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    A proposito della “180”

    Adesso che la primavera si allunga verso l’estate, tornerà più spesso a sedersi sul muretto fra l’ingresso del garage e il tabaccaio. A scaldarsi al sole, fumare qualche sigaretta e guardare le persone che passano, senza guardarle, forse. A volte sorridendo, chissà cosa pensando. Quasi sempre sta fermo lunghissime ore. A volte capita che inizi a camminare a passo svelto da un capo all’altro della strada. Avanti e indietro, avanti e indietro. E all’improvviso urla. Un unico grido acuto e secco. Che non sembra appartenere a lui, ma uscire dal suo corpo smunto sputato fuori da qualcuno che vi sia rimasto prigioniero dentro. Laggiù in fondo. La prima volta che quel grido mi ha sorpreso alle spalle mi sono spaventata, abitavo da poco nel quartiere. Qualcuno allora mi ha fatto un cenno, come dire: “Tranquilla, non c’è nulla di cui avere paura. Non fa del male a nessuno, lo conosciamo, è del posto”. Poi l’ho rivisto e ho capito. Ho udito altre, rare grida, e sono stata io, una mattina, a dire a una giovane donna che passava per la prima volta di lì: “Tranquilla, non c’è nulla di cui avere paura. Non fa del male a nessuno. Abita qui”. Penso spesso a lui adesso che si torna a parlare della legge 180 e si ridiscute di trattamenti sanitari obbligatori.

    Penso all’aria libera che molto probabilmente sarebbe stata negata a lui e a quelli come lui prima della legge voluta da Franco Basaglia, che pure ha segnato un traguardo dal quale non dovrebbe essere più possibile tornare indietro: la centralità della persona e non delle istituzioni. Non bisognerebbe mai perdere la memoria di quello che è stato, del punto dal quale una grande battaglia si è mossa, ora che si vuole ridiscutere una legge che innanzitutto è legge quadro, e se ha avuto un “torto”, è stato quello di non essere stata attuata, se non in poche isole felici… 

    La memoria di quello che è stato. Come quella che si può trovare, e di potente eloquenza, nelle foto che “documentano” la follia. Lo spiega bene Peppe Dell’Acqua, che dell’avventura di Gorizia e Trieste, accanto a Basaglia, fu testimone. “Sono patetiche e tragiche le foto dei malati costretti in posa a mostrare sul loro volto i segni della malinconia, dell’allucinazione, della mania, delle passioni alterate, dell’idiozia, del furore. Il gesto, l’espressione, lo sguado del folle fermato nella lastra testimoniano con indiscutibile rigore la malattia. La classificazione delle malattie sembra avere ormai fondamenti più che evidenti. Alla catalogazione segue la riduzione di ogni passione, emozione, sentimento a malattia e da qui la sottrazione, la separazione, il sequestro. Quando la foto segnaletica comincia a servire le autorità di polizia, anche la psichiatria arricchisce di questo strumento il suo agire istituzionale. La foto segnaletica diventa corredo della cartella clinica: gli internati in posa di profilo e di prospetto con il numero di matricola sulla divisa. Sfogliando oggi le vecchie cartelle si scoprono le persone ferme nella loro sofferenza, si coglie la profonda tragicità del momento in cui stanno per diventare irreversibilmente oggetto, stanno per perdere per sempre la loro appartenenza. Vengono i brividi a figurarsi la tranquilla competenza dell’infermiere fotografo intento a ritrarre il momento di quel tragico cambiamento, quasi un attimo prima che accada“.

    L’intervento di Peppe dell’Acqua, per “Basaglia a Trieste. Cronaca del cambiamento” con foto di Claudio Erné ( Stampa Alternativa). Un libro prezioso per non perdere la memoria. Come preziosissimo per non dimenticare è il suo “Non ho l’arma che uccide il leone”, che mi è capitato fra le mani attratta dal disegno fanciullesco e commovente della copertina, un leone quasi in volo sopra un omino magro. La vera storia dei protagonisti di quel cambiamento. Da leggere, per chi non volesse perdere la memoria. O costruirsene una, fatta di nomi, volti, pensieri.    

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