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    “Ci sono, ci sei?”

    Uscendo dal cinema ( fra parentesi dopo aver visto “La Banda”, di Eran Kolirin, film delizioso, a tratti persino divertente, a tratti struggente). Esplode, come sempre in quest’era, la snervante sinfonia di sonerie. Trilli, versi, jingle, cenni di sigle, canzoni mozze. Un isterico metallico schiamazzare. Neanche il tempo di lasciare sfumare il sogno. Di entrare nell’attimo del silenzio che segue lo spegnersi della voce del film. Come mancasse l’aria. E ci si attacca subito al respiratore. Quella sorta di cordone ombelicale che ci lega a tutti e al tutto che è diventato il cellulare. Come si avesse poco da dire agli amici, al compagno, alla compagna con cui si è condiviso il tempo della proiezione. Come fossero già troppi quei novanta minuti d’intimità. Pericolosi, forse.

     Vola al cinema, vola con il cinema, diceva una vecchia pubblicità. Voliamo sì, ma senza esagerare. E poi subito controlliamo che non ci siamo allontanati troppo, che nessun contatto sia andato perduto. Come quando l’aereo atterra. Nell’attimo in cui la voce dell’hostess ci salva e ci dice che è possibile slegare le cinture di sicurezza, e prima che il nastro termini tutti si alzano e iniziano a digitare nervosamente codici. Il balletto di sonerie, e poi: ci sono, ci sei? sono arrivato, ero partito, dove sono, dove sei?

    Vola, ma che la tratta sia breve e che non si resti troppo a lungo staccati dalla terra. Va’ pure per mare, ma appena puoi getta subito la tua ancora. Gesti che sanno di sommessa disperazione. Se non sappiamo fermarci, perderci un attimo in più e riservarci ancora un secondo per guardare il cielo o il mare. Subito aggrappati ai nostri moli personali, con cime che sono giunzagli, che si aggrovigliano, nella rete che ci imprigiona tutti. Ognuno nella sua esclusiva solitudine collettiva.

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