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    Riprendiamoci le parole

    Introducendo il bianciardino di Maria Brucale, parole prigioniere…

    Le parole, le parole… penso sempre che vadano maneggiate con estrema cura. Le parole… che hanno in sé l’essenza della cosa che pronunciano. Per questo con grande interesse ho ascoltato l’incontro voluto, nel febbraio di quest’anno, dalla Commissione sulla linguistica Giudiziaria della Camera penale di Roma, a proposito di “Linguaggio dal carcere, sul carcere, nel carcere”. Per confrontarsi su un tema, quello delle parole, tanto più delicato se riferito a un mondo complesso e doloroso qual è il carcere, e tutto quello che vi gira intorno. Guardando insomma al carcere dall’angolo visuale della parola, quella scritta, quella orale e quella del corpo, per esplorarne il linguaggio, muovendosi su quel confine d’equilibrio tanto fragile, discusso e discutibile, “fra esercizio del potere restrittivo e il momento dei diritti… per arrivare anche al potere di liberazione culturale della parola”. (Se volete seguire l’intero incontro
    https://www.facebook.com/camerapenale.roma/videos/1604066954234882). Tutto estremamente interessante.
    E sono stata colpita come un pugno allo stomaco dall’intervento di Maria Brucale, che ha, semplicemente, ma con tutta la passione di cui è capace, sciorinato un elenco di parole: domandina, reo, battitura, ordine, sicurezza, blindo, branda… E insieme all’eco di quelle parole, mi sono scorse davanti agli occhi le persone che in carcere ho conosciuto, che quelle parole con me hanno condiviso, facendole diventare anche per me parole di un lessico familiare dal sapore amaro, che è stridore di ferro e sentore che soffoca…
    Domandina, battitura, ordine, sicurezza, blindo, branda. E poi ancora: traduzione squadretta, battitura camoscio… Parole come reo e lagnanza “che non vorrei più leggere nei documenti”, dice Maria Brucale.
    E tutte le altre, una trentina di parole, prigioniere e che imprigionano, svelate nella loro reale mortificante, violenta accezione, che sono afflizione e costrizione in sé. E denunciano una volontà del sistema carcere in aperta contraddizione con quanto detta la Costituzione, che ammette tanta limitazione della libertà personale, solo come avvio di un percorso di accompagnamento al rientro nella società.
    Carcere, è stato detto in apertura dell’incontro, è parola che ha un solo anagramma: cercare. L’inizio dunque di un percorso. E io, che sempre più sono convinta che si debba arrivare alla dissoluzione del carcere, che il carcere in un mondo civile non debba esistere, propongo di iniziare da qui. Dalle parole che leggerete, e che vorremmo scomparissero insieme a quel mondo che le pronuncia e a cui rimandano. Per lasciare spazio a parole nuove. Quali?
    Scusate, ma esco appena da una lettura che come poche nella vita mi ha coinvolto e sconvolto, e la risposta la trovo qui, in una frase di un libro del secolo scorso, Horcynus Orca, di Stefano D’arrigo…

    …sparito tutto quel tono loquent’eloquente, boccazzaro, linguto, col dente avvelenato, sparito tutto quel tono a rivincita, vendicativo, sparito tutto di tutto quel tono senza parole. E sparito quello, ricomparvero le parole sane, sanesane, che quel malarazza di tono si era mangiate, le parole col loro puro e semplice, giusto e naturale, connaturato tono di essere dette e sentite, le parole col loro tono fedele, specchiato, come la faccia delle donne oneste, le parole col tono della cosa, che dicevano, né più né meno, della cosa che dicevano, letteralmente quella, lapidariamente o metaforicamente quella: “Si fece lontana la barca, ‘Ndria”.

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