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    Camminando sul mare

    Partecipando, quindi, alla manifestazione di domenica. Insieme agli zingari. Se in una sola parola volessi esprimere la sensazione più forte, quella parola sarebbe “vitalità”. Proprio così. Vitalità. Che è la gioia disegnata nei passi, incontenibili, di danza delle donne in corteo. Dell’ininterrotto ballo delle ragazze, alcune appena bambine, fasciate dei loro abiti che “fanno rumore”. Eccole lì, le Chejà Celen, quasi in trionfo, madonnine di un corteo profano, quasi minuscole dive, sul “carro” della musica, che parte chiudendo il corteo, e a poco a poco conquista terreno, avanza, o sono tutti gli altri che si fanno indietro, e diventa il cuore pulsante della marcia. Vitalità. Sì, per i colori degli abiti della festa che molti indossano. Che non sono solo quelli delle donne, ma anche di uomini e di bambinetti, composti e lustri lustri come per una prima comunione. Perché per loro è stato credo davvero partecipare a una grande festa, camminare giusto al centro delle strade del centro della città, la domenica pomeriggio, senza stare, per una volta, ai margini di quelle strade, senza restare, questa domenica, rintanati nei campi. Fra loro sarà tornato per le vie del centro anche qualcuno di quelli che proprio ieri ne sono stati cacciati. Quelli che ne sono stati appena cacciati, appunto… Un’amica, mi dice Roberta, è corsa al corteo, portando per mano i suoi due bambini. “Cosa gli racconto?” ha chiesto. “Cosa gli racconto adesso ai miei due figli… che continuano a chiedermi dove sono? Dove sono andati i loro amichetti … Li potranno rivedere? Perché non li possono più vedere? E cosa gli rispondo, adesso che continuano a chiedermi quando torneranno?”
    E se torneranno. I loro amichetti zingari che avevano conosciuto a scuola e che adesso, che le loro famiglie sono state “sgomberate” e mandate in chissà quale periferia, gli hanno detto non torneranno più. I bambini sono bambini. Sarà difficile spiegare. Ci sarà da vergognarsi a spiegare guardandoli diritti negli occhi che quei loro amichetti sono in fondo “diversi” da loro. Che gli zingari, magari, sono zingari, e nomadi, e non stanno mai fermi… e poi confondersi, perché si sa che neppure questo è vero, se da tempo, e per molti, il nomadismo è diventato sempre di più effetto del nostro rifiuto… Ma come spiegarlo ai bambini…
    Ritorna l’eco di versi di un canto che credo avvicini, in senso profondo, a un modo di intendere la vita. Li ritrovo nell’introduzione di Michele del Re a “Magia degli Zingari” di Charles Leland. E’ un canto di Gitani per la Settimana Santa Sivigliana. Dice: “Cantare il Cristo degli Zingari,/ sempre col sangue sulle mani,/ sempre per schiodarlo!/ Cantare il canto del popolo andaluso / che ad ogni primavera / va in giro a chiedere scale / per salire alla Croce!/ Cantare la mia terra / che porta fiori / a Gesù in agonia… / Questa è la fede dei miei avi!/
    Non sarai tu il mio canto, / non posso, non voglio cantare / questo Gesù inchiodato; / canto piuttosto / quello che camminò sul mare.”
    Camminare. Sul mare…

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