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    Ancora Dublino…

    Ripensando Dublino. In attesa del volo per il ritorno. La prima immagine che torna è quella di un albero, nel primo tratto di prato, sulla sinistra, a pochi passi dall’entrata del cimitero. Il tronco, larghissimo, a breve altezza da terra si spacca in due, e la metà sinistra si sviluppa per almeno due metri in senso perfettamente orizzontale al terreno, prima di riprendere la direzione verso l’alto. Sembra un grande, possente braccio. Di padre lì ad aspettare soltanto che tu, anche tu, ti ci sieda. Non importa se sai, anche non vedendo, in quanti già l’affollano da tempo, mentre qualcuno, lo senti, è appena allora arrivato. E viene quasi da piangere. Ma l’invito è irresistibile. Al riparo dal sole e dal vento. Illusione di quiete. Già persa, neppure un’ora dopo, rincorrendo il fiume. C’è ancora vento, che ne increspa la superficie in senso contrario al cammino verso il mare, e sembra, il fiume, volere a tutti i costi fuggire al suo destino, risalire il corso e tornare a rifugiarsi nelle valli dalle quali è nato.
    I ponti, il fiume, i parchi, le note, la folla delle sue statue, la folla che siamo tutti noi. Le forme di Dublino esplose come il tempo gonfio e maturo delle infiorescenze. Il primo giorno quasi non vedi nulla, non capendo, non distinguendo… poi, ora dopo ora, giorno dopo giorno, la città inizia a schiudersi e sboccia qua e là dei dettagli della sua vita. Una città, mi dicono, che non è già più quella di venti anni fa, in corsa verso il suo futuro. Che è lo skyline affollato degli scheletri di ferro delle gru. Che è, anche, il moltiplicarsi dei suoi poveri. Molti, troppi, troppo giovani. A testa bassa. Lungo i ponti, accucciati ai lati dei negozi, sui gradini delle case, consunti e grigi, sotto variopinte porte chiuse. Prezzo indegno, che indifferenti accettiamo, dei meccanismi di un assurdo sviluppo, che sa di suicidio.

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