Il mio contributo a Un viaggio lungo vent’anni. Vent’anni d’impegno dell’associazione Yairaiha.
Sandra Berardi, che di Yairahia è l’anima, l’ho fisicamente incontrata per la prima volta nel gennaio di dieci anni fa, nella grande e fredda palestra del Due Palazzi di Padova, dove eravamo per un incontro sul carcere, sull’ergastolo ostativo, in particolare. Naturalmente già sapevo della sua associazione, già più volte ci eravamo sentite al telefono, per via del comune interesse riguardo ai diritti delle persone detenute, dopo la pubblicazione di “Urla a bassa voce”, raccolta di testimonianze su ergastolo e dintorni, ma solo in quel momento ho capito davvero la passione, la dedizione, il senso di tanto impegno.
Sandra era lì con alcuni parenti di persone che scontavano l’ergastolo. Sorelle, compagne… donne… e mi colpì molto il rapporto che le legava, fatto di attenzione dell’una verso le altre, di fiducia delle altre nei suoi confronti. Un legame che a tratti aveva il sapore della sorellanza… E spalancavano su di me grandi occhi interrogativi. E certo non devo aver fatto loro una buona impressione, io di così chiuse parole. Come poi Sandra mi confermò: “tutta sulle sue quella lì… tutta vestita di nero, modello famiglia Adams”. E ancora ci scherziamo su. Che da allora buona parte del nostro cammino sul confine di quel baratro che è il mondo del carcere lo abbiamo fatto insieme. Che quello che mi era subito piaciuto del suo impegno, e dell’impronta data all’associazione, è soprattutto il costante far da ponte fra le persone che scontano una pena, e le loro famiglie. Di qui e di là dal muro. Per raccogliere le testimonianze, avanzare denunce, supportare con consulenze. Esserci. Un compito non semplice, delicato, complesso. Perché anche lì è sempre un muoversi lungo confini fragili, scivolosi, a volte…
Ho incrociato Yairahia, dunque, che si era nel pieno della battaglia contro l’ergastolo ostativo. E nei suoi passi, nel linguaggio, nell’ostinazione del suo impegno ho trovato una via. Un luogo dove potere anche riconoscermi. Un luogo che è la strada. Sì, per noi che non amiamo i salotti, preferiamo gli incontri da marciapiede, le strade e le piazze dove riconoscere persone, la loro vita nel bene e nel male, imparando passo passo ad aprire lo sguardo, imparando che è proprio vero, come ricorda Elvio Fassone nel suo bellissimo libro, “Fine pena ora”, che “per toccare il male basta allungare la mano; per toccare il bene serve uno sguardo speciale”.
Per me Yairahia è soprattutto l’incontro in tante strade d’Italia, che abbiamo attraversato, a partire dall’autunno di cinque anni fa, per portare il carcere in piazza. “La prigione e la piazza”, è stata iniziativa nata da un pensiero, da un’esigenza nella quale anch’io mi riconosco: che se le persone davvero sapessero, se davvero vedessero, se potessero confrontarsi con la verità bruciante di storie altre, anche con i propri dubbi e paure, qualcosa in molti cambierebbe. Così, invece di andare a portare testimonianze e discuterne, come normalmente si fa, in contesti in cui si è, in linea di massima, già tutti d’accordo, si è provato a uscire dai dibattiti fra gli addetti ai lavori e portare il carcere in piazza, appunto.
Portare la discussione sul carcere nelle strade, fra la gente, con i racconti, i libri, i dossier, le testimonianze dirette, andando nei luoghi aperti, dove le parole potessero raggiungere chiunque. Incontri da marciapiede, insomma, per provare a rompere l’indifferenza…
Non sempre sono accorse folle (uso un eufemismo), e non c’è da stupirsene. In una piazza, e ancora ne sorrido, erano più le forze di polizia che noi “relatori”, e solo un pugno di pubblico “altro”. Forse perché con noi, a portare testimonianza, c’era persona da poco uscita dall’Alta sicurezza, forse perché si parlava di ostativi e di 41bis, forse, forse… E però, eravamo ben delusi e preoccupati per quell’assenza di pubblico, che non per la presenza di forze dell’ordine…
Chi ce lo fa fare? Ci siamo chieste, io e Sandra, quella sera. Rispondo con le sue parole, che di Yairahia possono essere condivisibilissimo manifesto: “Ho visto centinaia di uomini anziani, ammalati, disabili senza alcuna assistenza; ho visto la disperazione di persone innocenti incarcerate per niente, strappate alle loro vite e ai loro affetti per anni prima di avere giustizia. Ho visto anche i colpevoli, quelli che ‘se sono lì qualcosa hanno fatto’. Ma anche per loro non sono riuscita a trovare un senso alla loro pena”.
Per me Yairahia è, con Sandra, l’ostinazione a voler continuare, a raccontare, testimoniare, denunciare, tenere le fila delle storie che si vorrebbero dimenticare. Continuare nonostante tutto. Nonostante i momenti di stanchezza che, a occuparsi di carcere e di chi vi è dentro, sono tanti. Nonostante, soprattutto, le sconfitte.
Si parlava con Sandra qualche giorno fa della questione dell’ergastolo ostativo. Di come sia andata a finire lo sappiamo. Una sconfitta per chi tanto si è battuto perché venisse cancellato. Ma la sconfitta, ne sono convinta, è della società tutta. Che, più in generale, sembra non vedere, non capire che la tremenda deriva securitaria di questi tempi è gravissima limitazione dei diritti e delle libertà di tutti noi. Quando ci si sveglierà dal torpore non sarà mai troppo presto. Sono sicura che Yairaiha continuerà, trovando nuove forze, e nella maniera giusta, a contrastare tutto questo e mi auguro di ritrovarmi ancora, in strada, in tante piazze, a continuare a portare voci che non si vogliono ascoltare. Voci che hanno la forza della verità. Vent’anni sono una bella età. Quella giusta per rinnovare il vigore necessario ad andare avanti nella lotta per la difesa dei diritti di qua e di là dai muri.
Francesca de Carolis