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    Dante, dal carcere alle scuole, un assordante richiamo alla vita…

    Ancora una volta riflettendo… che le persone che ho incontrato in carcere, con le loro vicende, i loro racconti, i loro percorsi per quanto dolorosi e drammatici, hanno aperto per me le porte su mondi che forse altrimenti mai avrei incontrato. Ogni volta imparando e stupendomi. Come è accaduto questa settimana…

    Ricordate Alfredo Sole? Era al 41bis e una notte più cupa delle altre sembrava proprio deciso a farla finita, quando lo sguardo è caduto su un testo della Divina Commedia che fino ad allora solo distrattamente aveva sfogliato. Lo riapre… “Nel mezzo del cammin di nostra vita”… e va avanti a
    leggere fino all’alba, e con la luce fuggono i pensieri di morte e ritorna il desiderio di vita. Di vita e di bellezza… (ne abbiamo parlato https://www.remocontro.it/2015/08/09/gatto-randagio-commedia-vita-dante-stagioni/)
    Ebbene questa storia, cammina cammina, è arrivata nelle mani di Stefania Meniconi, docente di Italiano e Latino, che su Dante stava elaborando un suo bel progetto. E che poi, ben sapendo quanto i giovani sempre sappiano emozionarsi quando leggono i versi del Sommo poeta, la storia di Alfredo l’ha voluta raccontare anche ai suoi studenti, i ragazzi della V^ CS del liceo scientifico Marconi di Foligno…
    Con loro già durante lo scorso anno scolastico era iniziata una riflessione sulla libertà. A partire da Beccaria. I delitti e le pene… la pena di morte… se, per chi subisce la condanna, è meglio esserci e continuare a vivere o non esserci più e non dover più vivere una vita mutilata dalla libertà…
    “Una scelta che nasce quasi spontaneamente dal testo di Beccaria, poi non lo sapevamo ancora, ma è diventata molto urgente durante il confinamento che ci ha colto di sorpresa subito dopo”.
    E quando all’inizio di quest’anno è stato ripreso il discorso…
    “Ho detto loro che avevo una sorpresa: il punto di vista di persona che una condanna a vita la stava sperimentando davvero”.
    Alfredo Sole, appunto. Che insieme ad altri ergastolani aveva chiesto (una provocazione, o forse no) che la loro condanna venisse tramutata in pena di morte, e che la morte, una notte, aveva pure pensato di infliggersela da solo…
    Immaginate la mia curiosità. Cosa sarà mai nato da questo incontro?
    “Grande emozione in classe, prima e durante la lettura. Grande emozione anche mia, con i ragazzi che mi chiedevano …”. E la storia di Alfredo è entrata nelle loro riflessioni, che si sono man mano ampliate. “L’innesco libertà-felicità è stato inevitabile”.
    Pensieri… Di Chiara, ad esempio.
    “La felicità è un puzzle… ognuno deve trovare la forza di comporselo da sé: chi inserisce la libertà, la premura per il prossimo, chi l’accettazione della propria persona… La felicità è mancanza… Sono i pezzi del puzzle che si pensa erroneamente di aver smarrito o impossibili da ricercare. Un po’ come Alfredo Sole, deciso a suicidarsi nella sua stessa cella, quando si accorse della naturalità della felicità nella bellezza della vita, consapevole che nel suo puzzle il pezzo della morte in quel momento non era quello giusto: il disegno doveva essere completato seguendo il tortuoso percorso della redenzione, verso il traguardo della libertà”.
    E Milla: “Convinzione. Tutto ciò che è definibile “felicità” risiede nella convinzione di ognuno di poterlo essere…”
    Insomma, capite bene con quanto piacere ho accolto la proposta di incontrarli anch’io questi studenti. Sia pure attraverso lo schermo di un collegamento Skype.
    Chiara e Milla. E Giuseppe e Matteo, capofila di due opinioni opposte, quando la riflessione sulla scelta della morte era stata avviata lo scorso anno, ma sempre aperti al dubbio.
    Difficile per me riportare più di un’ora di pensieri e parole, di sguardi, di stupori (soprattutto miei).
    Ma intanto una cosa la voglio dire, che mi ha subito inchiodata. Mi ero chiesta, e ho chiesto ai ragazzi, se, conosciuta la storia di Alfredo, sono andati a cercarne il volto, frugando in rete (come ammetto di avere fatto io a suo tempo). Ebbene, il loro stupito “no” ha abbattuto a picconate il mio pregiudizio su una generazione che, supponevo, non prescinde dalle immagini.
    No, di Alfredo hanno voluto sapere altro, e la sua anima l’hanno ben saputa immaginare, percepire: “una roccia”, una persona “fragile”, una “persona avida di conoscenza”… “come in futuro vorrei essere io”… Percezioni che hanno disegnato per ciascuno il volto che li ha accompagnati in un fiume di riflessioni sulla realtà del carcere cui qualcuno aveva certo già pensato, ma che scopre “diverso da quello che ci hanno raccontato”, diverso da quello immaginato vedendo “tanti film americani”. “Ma Alfredo è uno che esiste veramente. Che si presenta senza filtri”, e con lui hanno sentito irrompere una realtà magari prima avvertita “lontana da noi che viviamo nel benessere”, lontana “da me che pure sono curiosa di romanzi criminali”. Una realtà che non hanno respinto, come troppo spesso accade in giro, ma hanno saputo accogliere nel loro riflettere e affacciarsi sulle cose del mondo.
    Il loro ragionare, sulle scelte che si fanno nella vita, se libere o non libere, sull’utilità o non del carcere, sulla società pur da difendere, su cosa è giusto, su cosa è sbagliato, sul “sottile confine fra la conoscenza e la consapevolezza”… è stato un pacato, a tratti accorato, parlare. Aperto alle domande e ai dubbi. Così lontano, ho pensato ascoltandoli, dal tremendo asserire urlato che ci viene vomitato addosso giorno dopo giorno da schermi vari…
    Ecco. Non ho chiesto loro quanta tv guardano. Evidentemente poca. Oppure selezionano per bene.
    E confermo quel che da qualche tempo penso, che se questo mondo si salverà, sarà grazie a questa generazione (non me ne vogliano quelli delle altre, so che eccezioni sempre ce ne sono). Grazie anche alla passione di insegnanti che li sanno guidare come in questo “umile lavoro di ragionamento con i miei giovani compagni di viaggio”, intorno a una domanda fra le altre cruciale: “Felicità è libertà? Piacere? O felicità è conoscenza, come dice il buon vecchio Dante?”.
    E onore al lavoro di Stefania Meniconi, convinta che “la scuola insegna troppo poco ad essere felici. Mentre dovrebbe farlo assolutamente. La letteratura aiuta moltissimo in questo”.
    Lo conferma Alfredo Sole, finito con la sua storia nel libro che il progetto su Dante è nel frattempo diventato, “Dante Alighieri, giovane tra i giovani: cinque studi sulla vitalità di Dante” (edito da Gingko di Verona). Da quelle pagine, e dal tempo della nuova vita che per lui è iniziata da quando infine ha conquistato la semilibertà, manda agli studenti un messaggio: “Mi trovo oggi nella terra di Dante, respiro cultura e arte. Transito spesso dalla sua natia abitazione e, ogni volta, volgo lo sguardo su quella antica casa e sorrido… Non smetterò mai di sostenere che Dante mi salvò la vita, e forse ancor oggi, nonostante sono in carcere per metà, cioè sono semilibero, continua a farlo dal suo assordante richiamo alla vita…”

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