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    Assalto al cielo… trent’anni dopo

    Cominciò tutto a Bologna. Parlando di radio. Radio di movimento. E oggi? Quali voci? E per dare voce a chi? Una risposta in questo articolo inviato da Monica Pelliccia, laureata in giornalismo alla Carlo Bo di Urbino. Pensando alle radio di movimento, dunque.. (foto di Tano d’Amico).

    Diamo l’assalto al cielo. Dal settantasette ad oggi, trent’anni di comunicazione che sovverte tecnologie e contenuti. “Cominciò tutto a Bologna. Era il 1977 e in via del Pratello nasceva Radio Alice. In tutta Italia, i microfoni delle radio di movimento raccontavano i fatti di quel marzo. Trent’anni dopo, con supporti diversi e ben più tecnologici, nuove voci continuano a dar voce alla marginalità ed ai movimenti. I tweet postati su Twitter dai dissidenti iraniani scesi in piazza contro il regime di Ahmadinejad. Le foto ed i video inviati a Indymedia da parte di semplici manifestanti, per raccontare il G8 di Genova, dal loro punto di vista. Quello delle torture e delle violenze perpetrate ai loro danni dalle forze di sicurezza. Vicende ignorate dai media ufficiali. Definite da Amnesty International come: “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Una storia che continua. Il cui protagonista indiscusso rimane il ricevente. Passato da suddito incantato dal potere del magico proiettile mediatico a produttore attivo di comunicazione. Un risveglio avvenuto proprio nel ’77. Grazie al debutto sulla scena mediatica del telefono. Nessuna censura imbavagliava le radio libere. Tutti potevano telefonare, intervenendo in diretta per fare informazione, commento, opinione.

    Dando vita a quel circuito reticolare che oggi è diventata la forma mediatica dominante, soprattutto parlando di web. Luogo della libertà e della dissidenza, dove anche gli altri mezzi provano a riorganizzarsi. Tentando di ripetere quell’assalto al cielo, immaginato nel ’77.

    Proprio questo è il nome del nuovo progetto della telestreet napoletana Insu^tv che, preceduto da un tam tam mediatico su web e social network, vuole chiamare a raduno tutti i cittadini della zona -o perlomeno quelli che vogliono diventare protagonisti attivi della loro narrazione- per costruire insieme un canale no-profit e comunitario, da lanciare nel digitale terrestre. Una voce controcorrente che, insinuandosi nelle pieghe dei grandi gruppi editoriali possa realizzare una comunicazione orizzontale e democratica, attraverso la produzione collettiva dei contenuti.

    L’assalto al cielo quindi come esempio su tutti, estrapolato tra le tante realtà mediattiviste ed emblematico di come fare media sia divenuto ormai sinonimo di fare società, costruendo identità ed appartenenza, processo imprescindibile dal supporto delle nuove tecnologie. Una presa di coscienza, che porta con sè la realizzazione di quella conoscenza teorico-scientifica, ipotizzata nel ’77. Un paradigma quindi, quello tecnologico, ampiamente sviluppato e superato, offrendo a tante realtà una nuova vita. Come Radio Aut di Peppino Impastato, chiusa dopo alcuni anni dall’omicidio del suo fondatore e risorta a nuova vita come Radio100passi, una web-radio con sede a Partinico, la città di Danilo Dolci. Una modalità che, con un minimo investimento economico, permette una diffusione impensabile via etere.

    Tecnologie consensienti, quello su cui rimane da lavorare sono i contenuti. Poiché tutto ciò che il settantasette -ma in generale l’intero decennio rosso- aveva prodotto come opposizione e sovversione nei confronti del sistema dominante è stato assorbito e riprodotto in serie. Stanato dai cool hunter e privato di ogni contenuto. Così come la parola creatività, divenuta ostaggio e arma dei pubblicitari dagli anni ‘80 in poi.

    Quindi cosa inventare di nuovo, come risolvere questo nodo? Una risposta arriva dal giornalista di Rai News24 Maurizio Torrealta, uno dei fondatori di Radio Alice: “Come è vero che si è passati dalle onde medie alla modulazione di frequenza ed in questo modo aumentavano le emittenti televisive, con internet sono aumentati a dismisura i canali a disposizione. Oggi nel panorama di queste emittenti che sono tutte una più uguale a l’altra quello che riesce e riuscirà a fare la differenza sarà un prodotto culturale approfondito, soprattutto in relazione a certi settori dove esiste ancora il vuoto totale: come il nucleare e gli armamenti, dove siamo ancora legati agli anni ’50,[…]e così magari un giorno si riuscirà a ricreare un momento particolare, dove esiste una forma di comunicare molto alta attraverso la quale interpretare quello che succede, come è avvenuto a Bologna nel ’77 o a Zurigo col movimento dada”. Monica Pelliccia

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