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    Alberi e angeli…

    Il mio augurio per l’anno che verrà… con le parole di Gatto Randagio ( da Remo Contro), che mai smette, randagiando qua e là, di prendere appunti…

    Un desiderio, per l’anno che verrà, sogno di un gatto randagio… Che ritornino gli alberi. Tutti gli alberi tagliati estirpati uccisi. Immolati, per un verso o per l’altro, all’uomo che si autoproclama dio e alla sua cattiveria. Necessario atto di giustizia riparativa, se è vero, come credo sia vero, che “gli alberi, sono angeli feriti”. Me ne ha convinto il “filosofo ignoto” citato da Guido Ceronetti in una delle sue più belle raccolte di versi e pensieri, le ‘Ballate dell’Angelo Ferito’, appunto. Angeli caduti, questi alberi, rimasti in terra, c’è da pensare, per tentare di aiutarci a comunicare con qualcosa di più alto. Rimasti, nonostante nella caduta feriti, ostinatamente cercando di tessere ponti impossibili fra il “diabolico” e il “simbolico”… Fuor di metafora, due appunti, guardandoci intorno, dietro l’angolo di casa… guardando lontano, dove si annida il cuore della storia del mondo… (…)

    Dietro l’angolo di casa. Pensando ai platani del viale che non ci sono più. Angeli caduti, vittime del  sogno malato di un, permettete, inutile pezzo di metropolitana per la capitale moderna che Roma mai sarà. Per la cronaca, il tratto che dovrebbe attraversare un pezzetto di centro storico, da via Sannio-San Giovanni a piazza Venezia, breve passeggiata da fare piuttosto a piedi per la gioia degli occhi e dei turisti. Lavori su cui a suo tempo è pur caduta la scure senza lama della Corte dei Conti, per il giudizio negativo, negativissimo, sul rapporto costi-benefici. Costi nel tempo ancora gonfiati, e che a tratti lasciano cantieri muti, recinzioni di ferro, scavatrici addormentate. Come istantanee di sogni andati a male. E che tutto fanno andare a male intorno. Come le bellissime piante che ormai non sono più. E le ho viste, le ho sentite, tremare, gemere… Non è servito, lo scorso anno, nemmeno incatenarsi ai tronchi, organizzare presidi… queste sono cose che magari funzionano meglio fra gli indios della foresta amazzonica. E addio platani. Angeli caduti, sacrificati a una logica, permettete  ancora, avida di stupidità.

    E guardando lontano, dove si annida il cuore del mondo. Certo altra storia, dramma infinitamente più vasto, pensando agli ulivi abbattuti in nome della ferocia di un’occupazione che mai vede la fine.

    Da sempre, sapete, gli alberi, i frutteti di Palestina, sono vittime di un preciso disegno politico.  Secondo l’OCHA, ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, solo nel 2012, 7.500 ulivi sono stati abbattuti o danneggiati da coloni israeliani. Secondo le statistiche del Jerusalem Land Centre, oltre 1 milione di ulivi è stato sradicato in Palestina, fra Cisgiordania e Gaza, dall’esercito israeliano e dai coloni tra il 2000 e il 2008. I numeri si inseguono… rimane l’immane scempio…

    L’ulivo in Palestina è simbolo di pace, saggezza, prosperità, pazienza e perseveranza, e c’è chi, con pazienza, ripianta, e chissà che la non-violenza non abbia più forza della violenza…

    Tutti gli alberi sono angeli feriti, ma pensando agli alberi di Palestina, viene da pensare che lo siano più degli altri. Più angeli e più feriti. Ogni volta che sento di quella terra e di nuove tragiche cronache della sua storia, come quelle appena di ieri, vado a rileggere ( e invito a farlo per chi non lo conosca) uno dei più sconvolgenti libri scritti sull’occupazione della Palestina, ‘La rabbia del vento’, di Yizhar, uno dei padri spirituali della letteratura israeliana. ‘La rabbia del vento’ narra di un drappello dell’esercito israeliano che esegue l’ordine di sgombrare un villaggio palestinese. Un resoconto dell’espulsione del popolo palestinese dalle sue terre, ma anche racconto dei dubbi sulla liceità morale delle azioni compiute, riflessione a proposito delle basi etiche del nuovo stato, del rapporto con l’altro. Ascoltate:“…E quanta indifferenza c’era in noi. Come se non avessimo mai fatto altro che mandare in esilio.(…)  Tutto all’improvviso si fece così aperto. Così grande, enorme. E noi diventammo minuscoli e senza importanza. In breve sarebbe scesa sul mondo l’ora in cui è bello tornare stanchi dal lavoro, incontrare qualcuno o camminare da soli. Intorno era silenzio, e di lì a poco si sarebbe chiuso anche l’ultimo cerchio. E quando avesse avvolto tutto, e nessuno ne avesse disturbato la calma, e al di là di esso ci fosse stato solo un brusio sommesso, allora Dio sarebbe sceso nella valle e vi avrebbe vagato per vedere se il grido giunto fino a lui era davvero così grande”.

    Chissà se Dio, l’anno che verrà, ascolterà le urla… di quegli ulivi… di questi platani…

    Buon 2015 a tutti.

     

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