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    Felicità, dunque – 6

    (…) Difficilmente cancellerò dal cuore l’esplosione di pura felicità nel saluto di una bimba, sulla strada alle porte di Pushkar. E’ un fagottino di stoffa colorato come tanti, che cammina serio sulla scia della madre sul limite dell’asfalto. L’apparizione inaspettata, fra camion e carrette, di una grande automobile bianca con i suoi passeggeri stranieri, dev’essere stato ai suoi occhi come un miraggio. Non ricordo di avere mai visto nessuno schizzare, proprio così, è la parola giusta, letteralmente schizzare di gioia. La bimba è come folgorata da una visione. Dal fagotto di panni le sue sottili braccia si sono slanciate agitandosi in saluti. Mentre le esili gambe si sono allungate in saltelli forsennati. Sul visino di pelle scura si è allargato un sorriso bianchissimo, che è diventato subito gorgoglio di risata, un suono sottile e aucto, mentre gli occhi si sono spalancati grandi e rotondi di meraviglia. Forse per lei è stato come finire nella pagina di un libro di favole, cogliere il frame di un film mai ancora visto, trovarsi davanti a un sogno diventato materia. Per me, una commozione mai provata prima, imbattermi nella felicità lieve totale e assurda che solo un bambino, per un nulla, può ancora provare. Trovarlo per la prima volta nel pieno del vuoto del deserto, un bambino ancora bambino. Il desiderio è di chiedere all’autista di fermarsi, scendere e poterla abbracciare, ringraziare, quella grande bambina, conoscerne almeno il nome. Ma è successo tutto in pochi secondi. La marcia non si arresta. Lei è un puntino lontano che ancora si sbraccia in saluti e saltelli indiavolati. Noi siamo già oltre. Turisti, anche senza volerlo, in corsa. C’è solo il tempo di appuntare, per non dimenticarla, una nuova lezione: uscire dall’indifferenza. Se necessario, trovare un altro bambino che sappia ricordarcelo…

    da “Appunti di viaggio. India”

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