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    Fùtbol


    E’ finita come è finita. Ma che avrebbe detto Osvaldo Soriano della vicenda della Superlega?
    El Gordo… con la sua immensa passione per il fùtbol, mescolata con quella per la vita, che tutta sembrava voler abbracciare, da quella incontrata sulle strade polverose dei ragazzi della Patagonia, a quella dei viali di Parigi, dove l’esilio l’aveva portato… Non ho potuto che pensare allo scrittore argentino perché se qualcosa del calcio ho pure amato lo devo a lui.
    Prima di leggerne per me il calcio era: a) il ricordo di pomeriggi bambini, in estenuante attesa che papà e zii finissero di ascoltare le partite (alla radio, allora) prima di portarci fuori per la gitarella della domenica; b) un tentativo adolescente di supplente-portiere per i tiri d’allenamento dei miei fratelli e qualche loro amico (nella noia d’un sonnolento pomeriggio d’estate anche questo si può); c) la speranza adulta di vivere in una casa dove non essere spiazzata da qualcuno che… “ma oggi c’è la partita!
    Insomma, mi perdonino sportivi e tifosi, solo un bel po’ di fastidio. Tutto qui. Finché un giorno Osvaldo Soriano è piombato come un fulmine fra le mie letture con i suoi meravigliosi racconti.
    Uno in particolare mi stupì, e leggendo leggendo mi ero sorpresa persino a fare il tifo:
    “Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Rio Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con i biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di domenica non c’era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia dalle dune e il polline dalle fattorie”…
    L’avrete riconosciuto in molti, immagino, “Il rigore più lungo del mondo”.
    La storia della partita dove è in gioco il titolo di campionato della Valle de Rio Negro e sono a fronteggiarsi la scalcagnata Estrella Polar e il rude Deportivo Belgrano, da anni campionissimo. Potete capire che, quando nel finale l’Estrella Polar a sorpresa va in vantaggio, il povero arbitro all’ultimo minuto s’inventa un rigore a favore del Belgrano. E fra il fischio che decreta il rigore con la rissa che ne nasce (“la rissa durò così tanto che scese la sera e non ci fu modo di sgomberare il campo”) e la ripresa dei venti secondi mancanti alla fine della partita con il fatidico calcio di rigore, passano ben sette giorni…
    Sette giorni che raccontano la vita dei due paesi delle squadre che si fronteggiano, che è poi la stessa di tutti gli altri paesi dello sperduto universo di Valle de Rio Negro, la misera vita dei loro abitanti e la rabbia, i sogni di rivincita, dove ognuno la sua partita la gioca tutti i giorni, “contro un avversario o contro la vita”. (Incontri che mi riportano, con tutte le differenze del caso, alla partita lunga quanto la vita di Marcello, nel bel libro di Carlo Miccio, “La trappola del fuorigioco”, ne abbiamo a suo tempo parlato https://www.remocontro.it/2017/06/11/comunismo-johan-cruyff-la-trappola-del-fuorigioco/ )
    Soriano racconta, racconta questi suoi perdenti che pure ama moltissimo: “lo stadio era tutto esaurito e lo erano anche i tetti delle case vicine”, “alla fine tutti tirarono il loro rigore e el Gato (in porta) ne parò parecchi perché li battevano con ciabatte e scarpe da passeggio”, “bene ragazzo, un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal al Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà”.
    Una partita, dentro e fuori il campo, tutta da seguire, e persino io, che nulla so di calcio, mi sono sorpresa a cercare di capire e seguire addirittura le azioni di gioco. Magia della scrittura che nasce dalla passione…
    Soriano, prima di diventare lo scrittore che è diventato e prima ancora di diventare giornalista sportivo, aveva iniziato la sua carriera come giocatore, e neanche male, tanto che, come ricorda Paolo Collo nella prefazione alla raccolta “Fùtbol” (Einaudi), il suo vecchio allenatore, rincontrandolo un giorno, gli disse: “Lei aveva del talento in area. E’ un peccato che sia finito così, a scrivere stupidate”.
    Ed è ricchissimo di bellissime “stupidate” questo fùtbol che la vita attraversa. Mai dimenticando che “come il tango il calcio è cresciuto partendo dalle periferie”. “Uno sport che non esigeva danaro e si poteva giocare senza null’altro che la pura voglia”.
    Quanto è lontana da tutto questo la vicenda della Superlega, l’idea di un campionato per super ricchi…
    La questione per ora sembra chiusa. Rimane il fatto che qualcuno l’abbia pensata e ordita. In questo mondo sempre più diviso fra pochi ricchissimi e sempre più poverissimi (dove anche i virus seguono l’onda e fanno strage di poveri nei Sud della Terra, mentre noi ci teniamo ben stretti i nostri brevetti).
    Che avrebbe pensato dunque di tutto questo Osvaldo Soriano? Di questo calcio che dimentica di essere stato linguaggio comune delle periferie del mondo e che a quel linguaggio, anche sul campo, anche dopo essere diventato un affare miliardario, molto deve ancora…
    Quando Soriano morì Daniel Paz gli dedicò un disegno che apparve su Il manifesto. Ne avevo conservata la pagina e sicuramente ora si nasconde da qualche parte fra le carte dei miei cassetti. L’ho ritrovato, quel disegno, (miracoli della memoria virtuale!) in rete. Ed eccola qui, la risposta di Soriano… nel silenzio del suo profilo, di spalle, che si allontana, insieme all’amato gatto. E chissà dove staranno randagiando adesso…


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