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    Certe notti…

    C’era una volta, oggi… Un bellissimo racconto di Daniela Morandini. Che fa anche un po’ piangere… pensando alle vittime della nostra stupidità..

    Certe notti d’estate, con la finestra aperta, sentivo ruggire i leoni.
    In linea d’aria, non erano lontani: vivevano ai giardini Margherita, per via della regina che diede il nome anche alla pizza.
    Si chiamavano Reno e Bea e li andavo a vedere tutte le domeniche. Abitavano in una grande gabbia circolare, divisa a metà da un muro, come quello di una casa. Una metà era scoperta, l’altra era chiusa, ma con due porte, una per entrare, l’altra per uscire, quasi un teatro. La gabbia era circondata da due recinti, in modo che non ci si potesse avvicinare troppo. Ma più che cattivi, i leoni sembravano seccati e spesso restavano nel lato coperto, forse perché avevano freddo o forse perché non volevano farsi vedere. Uscivano quando c’era il sole, si sdraiavano davanti alle sbarre, o si sedevano come due sfingi (da poco avevo guardato un libro con le figure degli antichi Egizi). Erano come dei gatti, ma molto più grandi. Mi spiegarono che lui, con la criniera piena di nodi, era il re della foresta e che lei era la regina sua moglie. Non capivo come fossero arrivati da così lontano: forse erano stati spodestati dalle tigri, oppure erano stati esiliati dopo una rivolta di popolo, ma non ebbi mai spiegazioni esaurienti.
    Certo è che Reno e Bea non sembravano molto allegri: più che ruggire, sbadigliavano e non degnavano nessuno di uno sguardo. Si lavavano spesso con una lingua che sembrava una bistecca. Fissavano l’orizzonte e facevano finta di niente persino se una mosca gli girava tra gli occhi e si fermava sul naso. Non si spostavano neanche quando entrava il guardiano con un sacco di carne in una mano e un tridente come quello di Nettuno nell’altra. Lo osservavano come si guarda un cameriere molesto e dopo che lui era uscito, lentamente, andavano a mangiare. I bambini li chiamavano per nome, ma Reno e Bea non rispondevano e se qualcuno provava ad attirare la loro attenzione come si fa con i mici si giravano dall’altra parte. Un giorno Reno scappò. Ma se è vero che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino, è altrettanto vero che per chi è nato nella giungla è difficile orientarsi tra i cortei di metalmeccanici e le osterie di fuori porta, che allora usavano ancora. Così lui non fece resistenza e fu riacchiappato quasi subito. Forse era addirittura soddisfatto, perché Bea restò incinta e dopo un po’ nacquero due leoncini di cui non ricordo il nome. Fu una notizia così straordinaria che apparve persino sul giornale e un fiocco rosa e uno celeste furono appesi alle sbarre.
    Proprio in quei giorni, mi portarono al circo dove, a tutti i costi, un pagliaccio insisteva per farsi fotografare con me. Io ero molto preoccupata: quel saltimbanco aveva in braccio un cucciolo di leone che non poteva che essere figlio di Reno e Bea. Qualcuno l’aveva rapito e volevano usarmi come alibi. Ero certa che appena Reno se ne fosse accorto avrebbe sfondato la gabbia, sarebbe arrivato al circo, avrebbe liberato il piccolo, si sarebbe avventato su quella specie di Scaramacai e mi avrebbe mangiato. Ma Reno non arrivò e io fui costretta a fare la foto col leoncino e con quel guitto.
    La domenica dopo, quando andai ai giardini Margherita, stavano smontando la gabbia e i leoni non c’erano più. Mi spiegarono che erano stati riportati nella savana, ecco perché Reno non era venuto al circo. Non che mi dispiacesse, in fondo non avevo mai capito perché dovessero stare chiusi là dentro.
    Più tardi seppi che Reno, Bea e i piccoli erano stati sbranati da altri animali che volevano diventare re della foresta. Da allora, neanche certe notti d’estate con la finestra aperta, ho sentito ruggire i leoni.

    Daniela Morandini

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