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    Condanne spropositate, una pericolosa deriva giustizialista

    Una riflessione a proposito di due notizie di questa settimana, che non bisognerebbe fare scivolare via. E passo dall’una all’altra, come seguendo il filo che le lega, anche se possono sembrare, e per alcuni versi forse lo sono, questioni l’una lontana dall’altra…
    La prima, ne avrete sentito… La denuncia di Antigone che racconta di una signora di 85 anni (ottantacinque) da due settimane detenuta a San Vittore. Per scontare una condanna di 8 mesi. Il reato: occupazione abusiva di una casa. Pena di brevissima durata, reato non di quelli di “grave pericolosità sociale”, e si aggiunge che l’anziana donna non è autosufficiente, e quindi ha bisogno di continua assistenza. “Fino ad oggi, nonostante i ripetuti solleciti dell’istituto e un’istanza di scarcerazione, la signora si trova ancora ristretta nell’istituto”, così ieri Antigone. Leggo che non è stata trovata durante un controllo ai domiciliari e dunque scatta il carcere… cosa di meglio per stare più tranquilli?
    La seconda notizia… ne hanno parlato pochi attenti. La leggo in un puntuale articolo di Damiano Aliprandi su Il Dubbio. La condanna di due anarchici per “strage contro la pubblica incolumità”, riqualificata in Cassazione addirittura a “strage contro la sicurezza dello Stato”. L’accusa: aver fatto esplodere, nel 2006, presso la Scuola Allievi Carabinieri di Fossano, due ordigni a basso potenziale. Non ci sono stati feriti né danni gravi. Eppure, sottolinea Aliprandi, il reato di strage contro la pubblica incolumità (che arriva dal codice Rocco) è “il reato più grave del nostro ordinamento che non è stato nemmeno applicato per le stragi di Capaci e Via D’Amelio”. E uno dei due condannati è stato spedito dritto dritto al 41 bis, quello che sarebbe destinato ai “peggiori” membri di associazioni criminali. L’accusa: inviava i suoi scritti a compagni anarchici. Nulla di segreto, ma riflessioni pubbliche, spesso diffuse on line…
    Ed è solo uno degli sconcertanti episodi che fanno parlare di uso spropositato dell’azione giudiziaria nei confronti degli anarchici.
    Spropositato. Ecco, tanto per cominciare, cosa unisce le due storie. Dei “fatti” non c’è nulla da spiegare, le cose parlano da sé.
    Ma cosa proclama ad alta voce questa sproporzione?
    Proclama che proprio non piace chiunque sia ai margini. Della vita e del pensiero, quello dominante naturalmente. E ai margini sono tutti quelli che, per un verso o per l’altro, sono fuori dal “cerchio magico” di chi possiede, decide, “pensa”, e vorrebbe pensare per tutti noi. Di chi, allontanando intanto da sé l’onere della responsabilità sociale, neppure vuol sentire parlare della rivendicazione dell’uso delle cose necessarie alla vita di cui noi troppi abbiamo espropriato, mentre a difesa della proprietà arriva a legittimare finanche l’omicidio (perché questo abbiamo fatto).
    Eppure, chi possiede, decide, “pensa” e vorrebbe pensare per tutti noi, sa spesso ben usare, come si dice, i guanti bianchi quando si tratta di chi, pur responsabile di reati ai danni di beni pubblici e collettivi, di fatto riconosce in fondo come parte di sé, del sistema di potere nel quale si è ben saldamente inseriti… mentre si preferisce infierire, e che sia lezione per tutti!, su chi, nei modi e nel pensiero, è fuori da tutto questo. Punendo, come Aliprandi ricorda abbia sottolineato la difesa dei due anarchici, non per ciò che si è fatto ma per ciò che si è. Pericolosamente allontanandosi dai principi di legalità e garantismo giuridico.
    Vi piacciano o no gli anarchici, vi piacciano o no anziane signore che, per avere dove dormire, devono occuparla, una casa… come essere indifferenti a tutto questo? Ne va della nostra democrazia…
    A proposito dell’aver mandato in carcere la signora ultraottantenne per pena di così poco conto (in un paese fra l’altro di illustri condannati per i quali il garantismo ha funzionato benissimo), suggerirei la lettura di un libro di Agamben sul pensiero, e la pratica, di san Francesco, “Altissima povertà”, dove si ricorda la dottrina che parla dell’irrinunciabilità dell’uso delle cose necessarie alla vita (cibo, casa…).
    Che è pensiero alto, piuttosto vicino (a parte la sconsiderata e controproducente idea di lanciare bombette per scrostare muri) al pensiero anarchico. Pensando a Tolstoj, ad esempio, che scrisse: “ladro non è quello che prende ciò che gli è necessario, ma quello che trattiene, senza darlo agli altri, ciò che non gli è indispensabile ed è invece necessario ad altri”.
    Certo, nessuno pretende che i reati non siano punti, ma est modus in rebus, e il diritto non può così essere violentato, piegato a derive giustizialiste e feroci.
    E ritorno ad Agamben: “La forma di vita francescana, l’altissima povertà, col suo uso delle cose, è la forma di vita che comincia quando tutte le forme di vita dell’occidente sono giunte alla loro consumazione storica”. Ecco, forse siamo ancora lontani dall’inizio della forma di vita che contempli l’uso delle cose (ma conto che i miei nipoti o almeno i loro figli riescano a vederla). Ma di una cosa comincio ad essere sempre più convinta: della consumazione storica delle forme di vita dell’occidente. Inaccettabili.


    pubblicato su Ultimavoce.it

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