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    Fatti più in là… (e Milano calpesta i Rom)

    Scorrendo le immagini diffuse in rete della cacciata dei Rom alle porte di Milano. Alcuni dettagli.

    Portando via quel che si può, quel niente che si possiede, fuggono, le persone, spingendo carrelli dei supermercati. Oltre la tristezza e la vergogna, ne nasce il senso di un che di grottesco, di beffa. Costretti a fuggire, spingendo fra la polvere e il vuoto, il simbolo dell’abbondanza strabocchevole dei banconi dei nostri supermercati. Viene in mente ( i percorsi della mente sono a volte bizzarri, ma non troppo)  una pubblicità di qualche tempo fa. Due giovani che in un supermercato si incontrano, si scelgono, mettono su famiglia e “vissero felici e contenti “… Per il resto della vita, suggeriva il messaggio, nel posto più confortevole e soddisfacente che si possa immaginare. Con le mani afferrate a un luccicante carrello. Ovviamente stracolmo di scatole colorate. Lo stesso carrello cromato, nelle foto dello sgombero, pieno di stracci. Oppure vuoto, come quello spinto da una ragazza che si allontana su una strada desolata. In primo piano, a guardarla andare via, due ali di poliziotti. Carichi di tutto quel che serve, scudi caschi, manganelli, per l’antisommossa.

    Un’altra foto mostra un uomo che si allontana spingendo una bicicletta, carica di una valigia che strabocca, curvandosi da un lato e dall’altro. Carico quasi impossibile. Ma non c’è che quella bicicletta. E il suo andare, che si immagina in un lento faticoso tenersi in equilibrio, mi riporta alcuni fotogrammi di un altro andare. Ex Jugoslavia. Un uomo e due bambini in fuga dalla guerra. Camminavano portandosi sulle spalle dei grandi zaini. Enormi, per i due bambini. Che pure andavano avanti, oscillando, affannando verso la notte. Gli zaini, colorati, disegnavano alle loro spalle una sagoma gonfia d’insetto. Li pensai coccinelle smarrite. L’andare, trascinando bagagli impossibili. Fra le immagini più strazianti che rimangono delle guerre. 

    E poi l’immagine dove troneggia la forza d’acciaio di una ruspa. Sulle case schiacciate. Di mattone, legno o plastica o cartone. Comunque, l’esproprio più violento, più crudele. Irreparabile per l’anima, che immagino come strappata via.

    Per la cronaca, a Milano, i campi sgomberati sono stati tre, le baracche abbattute 187. La Curia milanese parla di comportamento che viola i limiti stabiliti dal rispetto dei fondamentali diritti umani. Si sottolinea, fra l’altro, che la maggioranza degli immigrati lavora nell’edilizia e in società nella Fiera. “Che ne sarebbe dell’imprenditoria milanese senza la manovalanza a bassisismo costo dei romeni?” 

    ma per l’Expò c’è tempo… adesso premono le elezioni…   

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