia quasi un quarto dello stipendio, e… “Arriveremo, arriveremo, in fondo non ci sta andando male”. E detto da persone che ogni giorno passano quattro ore in treno fra andata e ritorno…
“Certo che però arriviamo a Roma Tiburtina e poi, per Termini?”
Il ragazzo che va a Roma per il concorso si fa portavoce di tutti. Percorre il treno alla ricerca del capo treno che possa dare indicazioni. Si può fare un cambio, spiega al ritorno.
A un tratto arriva l’annuncio. “I passeggeri che devono andare a Roma Termini, possono fare il cambio e prendere un treno che parte alle 12.50”.
Va bene, ma da dove, da Formia? È già passata! Dalla prossima? Da quale? Un attimo di panico…
Il nostro portavoce ripercorre il treno per il chiarimento…
E un istante dopo l’annuncio corretto. “I passeggeri diretti a Roma Termini, possono scendere a Campoleone e prendere il treno delle 12.50”.
Va beh scendiamo a Campoleone. Va beh, fra un po’ ci prepariamo, è la prossima.
Poi qualcuno fa due calcoli. E io, da esperta di mezzi pubblici, mi intrometto.
“Scusate, a Campoleone scendiamo e dobbiamo aspettare fin quasi all’una.
Questo regionale alle 12,40 dovrebbe arrivare a Tiburtina. In un quarto d’ora in metro si arriva a Termini. Si fa comunque prima”.
Vero. Mi credono… e io tremo. Tanta responsabilità, le donne devono andare a scuola, il concorso del ragazzo inizia alle 14,30… Ma ormai è fatta.
E così è. Il regionale arriva puntuale sulle previsioni. Scendo seguita dal drappello di persone che la stazione di Tiburtina non conoscono. E non vi dico le giravolte, anche se io passo e spasso anche da lì. Ma sfido chiunque a capirci qualcosa in questo posto!
Alla fine, la metro è raggiunta e ognuno prende la sua strada.
E, mi vergogno a dirlo, di nuovo, io che sono diretta a san Giovanni, mi perdo, e non è la prima volta, nello snodo di Cavour. Meravigliosa, avveniristica stazione, che però se alcune indicazioni fossero più chiare…
Chiedo aiuto a un signore che mi dà gentilmente indicazioni. “Grazie ma preferisco seguirla”. Lui sembra di casa, va avanti deciso fin quasi alla fine. Poi si stoppa: qui ancora mi confondo anch’io, si scusa…
Infine, arrivo a casa. Ed è andata benissimo. Prima delle due sono persino a tavola.
Ah, ascolto dopo il telegiornale. Il problema, si spiega, dovuto a un guasto nel sistema di comunicazione, affidato, si chiarisce, a un appalto.
Lo riporto per la cronaca. A Napoli centrale mi avevano parlato del furto di rame sulla linea. Già mi aspettavo, da parte di chi ci governa, minacciosi annunci roboanti con previsione di aumento di pene per categorie varie… teppisti, zingari, anarchici, magari anche, che va sempre bene…
I rom, o chi per loro, dunque non c’entrano proprio nulla. Ma intanto, una pietruzza in più, sul sentiero delle nostre paure alimentate di rancore, qualcuno l’ha portata…